Gli Ultimo saranno primi

C’è ancora luce quando Fabrizio Moro per mezz’ora scalda un prato che sembra non avere confini con i 6 pit e i 250 mila fan presenti. La sua voce ruvida corre sopra le teste, prepara il terreno, apre il varco qualcosa che non si è mai visto prima. È una staffetta tra generazioni romane, un passaggio di testimone che il pubblico intuisce e accompagna. Poi, quando Moro dopo la sua “Portami via” saluta, lo sguardo di tutti si alza verso il cielo: un puntino nero all’orizzonte cresce, e dopo un rombo appare un elicottero. Ultimo arriva così, dall’alto, sorvolando la marea che lo aspetta proprio come aveva fatto Vasco Rossi a Modena Park. Non è un ingresso, è un’apparizione così come la scelta di entrare in scena con la frase della Bibbia “Beati gli ultimi perché saranno i primi”. Duecentocinquantamila persone, un numero che sulla carta è astratto e che dal vivo si trasforma in un mare umano capace di togliere il fiato. “Questo non è solo un concerto, questo è il giorno che aspettavo. Questa è la favola per sempre”, dice alla folla. E la favola comincia davvero, con l’intro che si scioglie in “Pianeti“, uno dei brani-manifesto che il pubblico conosce parola per parola, come una preghiera collettiva urlata sotto il cielo romano.

La scaletta è un viaggio costruito con intelligenza drammaturgica, un’alternanza calibrata di momenti che spezzano il cuore e altri che fanno esplodere la gioia. Dopo “Il capolavoro” e la corsa festosa di “Sono pazzo di te” con i fiati, arrivano i colori più intimi: “Lunedì”, “Ovunque tu sia”, quella “Bella davvero” che diventa un abbraccio corale. Le “Rondini al guinzaglio” volano sopra le teste, mentre “Cascare nei tuoi occhi” trascina la platea dentro l’immaginario romantico e ferito che è la cifra che contraddistingue da sempre la produzione di Ultimo. C’è un momento in cui il tempo sembra fermarsi. Ultimo racconta della sua nuova canzone: “Questa l’ho scritta nel 2022 a Londra guardando la luna dalla finestra, ora torno a quelle stradine”. E intona “Quando dorme la città”, un inedito che ha il sapore di una confessione notturna, di quelle che si fanno solo a chi ci si fida davvero. Il suo pubblico a cui deve tutto.

Il concerto vive di queste due anime. Da un lato la potenza dei tormentoni che diventano inni generazionali: “Colpa delle favole”, “I tuoi particolari”, “Il ballo delle incertezze”, “L’eternità (il mio quartiere)” quest’ultima cantata in duetto con Moro. Dall’altro le derive più festose e romanesche, quel “Fateme cantà” che sa di casa, di borgata, di appartenenza. Un mix di piano e voce ricuce i fili con le prime, indimenticabili canzoni: gli interludi che si aprono su “Questa insensata voglia di te”, “Buon viaggio”, “Quel filo che ci unisce”. Un ragazzo, un pianoforte, e il ricordo di chi era prima di diventare tutto questo. “Ti dedico il silenzio” arriva come una carezza, prima che la reprise di “Pianeti” trasformi il prato in una galassia. “Il 4 luglio del 2019 feci il mio primo stadio e vi chiesi di accendere tutto: ve lo chiedo anche stasera.” Migliaia di piccole stelle terrestri rispondono a quelle vere. È un cielo sotto un cielo come non se ne è mai visto in nessun altro live. È l’immagine che Ultimo stesso definisce il suo capolavoro: non un brano, non un disco, ma quella marea di corpi e voci che ha scelto di stare insieme. Di essere un noi. Dopo tutto questo Ultimo si scatena urlando le sue hit più amate come “22 settembre” e “Altrove”.

Prima di chiudere legge la lettera che aveva anticipato sui social ai suoi fan: parla di quando immaginava tutto questo, di quella voglia feroce di successo che aveva da adolescente, e della strana certezza che ce l’avrebbe fatta. “Sapevo che sarei arrivato qui, non so come, ma lo sapevo.” Il finale è una festa piena, con “Sogni appesi” e 250 mila persone che urlano “Da sempre un obiettivo, dalla parte degli ultimi per sentirmi primo”. Poi qualcosa si incrina: gli occhi di Ultimo si fanno lucidi, la voce trema. Si commuove davanti a tutto quello che ha costruito inchinandosi forse mai così sincero. E allora partono i fuochi d’artificio, lunghissimi, a squarciare il buio sopra Tor Vergata. Ringrazia la sua Roma e urla, mentre il cielo explosive: “Siamo nella storia, non smettete mai di credere alle favole!” Quando le ultime luci si spengono e la marea comincia a defluire, resta la sensazione di aver visto qualcosa che forse non tornerà. Ma per lui, per il suo pubblico, per chiunque abbia avuto il privilegio di esserci, quella favola non ha una fine. Continuerà a risuonare, sospesa come un pianoforte nell’aria, ogni volta che si guarderà la luna da una finestra qualsiasi. Perché quella che era la favola, ora lo è davvero per sempre incisa nella storia.

Massimiliano Orfei

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