14 punti di uno sconcertante memorandum di scarsa intesa : ideologia e pragmatismo quali chiavi di lettura

Immediatamente dopo l’annuncio della firma e prima ancora di conoscere i contenuti si è scatenata l’onda degli opinionisti targati, meglio se dotati di una targhetta accademica, organici a specifici interessi, accuratamente preparati negli ultimi mesi, impegnatissimi a dimostraci la sconfitta e gli errori di Trump (ancora ieri sera – su un canale televisivo non certo sinistrorso – da parte di un accattivante accademico livornese di illustre cognome, noto per il suo viscerale antiamericanismo ed il suo incondizionale affetto moscocentrico)

Lo sconcertante documento pubblicato si presta certamente a interpretazioni, ed ovviamente esistono sia una lettura delegata (indiretta, mediata/pilotata) sia una lettura meditata, che comporta più ancora che interpretazione dei fatti dimestichezza con storia e strategia, e soprattutto economia.

Conoscenza delle premesse (oltre quattro decenni), delle tensioni e dei conflitti a macchia di leopardo, accettazione o meno delle teorie dell’ asse del caos, valutazione dei rischi relativi e soprattutto un tentativo di captare obiettivi a lungo termine, compreso quello di un riequilibrio di poteri e zone di influenza globali, in altri termini una (diversa ) visione del domani senza parlare di futuro, opinabile o meno.

Una provocazione, che potrebbe essere una delle risposte, conoscendo precedenti, contesto ed attori, riguarda il tentativo – come obiettivo – di rottura dell’asse del caos e la creazione di sfere di influenza diverse.

Si può dire e pensare di tutto su Trump, e la sua imprevedibilità, ma non che sia mosso da velleità di suicidio politico ma bensì da interessi e una visione a lungo termine, tanto egocentrica quanto di ritorno alla centralità statunitense (e una diversa interpretazione, non certo omogenea e rispettosa, di occidente e relativi valori) Personalmente stento a credere ad un cedimento su tutta la linea, e scartata l’ipotesi suicida, penso ad un gioco d’azzardo, per quanto estremo visto chi è seduto al tavolo e con ancora molte carte coperte, in cui la posta sia spostare l’Iran dall’attuale sfera di influenza, partendo dall’interno e mantenendo la minaccia dall’esterno.

Personalmente credo sia impossibile interpretare il linguaggio giuridico/diplomatico che ha permesso a ciascuna delle parti di cantare vittoria, meglio se con i migliori menestrelli e noi in Italia ne abbiamo la prova provata: lo scambio non può essere evidente, anche se qualcosa si può percepire.

Per la controparte iraniana c’è la sopravvivenza di una delle due fazioni (ricordiamo il precedente, il copione Venezuela) e questo può essere favorevole a Trump: per lui non sono in gioco gli “ideali” che hanno marcato le azioni dem, da Carter a Obama, ma “valori reali” da negoziare con chi detiene al momento il potere pur prevedendo “un” o “il“ cambio Nell’immediato Teheran potrà vendere il MOU come la prova di avere convinto l’avversario al riconoscimento di un debito di guerra, l’Amministrazione Trump lo presenterà in altro modo, certamente enfatizzando l’ “aspetto nucleare”. I cambi di regime, la transizione le condizioni interne non rientrano tra le priorità di Trump che preferisce trattare con chi detiene il potere immediato e partire da risultati concreti, più ancora se questo comporta l’indebolimento dell’asse del caos, del legame con la Cina (che è il vero obiettivo).

La lettura degli investimenti più che crediti va letta rispetto al totale (non riguarda solo i capitali sotto controllo USA ma anche quelli depositati nei paesi “amici” del Golfo, quindi una frazione del totale) e soprattutto andrebbe forse letta con un lontano precedente, il Piano Marshall: anche allora si trattò di una somma enorme spropositata, a favore dei perdenti, ma beneficiò l’economia americana e impedì la deriva sovietica dei beneficiari…

Cosa succederebbe in Iran con tale iniezione di capitali (fondamentalmente di interesse USA…e certamente non di piena e incondizionata diponibilità degli ayatollah e meno dei pasdaran) ?

Perché i tanti menestrelli sorvolano sulle frizioni/tensioni che la firma del MOU, ed ancor più le trattative, hanno suscitato all’interno del regime iraniano? Un aspetto, anzi una crepa, da non sottovalutare. Nessuno può, al momento e sulla base di quanto meditatamente pubblicato dovrebbe cantare vittoria, ma se al di là dello sfruttamento di virgole, parole e codicilli dei 14 punti, il perdente non apparisse e fosse un altro…? GIAN CARLO PODDIGHE

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