…..e quanto è remoto il’56?
1968 Cecoslovacchia, 1956 Ungheria, … 2014 Crimea, 2022 ucraina, 2026…?
Prendo lo spunto dall’ articolo di Giorgio Montefoschi che trascrivo in calce, e riflettendo su tutti questi fintopacifisti, e su troppe analogie vorrei ricordare che il ’68 fu anche l’anno di movimenti non solo studenteschi e non solo in Francia (che combinazione…!!!) e non proprio pacifici ( che coincidenza, anche questa, con l’attualità…) e noi militari non eravamo molto amati… proprio quella sera – ero imbarcato sul nuovissimo Carabiniere, in condizioni di “nave pronta”, e come tale non ero potuto andare in licenza estiva – l’allarme fu serio, andammo in diradamento e così tutte le unità che potevano muovere, mentre su altre navi venne richiamato il personale in licenza.
Il Paese (e l’Europa non era neppure un sogno) era in vacanza estiva, una vacanza che riguardava anche il pensiero, si era già dimenticata l’invasione dell’Ungheria che aveva portato a tanti esuli che ci avevano accompagnato nelle scuole e negli studi, ma eravamo pronti, informati e coscienti della situazione…
Mi chiedo se oggi, con molti e più efficaci mezzi di comunicazione, si possa dire lo stesso, in particolare riguardo a i giovani ed ai meno giovani e riguardo ai loro valori di libertà ed anche di benessere, con l’ombra di “cattivi maestri” per ripescare un detto della nostra recente e dimenticata storia (… tragica, ma anch’essa oggetto di rimozione…) Cattivi maestri ieri , oggi pedine di guerra ibrida…. Ecco l’articolo di Montefoschi.
Praga insegna che le invasioni son tutte uguali
«Chi è più forte invade chi gli pare. Fine. La nazione invasa non deve far altro che chinare la testa: senza inutili spargimenti di sangue, vittime innocenti che possono arrivare alla cifra mostruosa che sfiora i due milioni»
Nella interessante intervista di Aldo Cazzullo domenica sul Corriere, Massimo D’Alema rivela che nell’agosto del 1968 fu a Praga durante l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia. Il caso vuole che nella drammatica notte del 20, e poi la mattina del 21 di quel mese, a Praga ci fossi anch’io. Con un amico napoletano venivamo dalle Dolomiti. Attraversammo l’Austria. A Vienna, il brillante corrispondente di un quotidiano ci raccontò che a Praga la vita era meravigliosa: una primavera spensierata e dolce che non finiva mai.
Era vero. La città rigurgitava di turisti, infatti il posto più vicino dove trovare una camera distava minimo cento chilometri. Quindi scambiammo poche migliaia di lire con un mattone di moneta praghese, andammo a cena in un costoso ristorante, e poi a dormire in macchina nel recinto di un camping. Gli aerei rombavano tutta la notte. All’alba ci affacciammo sullo stradone: un’interminabile fila di cingolati spaccava l’asfalto. D’Alema racconta che dopo i ragazzini disegnavano sui carrarmati delle svastiche; lui pure ne disegnò una. Noi, meno coraggiosi, andammo in ambasciata. L’ambasciatore era a Capri.
Ripensandoci, oggi che i droni russi piovono sull’Ucraina e l’Europa, gli aerei russi sorvolano i cieli europei (altro che cani abbaianti ai confini!), fu quella l’invasione ideale per i nostri attuali pacifisti con la pochette nel taschino e le trombette di carnevale. Chi è più forte invade chi gli pare. Fine. La nazione invasa non deve far altro che chinare la testa: senza inutili spargimenti di sangue, vittime innocenti che possono arrivare alla cifra mostruosa che sfiora i due milioni. Di conseguenza, vista dal tinello, basta spendere i soldi per comprare le armi che servono ai soldati ucraini per difendere i loro confini. E anche i nostri. Come abbiamo visto ben prima di Praga e Budapest, col patto di Monaco del 1938, l’immediata invasione nazista dei Sudeti e lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Gian Carlo Poddighe
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