L’Italia, con inusitato pragmatismo, rilancia una strategia di rafforzamento europeo senza allentare il legame transatlantico.
Una strategia che per fortuna non riguarda il presenzialismo o meno a questo o quel minisummit.
Le alleanze riguardano i paesi, il loro futuro, non i governanti del momento o la simpatia che possono suscitare, e le prossime settimane, con una serie di vertici, saranno cruciali. Occorre una strategia, una visione globale, e non è detto che in un clima di riposizionamento e di difficoltà quasi personali di alcuni governanti, alcune iniziative, come quelle dei volenterosi, invece di essere propedeutiche al ra5orzamento, non siano invece velleitarie, e nocive, favorendo azioni centrifughe.
L’azione italiana appare centripeta, nel tentativo di riportare al centro la credibilità (e la deterrenza) dell’occidente, di cui la UE fa parte, ma solo parte, mentre per comportamenti procedure e risultati non sembra ancora esserne l’essenza.
Il mondo occidentale, quello che deve far fronte alle minacce alle nostre conquiste democratiche e di vita, non solo di benessere in bilico, si sta ricompattando, al di la delle alleanze, bisogna recuperare quella consapevolezza di cui si è già trattato in precedenti articoli .
Occorre ricompattare le alleanze, per noi in particolare quelle che dovrebbero assicurare direttamente ed indirettamente (la globalità riguarda anche questi aspetti) la sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, Contano i rapporti bilaterali (quelli che gli USA certamente previlegiano) quanto quelli multilaterali, forse li anticipano e ne facilitano la tenuta.
Troppo spesso nel nostro paese si trascura la geografia, dimenticando di considerare la distanza tra Milano e Roma e Kiev, minore di quella con Palermo …. se si pensasse alle distanze, oltre che alle “forze”, ci si renderebbe conto che nei “dintorni” bisogna includere e considerare come partner nella difesa paesi che non fanno parte della UE come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina, pur essendo questi necessari per una nuova rete di sicurezza europea, come ci si dovrebbe conto della necessità di forme di partenariato con paesi dell’Indopacifico, altrettanto necessari, che negli ultimi tempi l’Italia ha curato.
Nel nostro paese, massima arena di opinionisti di tendenza o schieramento, dovrebbe essere il momento di capire e definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti non sono il “cattivo” della rappresentazione anche se insistono ossessivamente nel chiedere agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa.
La guerra in Ucraina ha riportato le tensioni e le minacce della Guerra Fredda, che si voglia o no riconoscerlo, ed occorre riflettere sul “come” il continente – e non solo la UE – deve organizzare organizza la propria difesa, e riflettere soprattutto “con chi”, con troppi ammiccamenti a chi certamente non condivide i nostri valori.
La tardiva scoperta dell’ “Esercito Europeo” e la concentrazione su questo tema è solo una tattica dilatoria di quei falsi movimenti pacifisti che hanno molta voce molta visibilità solo perché abbiamo trascurato, dal crollo del muro di Berlino, quella cultura della Difesa e della Sicurezza, che non è bellicismo ma solo cultura dell’ appartenenza .
Una cultura dell’appartenenza, della nostra identità nazionale ed europea che dovrebbe portarci a comprendere che una politica di sicurezza credibile non può essere limitata ai soli membri dell’Unione europea (e ad agire di conseguenza). Bisogna pensare non solo a rapporti, ma anche ad una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.
Nulla di nuovo, solo quel concetto iniziale di NATO (certamente di rivedere) che ha assicurato a tre generazioni la possibilità di vivere e crescere in pace … come non si era mai verificato nella storia, Non si tratta di sostituire l’Alleanza atlantica, ma di contare di più come Pese e soprattutto come UE, che non deve essere solo una unione normativa e di sovrapposizione di burocrazie assillanti, autogeneranti, auto giustificanti.
Si dovrebbe puntare ad un’Alleanza Atlantica capace di rapportarsi con la situazione e le crisi globali, e con i relativi attori, con un maggior peso, una maggiore credibilità della UE.
La spesa militare è solo uno dei molti aspetti, da quelli industriali (con risvolti di integrazione civile militare) a quelli infrastrutturali, delle vie di comunicazione, soprattutto alla logistica, fatta di basi ma non solo (logistica che dovrebbe essere o diventare uno dei punti di forza del nostro paese, anche in termini resilienza).
La crisi del Mar Rosso, la situazione dell’ area MENA che non è solo Gaza, ed infine il blocco di Hormuz ci riguardano e non solo per i rifessi del mercato energetico, con complessità che dovrebbero ricordarci altri tempi in cui siamo riusciti non solo ad uscirne, ma di essere attori importanti (le crisi del ‘56, del ‘73, solo per ricordarne alcune) Lo stesso piano “Mattei”, da vituperato a osannato secondo gli schieramenti ideoogici, andrebbe considerato in questo contesto, anche di spese per la sicurezza.
Il confronto, non solo tra europei, ma in primo luogo con il partner di spartiacque (oggi molto ingombrante, ma questo fa parte della democrazia e delle alternanze della stessa) si deve sviluppare in forma articolata, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali.
La difesa e la sicurezza non sono alternative al welfare, anzi lo sostengono, non possono diventare né in Italia né in altri Paesi UE e non (Francia e UK in primo luogo) materia di campagna elettorale e di dilazioni Il tempo e le minacce incombono, e questo dovrebbe far riflettere sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico.
Il nostro peso, come Paese e come FFAA, sia in Europa sia a livello atlantico e globale, dipende anche dall’integrazione di sistemi e per questo entrano in gioco e contano anche le basi presenti sul territorio italiano ed occorre muoversi con cautela ma anche in forma propositiva nel dibattito in corso con e negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente.
Quando si parla di una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare, da parte nostra occorre un’attenta valutazione del piano di “riarmo” tedesco, da analizzare in profondità, dal punto di vista economico ed industriale prima che militare (e sarà oggetto del prossimo intervento).
La strategia italiana, sperando che non si registrino cedimenti elettorali o di coalizione, e sperando in un’ottica bipartisan, dovrebbe basarsi sull’assunzione di responsabilità ed una maggiore condivisione degli impegni, compresi quelli di necessità interne, gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale. GIAN CARLO PODDIGHE
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