Il Leone nel deserto

Papa Leone è arrivato a Lampedusa per una visita pastorale dal forte valore simbolico. Con questo viaggio, il Pontefice rilancia uno dei temi chiave del suo predecessore, riportando il dramma delle migrazioni forzate nel Mediterraneo al centro dell’attenzione della Chiesa e del mondo.

Al suo arrivo in aeroporto, il Santo Padre è stato accolto dalle massime autorità religiose e politiche, tra cui l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il governatore siciliano Renato Schifani e il sindaco dell’isola Filippo Mannino.

Proprio rivolgendosi al primo cittadino Filippo Mannino, il Pontefice ha voluto sottolineare il senso profondo della sua presenza sull’isola: “Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi”.

Il Santo Padre ha poi aggiunto: “Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti”.

Papa Leone è il primo leader mondiale a visitare il cimitero di Lampedusa, dove riposano anche i migranti rimasti senza nome. In un’area del camposanto si trovano quindici croci spoglie. Tra queste spicca quella di Youssef, un bimbo della Guinea annegato a soli sei mesi, ricordato dai genitori con una foto e una dedica commovente.

Il Pontefice si è inginocchiato per deporre una corona di fiori e si è raccolto in un lungo momento di silenzioso raccoglimento. Accanto a lui erano presenti l’arcivescovo Damiano, il parroco dell’isola don Carmelo Rizzo e il vicario di Roma, il cardinale Baldo Reina.

La visita è proseguita con una tappa al Molo Favaloro, il braccio di cemento diventato negli anni il simbolo di tutte le vite salvate a Lampedusa. Qui il Pontefice ha benedetto la targa che intitola il molo a Papa Francesco, che recita: “Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza, umanità”. Dopo essersi raccolto davanti al monumento dedicato a Bergoglio, Papa Leone ha salutato un gruppo di migranti assistiti dagli operatori della Croce Rossa.

Successivamente, il Papa ha raggiunto la Porta d’Europa in località Cavallo Bianco. Il monumento, alto 5 metri e rivolto verso la Libia, è dedicato a chi ha perso la vita in mare. Qui il Santo Padre ha salutato una famiglia di migranti e una coppia che ha adottato un ragazzo straniero, per poi varcare da solo la Porta tenendo per mano due bambini.

Subito dopo si è verificato un momento fuori programma: dopo aver toccato l’opera e aver guardato il mare, il Pontefice ha camminato sugli scogli fino a raggiungere la riva, mentre il forte vento gli faceva volare la papalina, subito recuperata.

Il momento centrale della giornata è stata la Santa Messa presieduta al campo sportivo Arena di Lampedusa. Nell’omelia, pronunciata “da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo”, Papa Leone ha lanciato un forte appello per affrontare la crisi migratoria attraverso “un piano strategico di lungo periodo” che accolga e rispetti la dignità di ogni persona, richiamando il continente alle proprie responsabilità storiche e culturali.

“Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”, ha scandito il Papa. “Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

Commentando il brano evangelico del Buon Samaritano, il Pontefice ha tracciato un parallelismo drammatico con l’attualità dell’isola e ha condannato la tendenza globale a “passare oltre”, denunciando l’indifferenza, la corruzione, le colpe di un sistema economico escludente, i pregiudizi e i profitti dei trafficanti.

“Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti”, ha ammonito il Santo Padre. “Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità”.

Il Papa ha poi posto l’accento sulla responsabilità etica delle scelte politiche e umane, criticando chi si nasconde dietro la paura del diverso o usa la religione come barriera.

“L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”, ha rimarcato Leone. “Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti”.

Il Pontefice ha infine concluso con un forte monito sull’universalità della fede: “È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato”. C’è da augurarsi che il Pontefice non stia predicando nel deserto.

Lascia un commento