“I miei sessant’anni? Mick Jagger ne ha 87, a confronto io a 60 anni sono un pischello! Ormai la musica è una roba da anziani, l’abbiamo sdoganata sta roba qua. Però li sento soprattutto riguardo a un grande cambio generazionale: c’è una musica nuova che esce e mi disorienta, con la quale faccio fatica ad entrare in sintonia per una questione di linguaggio”. A dirlo è stato Lorenzo Jovanotti ad Olbia in occasione della data zero del Jova Summer Party 2026, il grande festival itinerante che lo vedrà impegnato tra palco e oltre 2.000 chilometri in bicicletta.
“È un mondo emerso con valori molto diversi da quelli con cui sono cresciuto io – prosegue Lorenzo – un mondo legato ai simboli di ricchezza rappresentato soprattutto dall’hip hop. Io sono cresciuto con un hip hop che era party ma anche rivalsa sociale e diritti civili, mentre quello di oggi ostenta un ‘avercela fatta’”.
Sul palco della città sarda, che ha dato il via al viaggio estivo dell’Arca, Jovanotti si è esibito affiancato da una line-up dal carattere libero e internazionale: Gabry Ponte nel ruolo di guest star e main DJ della giornata, insieme a Dov’è Liana, Il Mago del Gelato, Nana Benz du Togo, Chicha Libre, HEVA e BELS. Tra elettronica, pop, suggestioni tropicali, psichedelia e musica da ballo, ad infiammare la serata c’è stato anche l’ospite a sorpresa Alfa, con cui Lorenzo ha firmato la hit estiva “Buon Vento”. Ad accompagnarlo, la sua storica “J Street Band”, vera colonna portante dello show: Saturnino al basso, Adriano Viterbini alla chitarra, Christian “Noochie” Rigano e Franco Santarnecchi alle tastiere, Carmine “B-Dog” Landolfi alla batteria, Moris Pradella alla chitarra e cori, Micol Touadi e Jennifer Vargas ai cori, Leo Di Angilla e Kalifa Kone alle percussioni, e la sezione fiati diretta da Gianluca Petrella al trombone con Camilla Rolando alla tromba e Sophia Tomelleri al sax.
Lo spettacolo si è aperto e si aprirà ogni sera con “L’arca di Lorè”, un original movie di circa cinque minuti scritto da Lorenzo con Federico Taddia e Steve Polli e diretto dallo stesso Jovanotti. Un cortometraggio poetico e avventuroso centrato sul simbolo della barchetta di carta, che fa da soglia narrativa tra il villaggio del pomeriggio e il live serale: “Un riferimento alla Global Sumud Flotilla? Lo è in maniera involontaria, e questo non mi dispiace. In realtà è un riferimento precedente legato all’avventura e alla fantasia. La barchetta è il primo oggetto che impariamo a costruire da bambini partendo da un foglio. Ha a che fare col bambino interiore e col ‘puer aeternus’, non gli darei un connotato politico, anche se non mi tiro certo indietro”.
L’artista ha parlato apertamente anche delle sue condizioni fisiche: “Ogni giorno sto un po’ peggio. Ho imparato a convivere con una situazione di un danno neurologico permanente, ma ci convivo felicemente perché capisco cosa posso fare. L’impresa in bici? Me l’ha sconsigliata il dottore, ma non è il conseguimento di un record: se dovessi sentire che non ce la faccio, mi fermo”.
“Questo formato qui è un formato grande, perché facciamo grandi numeri, però è un formato in cui c’è comunque una rottura degli schemi dello stadio – sottolinea Jovanotti spiegando il format di questo grande tour estivo – per cui la gente si vive un’esperienza di una giornata un po’ come fosse un festival”.
Ampia la riflessione sugli stadi: “Chi cazzo s’aspettava che oggi si facessero gli stadi come se fossero noccioline. Ma, parliamoci chiaro, lo stadio è l’ambiente peggiore per vedere un concerto dal punto di vista musicale, il contenitore più penalizzante perché non senti e non vedi niente, lo vedi in TV. Nello stadio lo spettacolo sei tu che vivi l’esperienza collettiva di massa, l’unica grande liturgia rimasta. Ma se la musica diventa solo quella è un peccato, anche perché so che chiudono i club dove si suona dal vivo e fanno fatica a stare in piedi”.
Sulla nuova musica cita due artisti internazionali di grande livello: “Se tu pensi a Bruno Mars c’è tutta la parte più rap che è quella che riempie gli stadi oggi, che era impensabile, che è interessante, però non è la mia. Non è che io vivo di che devo inseguire il mondo che cambia. Nella musica ci sono dei fenomeni eccezionali che io adoro come Bad Bunny, io sono un suo fan dall’inizio, per cui non posso dire di averlo scoperto ora, però c’è un bel mondo che mi piace”.
Sulle scelte artistiche del tour, Jovanotti ha rivendicato l’apertura verso sonorità internazionali e la funzione catartica del live: “L’Italia è diventata molto chiusa musicalmente, siamo diventati molto ombelicali e lo dico io che sull’ombelico ci ho costruito una carriera. Mi piaceva l’idea di invitare cose minori, strane e interessanti da tutto il mondo. È tutto nato dall’idea di suonare con questo spirito molto funk”. “Voglio che sia una festa, ne abbiamo bisogno per quello che la musica può fare in mezzo alle tragedie che stiamo vivendo e dallo scrolling continuo di notizie drammatiche”, ha concluso con il sorriso e la voglia di stupire ancora da eterno ragazzo.
Lascia un commento