Raid News 24

Lo stretto di Hormuz “è chiuso e non riaprirà fino a quando gli Usa non cambieranno atteggiamento e rispetteranno i loro impegni”. Lo ha affermato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran in dichiarazioni riprese dall’agenzia Irna. “Devono prima compiere azioni concrete”, ha aggiunto Rezaei riferendosi agli Stati Uniti, ribadendo la posizione di Teheran sulla riapertura del passaggio strategico per il traffico energetico mondiale.

Cnn: nuovo giro di vite economico degli Usa

Gli Stati Uniti stanno pianificando un ulteriore giro di vite economico sull’Iran. Lo riporta la Cnn. Il segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent terrà una conferenza stampa domani dopo aver promesso di applicare misure “mai viste prima” contro Teheran. Tutto questo dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato un “D-Day economico” contro l’Iran. Gli Stati Uniti impongono sanzioni all’Iran dal 1979, dopo il sequestro dell’ambasciata statunitense a Teheran in seguito alla Rivoluzione iraniana, secondo il Dipartimento di Stato americano. Un rapporto del Congressional Research Service (CRS) sulle sanzioni statunitensi contro l’Iran afferma che sono state utilizzate per “scoraggiare, limitare e incoraggiare un cambiamento nel comportamento ostile del regime iraniano”. “Le sanzioni statunitensi contro l’Iran sono probabilmente il più ampio e completo insieme di sanzioni che gli Stati Uniti mantengono contro qualsiasi Paese”, afferma il rapporto.

Intanto, i ministri degli Esteri di Egitto e Iran hanno discusso, in una conversazione telefonica, degli ultimi sviluppi regionali e degli sforzi per ridurre le tensioni e tornare alla diplomazia. Lo riporta l’agenzia iraniana Mehr. Badr Abdelatty e Abbas Araghchi hanno esaminato la situazione attuale nella regione e gli sforzi per preparare il terreno alla de-escalation e al ritorno al dialogo diplomatico, compresi i negoziati tra Oman e Iran e l’attuazione del Memorandum d’intesa firmato tra Stati Uniti e Iran, con l’obiettivo di raggiungere un accordo globale e duraturo.

Abdelatty ha sottolineato l’importanza di intensificare gli sforzi diplomatici in corso per ridurre le tensioni attuali e raggiungere intese pacifiche che ripristinino la sicurezza e la stabilità nella regione. Il ministro ha inoltre evidenziato l’importanza cruciale di garantire la libertà di navigazione internazionale, il rispetto della sicurezza e della stabilità degli Stati del Golfo Persico e la tutela degli interessi di tutti i popoli della regione. Araghchi, da parte sua, ha espresso il suo punto di vista sugli sviluppi attuali e sulle sfide che attendono i negoziati.

Medio Oriente, contatti riservati Israele-Turchia

Israele e Turchia hanno stabilito contatti riservati con l’obiettivo di evitare attriti sulla Siria. Lo riferisce l’emittente pubblica israeliana Kan, citando un funzionario della difesa anonimo, secondo quanto riporta Times of Israel.

“Israele non desidera trasformare la Turchia in un nemico”, afferma la fonte. “Ma quando i messaggi non sono d’aiuto, Israele è costretto ad agire”. Dichiarazioni che giungono dopo le notizie diffuse nello Stato ebraico secondo cui Gerusalemme avrebbe tentato di avvertire Ankara prima di colpire una base in Siria la scorsa settimana, a causa del presunto dispiegamento di truppe turche nella base. Israele, secondo quanto riporta Kan, considera il radicamento turco in Siria, in particolare l’introduzione di sistemi di difesa aerea, droni e missili che potrebbero minacciare la sua superiorità aerea, come una linea rossa.

Le dichiarazioni fanno eco a quelle del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il quale ieri sera ha affermato che Israele “non ha alcun interesse in un’escalation con la Turchia”, cercando di allentare le tensioni aumentate dopo l’attacco israeliano alla base di al-Duhur. “Ci impegniamo a preservare lo status quo”, ha dichiarato Sa’ar, aggiungendo: “Non accetteremo la creazione di basi turche in Siria”. Israele e Turchia mantengono tuttora relazioni diplomatiche, sebbene i contatti ad alto livello siano stati congelati dalla fine del 2023.

“Israele accetti la Palestina”, appello di 100 ex diplomatici

Oltre 100 ex diplomatici francesi e britannici hanno affermato che la Palestina viene cancellata sotto gli occhi del mondo e hanno chiesto un intervento urgente, compreso un divieto commerciale e di vendita di armi, per spingere Israele ad accettare uno Stato palestinese. La denuncia è contenuta in una lettera congiunta senza precedenti, indirizzata al presidente francese Emmanuel Macron e al primo ministro britannico Andy Burham, che abbandona il linguaggio diplomatico accusando Israele di pulizia etnica e avvertendo che il mondo non considera più Israele una vera democrazia.

Sostenendo che Gran Bretagna e Francia abbiano svolto un ruolo chiave nella formazione del Medio Oriente moderno e ricordando che entrambi i paesi hanno riconosciuto la Palestina come Stato nel 2025, i diplomatici affermano che i loro paesi hanno ora la responsabilità di “fare fronte comune sulla linea di faglia fondamentale della regione: la parità dei diritti per israeliani e palestinesi”.

La lettera è stata firmata da 52 ex diplomatici francesi e 50 ex ambasciatori britannici, molti dei quali hanno prestato servizio in Medio Oriente, ricoprendo incarichi di alto livello in Egitto, Iran, Bahrein, Israele, Siria, Turchia, Kuwait, Arabia Saudita e Qatar.

Tra i diplomatici britannici figurano anche due ex inviati alle Nazioni Unite, Jeremy Greenstock ed Emyr Jones Parry, e un ex direttore del ministero degli Esteri per il Medio Oriente, Edward Chaplin. Tra i firmatari francesi ci sono pure Patrice Paoli, ex direttore per il Medio Oriente presso il Ministero degli Esteri francese, e Stanislas de Laboulaye, ex console generale a Gerusalemme.

La lettera, consegnata al Guardian e a Le Monde, viene pubblicata due giorni dopo che il Regno Unito e la Francia, insieme ad altri nove Paesi, hanno condannato la pubblicazione da parte del governo israeliano dei bandi di gara per il progetto di insediamento E1, affermando che le abitazioni proposte “allontaneranno ulteriormente Israele dalla pace e mineranno la sua reputazione internazionale”. Tale dichiarazione non conteneva alcuna minaccia esplicita di conseguenze, a parte un avvertimento alle imprese presenti nei rispettivi Paesi affinché non partecipassero alle gare d’appalto, poiché investire nella costruzione di un insediamento illegale potrebbe comportare ripercussioni legali e reputazionali. Il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, ha descritto i bandi di gara per 1.200 abitazioni che divideranno la Cisgiordania come una minaccia distruttiva alla fattibilità di una soluzione a due Stati e ha convocato la più alta diplomatica israeliana attualmente nel Regno Unito, l’incaricata d’affari Daniela Grudsky Ekstein.

In risposta, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha promesso che Israele non rimarrà passivo, affermando che “il popolo ebraico ha il diritto di vivere in tutto Israele, così come il popolo britannico ha il diritto di vivere in tutto il Regno Unito”. I diplomatici sperano che la loro lettera eserciti pressione su Macron e Burnham affinché impongano sanzioni specifiche a Israele, nel tentativo di mantenere viva la soluzione dei due Stati.

Tra i diplomatici è in corso un acceso dibattito sulla possibilità che il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, attraverso provocazioni militari e politiche, stia cercando di spingere i Paesi a ritorsioni che possano favorire le sue possibilità di vittoria alle elezioni del 27 ottobre.

Gli ex diplomatici sostengono che il riconoscimento della Palestina, ormai atteso da tempo, “deve concretizzarsi con azioni urgenti a tutela del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, poiché il governo israeliano cerca di distruggere ogni prospettiva di uno Stato palestinese indipendente, dimostrando disprezzo per la legge, le sentenze della Corte internazionale di giustizia e innumerevoli risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

“I nostri governi – si legge – hanno a cuore la sicurezza del popolo israeliano, così come sono inorriditi dalla sofferenza del popolo palestinese sotto occupazione. Hamas ha commesso crimini efferati il 7 ottobre 2023, ma nulla giustifica la politica sistematica di Israele di distruzione di Gaza e della sua popolazione. L’affermazione di Netanyahu secondo cui Israele deve vivere di spada è moralmente sbagliata e controproducente. Mette in pericolo la sicurezza di Israele e non lascia spazio alla negoziazione. Di conseguenza, il mondo non vede più Israele come una vera democrazia: non c’è nulla di democratico nel privare gli altri dei loro diritti e della loro terra.

“A Gaza, un milione di palestinesi sono confinati nel 30% del loro territorio devastato, affamati, privi di medicine e di alloggi. Oltre 1.200 palestinesi sono stati uccisi dal cosiddetto “cessate il fuoco”. A Gerusalemme Est e nel resto della Cisgiordania, le demolizioni di case palestinesi e la dilagante violenza dei coloni – con la complicità dell’esercito e della polizia israeliani – equivalgono a una pulizia etnica. La Palestina viene cancellata sotto i nostri occhi. Questa politica di occupazione e distruzione si estende al Libano – dove molti villaggi sono stati rasi al suolo – e alla Siria. È una macchia sulla coscienza dell’umanità, che richiede un intervento da parte del Regno Unito e della Francia”.

Gli ex diplomatici esortano i due Stati ad adottare sette misure politiche: rispettare le decisioni della Corte internazionale di giustizia e della Corte penale internazionale; sospendere l’accordo di associazione UE-Israele e l’accordo commerciale e di partenariato Regno Unito-Israele per violazione delle disposizioni in materia di diritti umani; sospendere i trasferimenti di armi da e verso Israele e ogni forma di cooperazione militare bilaterale; insistere sull’accesso illimitato agli aiuti a Gaza, guidati dall’UNRWA, da altre agenzie ONU e da ONG internazionali, con conseguenze in caso di inadempienza, e garantire l’accesso anche a giornalisti, diplomatici e parlamentari; vietare qualsiasi commercio con gli insediamenti, inclusi beni, investimenti, assicurazioni e altri servizi finanziari; avvertire i potenziali offerenti per l’insediamento E1, la “linea rossa”, o per altri finanziamenti/costruzioni di insediamenti, che i loro interessi nel Regno Unito e in Francia ne risentiranno. Rendere reato l’acquisto di proprietà su terre palestinesi rubate per i cittadini britannici e francesi e revocare lo status di ente benefico alle “organizzazioni benefiche” che finanziano gli insediamenti.

I diplomatici bilanciano le loro critiche a Israele affermando che i palestinesi “devono garantire che lo Stato riconosca i diritti umani”. E sostengono: “Sebbene i nostri due governi possano fare molto per aiutare la Palestina a diventare una nazione democratica pienamente funzionante, l’attenzione deve concentrarsi sulla determinazione di Israele a impedire tale esito”.

La guerra russo-ucraina

Le elezioni in tempo di guerra sarebbero pericolose per il Paese: parola di Volodymyr Zelensky. “Penso che in una guerra come questa, le elezioni in quanto tali rappresentino un rischio enorme”, ha detto Zelensky, aggiungendo che sarebbero uno “tsunami” che “frantumerebbe l’Ucraina”.

A sollecitare il ritorno alle urne era stato alcuni giorni fa l’ex ministro della Difesa dell’Ucraina, Mykhailo Fedorov, che, chiedendo lo svolgimento di elezioni presidenziali nel Paese nonostante la guerra, aveva di fatto lanciato una delle più significative sfide politiche al presidente Zelensky dall’inizio del conflitto.

In un intervento pubblicato sul suo canale YouTube, Fedorov aveva sostenuto come il Paese potesse continuare a combattere contro la Russia senza rinunciare al processo democratico. “L’Ucraina può contemporaneamente combattere e rimanere una democrazia”, aveva affermato l’ex ministro. “Non dobbiamo permettere a Putin di decidere quando gli ucraini possono scegliere il proprio governo. La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia. Combattiamo proprio perché vogliamo rimanere uno stato europeo libero. Pertanto, dobbiamo trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata”, aveva aggiunto l’ex ministro, aggiungendo che la democrazia “fa parte di ciò per cui stiamo lottando oggi”.

Fedorov aveva anche richiamato l’attenzione sulla necessità di garantire il diritto di voto ai militari, a milioni di ucraini all’estero e alle persone che vivono nelle regioni di prima linea. Tra le condizioni obbligatorie Fedorov aveva posto la sicurezza del processo elettorale, l’indipendenza delle istituzioni e la fiducia nel risultato. Secondo l’ex ministro, l’Ucraina ha fatto molte volte ciò che il mondo considerava impossibile, quindi può trovare una soluzione anche in questa situazione. “Le persone non possono vivere indefinitamente in una situazione in cui non sanno perché vengono prese certe decisioni, perché alcune riforme vanno avanti mentre altre vengono bloccate, perché decisioni necessarie oggi in prima linea vengono dibattute nei governi per mesi”, ha affermato. Altrimenti, ha concluso, si può diffondere l’idea che il criterio principale per la selezione dei funzionari non sia la professionalità, bensì la lealtà al sistema. “Uno Stato moderno non può funzionare in questo modo”.

Zelensky ha licenziato Fedorov durante un rimpasto di governo all’inizio di quest’anno, una decisione che ha scatenato proteste in tutto il Paese. Da allora Fedorov ha rifiutato altri incarichi governativi offerti dal presidente ucraino, ribadendo che sarebbe tornato solo come ministro della Difesa.

Esiste un corridoio di opportunità per porre fine alla guerra in Ucraina, dal vertice del G20 del prossimo dicembre fino alla fine dell’estate del 2027. Lo ha affermato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante un incontro con i giornalisti, secondo quanto riportato da un corrispondente dell’agenzia Unian. “Poi inizieranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Crediamo che oggi questa sia la fase più attiva in cui la diplomazia possa portare alla fine della guerra”. Zelensky ha aggiunto che i negoziatori americani stanno cercando di trovare un formato per i colloqui che i russi possano accettare senza la condizione del ritiro delle Forze di Difesa dal Donbass. Tuttavia, la Russia continua a pretendere questo territorio dall’Ucraina, affermando che il suo esercito finirà comunque per conquistarlo. “Ai russi non importa quante vittime avranno e quanto tempo ci vorrà. Vogliono comunque raggiungere questo obiettivo – ha aggiunto il presidente ucraino. – Ho una domanda: chi ci garantisce che non andranno oltre? Vi assicuro che finora né l’America né l’Europa possono dare tali garanzie. Ma è risaputo che i russi vogliono andare oltre”, ha osservato.

Putin: “Danni all’economia dai raid ucraini ma Kiev non ha avuto vantaggi”

Gli attacchi di Kiev hanno inflitto danni economici e causato perdite, ma non hanno portato alcun vantaggio all’Ucraina. Lo ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin. “Naturalmente, gli attacchi contro infrastrutture civili, di fatto non protette, e soprattutto contro i civili, hanno inflitto danni economici al nostro Paese. Hanno causato perdite”, ha riconosciuto in un’intervista al corrispondente del servizio di informazione Vesti, Pavel Zarubin.

“Un’inversione di rotta nello scontro con la Russia non poteva avvenire, e non e’ avvenuta”, ha affermato Putin. “Il regime di Kiev e i suoi finanziatori non possono ottenere alcun vantaggio, non ne hanno ottenuto alcuno, e non ne otterranno mai”, ha concluso.

La Russia potenzierà il sistema di difesa aerea, ha sostenuto Putin nella stessa intervista alla radio/tv pubblica Vesti. Il presidente russo si è inoltre detto convinto che non ci saranno carenze alimentari sul mercato mondiale: la Russia ha un grande potenziale di esportazione di cereali, almeno 60 milioni di tonnellate, ha garantito.

La Russia è pronta per colloqui con l’Ucraina basati sulla situazione sul terreno, non sulle proposte “esotiche” di Kiev, ha affermato Putin. “Le proposte che ci vengono comunicate a volte, devo dire, sono di natura esotica e sono inaccettabili”, ha detto. “Siamo sempre pronti al dialogo sulla pace, ma solo sulla base delle realta’ che si formano sul campo”, ha sottolineato.

“L’intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina e’ una risposta alle loro attivita’ di attacco al territorio russo”, ha affermato Putin, intervistato da Vesti. “Gli attacchi garantiscono che i produttori non possano piu’ fabbricare munizioni e armi come facevano prima”, ha aggiunto. “Se volete bloccare la nostra logistica, il nostro esercito rispondera’ immediatamente. Riceverete una risposta contro le vostre infrastrutture”, ha minacciato, secondo la tv “RtRussia”.

Il nemico sta cercando di sabotare le prossime elezioni della Duma e altre elezioni, ma la Russia non glielo permetterà, ha affermato Putin: tali tentativi sono destinati al fallimento. “Il nemico sta cercando di confonderci e di sabotare le elezioni. Non glielo permetteremo. Sono sicuro che anche questo tentativo di pressione comunicativa e psicologica sulla societa’ russa e’ destinato al fallimento. Continueremo certamente a rafforzare lo Stato russo e la legittimita’ del governo”, ha dichiarato Putin in un’intervista al corrispondente del servizio di informazione Vesti, Pavel Zarubin.

Il Cremlino: “Possibile un incontro Putin-Trump al vertice Apec”

Se il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parteciperanno al vertice Apec in Cina, in programma il 18 e 19 novembre a Shenzhen, “inevitabilmente si incontreranno e avranno una conversazione”. Lo ha affermato l’assistente presidenziale russo Yury Ushakov.

“C’è ancora molto tempo prima del vertice. Se i leader parteciperanno allo stesso evento, credo che inevitabilmente si incontreranno e avranno una conversazione”, ha detto Ushakov in un’intervista con il giornalista di Vesti News Service Pavel Zarubin.

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