La Corte d’Appello di Milano, sezione imprese, ha rigettato anche la seconda richiesta di sospendere il decreto sulla fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, richiesta avanzata dalle società Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Lo annunciano fonti legali dei cittadini di Tarabto costituitisi contro l’ex Ilva. La decisione è stata depositata oggi e segue l’udienza del 30 settembre.
Le due società avevano rinnovato la richiesta di sospensione per il decreto di fermata emesso il 27 luglio dalla stessa Corte D’Appello e ormai prossimo alla scadenza dei 90 giorni, poiché il 20 ottobre sarà la Corte di Cassazione ad esprimersi. Davanti alla Suprema Corte ci sono infatti i ricorsi straordinari contro il decreto presentati ad agosto da Ilva e AdI.
“A prescindere dalle valutazioni di merito assunte con il citato decreto 425/2026 e che restano estranee al presente procedimento, si ritiene che, anche in tale evenienza (lo spegnimento degli altiforni), la tutela del diritto alla salute risulti comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali di diritto interno”. Lo dice la Corte d’Appello di Milano, sezione imprese, nel provvedimento di 11 pagine con cui oggi ha rigettato le istanze che chiedevano di sospendere il decreto sulla fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto (decreto 425/2026) sino alla pronuncia della Corte di Cassazione che terra’ l’udienza sul caso il 20 ottobre.
I giudici del collegio di Appello – presidente Giuseppe Ondei – citano l’articolo 41 della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale n.1 del 2022 laddove prevede che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute o all’ambiente”.
A Milano la Corte d’Appello aveva già rigettato l’11 settembre una prima richiesta di sospensiva (udienza il 9 settembre) e nei giorni scorsi la Procura Generale presso la Corte d’Appello aveva rinnovato il suo no alla sospensiva in vista dell’udienza del 30 settembre. No espresso dalla Procura attraverso un parere non vincolante per il collegio dei giudici. Per l’udienza prossima in Cassazione, adesso entro il 5 ottobre è atteso il deposito del parere del procuratore generale presso la Cassazione.
Tuttavia, a prescindere dalle decisioni dei magistrati, l’ex Ilva a Taranto sta comunque andando a giorni verso la fermata mettendo in preriscaldo – cioè al minimo senza produrre – anche i pochi impianti rimasti in marcia. Questo perché sono ormai finite le materie prime (i minerali) che non sono state più ordinate dopo il provvedimento del 27 luglio della Corte d’Appello che ha disposto la fermata, da attuarsi alla scadenza dei 90 giorni concessi e quindi entro il 26 ottobre.
Gli impianti quindi si fermano poiché non ci sono più materie prime e ordinarle di nuovo, oltre a richiedere la disponibilità di risorse economiche in capo all’azienda, richiede anche tempo, visto che le stesse materie prima arrivano dall’estero via nave a Taranto. Lo stop degli impianti porterà l’azienda a comunicare anche un aumento dei numeri della cassa integrazione. Attualmente l’autorizzazione del ministero del Lavoro c’è per 4500 cassintegrati nel gruppo AdI di cui 3800 a Taranto.
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