Oggi Miles Davis avrebbe compiuto 100 anni. E a oltre 60 anni dalla morte il suo nome è ancora saldamente inciso nelle pagine della storia stessa del jazz. Di più: Miles Davis è il jazz. Pochi artisti hanno incarnato un genere in modo così totale, attraversandone ogni trasformazione e cambiandone continuamente il linguaggio. Dal bebop al cool jazz, dal modal alla fusion, Davis non segue mai il jazz: lo riscrive. E la sua tromba resta ancora oggi il suono più riconoscibile del genere musicale.
In carriera pubblica circa 50 album in studio e firma alcuni dei dischi più influenti del Novecento, come “Kind of Blue”, che resta l’album jazz più venduto e celebrato di sempre, mentre brani come “So What”, “Freddie Freeloader”, “Blue in Green” e “All Blues” diventano classici assoluti. A questi si aggiungono lavori fondamentali come “Birth of the Cool”, “Sketches of Spain”, “In a Silent Way” e “Bitches Brew”, che cambiano più volte la direzione del jazz contemporaneo.
Miles Dewey Davis III nasce il 26 maggio 1926 ad Alton, in Illinois, e cresce a East St. Louis in una famiglia afroamericana benestante. Il padre è dentista, la madre insegnante di musica. Riceve la prima tromba a 13 anni e sviluppa presto uno stile essenziale e lirico, lontano dal virtuosismo dominante dell’epoca.
Negli anni Quaranta si trasferisce a New York per studiare alla Juilliard School, ma frequenta soprattutto i club della scena bebop. Suona con Charlie Parker e Dizzy Gillespie, entrando rapidamente nel cuore del jazz americano.
Alla fine degli anni Quaranta Davis prende le distanze dal bebop più frenetico e sperimenta sonorità più morbide e sofisticate. Nasce così Birth of the Cool, disco destinato a diventare il manifesto del cool jazz.
È il primo segnale di una carriera costruita sul cambiamento continuo. Davis evita di ripetersi e sposta costantemente in avanti il linguaggio del jazz.
Negli anni Cinquanta arriva la consacrazione. Forma il primo grande quintetto con John Coltrane e pubblica album fondamentali come “Round About Midnight” e “Milestones”.
Nel 1959 esce Kind of Blue, considerato ancora oggi il disco jazz più influente di sempre. Con il jazz modale, Davis libera l’improvvisazione dagli schemi armonici tradizionali e apre una nuova fase nella storia del genere. Negli anni Sessanta continua a innovare con il “secondo grande quintetto”, insieme a musicisti come Herbie Hancock, Wayne Shorter e Tony Williams.
Alla fine degli anni Sessanta Davis cambia ancora direzione. Con In a Silent Way e soprattutto Bitches Brew mescola jazz, rock, funk ed elettronica, aprendo l’era della fusion. La svolta divide pubblico e critica, ma influenza profondamente la musica dei decenni successivi, ben oltre il jazz.
Nonostante il successo, Davis vive sulla propria pelle il razzismo dell’America dell’epoca. Celebre l’episodio del 1959 davanti al Birdland di New York: durante una pausa dal concerto viene fermato e arrestato da un poliziotto bianco mentre si trova fuori dal locale in cui sta suonando.
Anche le dipendenze segnano a lungo la sua vita. Alla fine degli anni Quaranta cade nell’eroina e riesce a disintossicarsi solo nel 1954. Negli anni Settanta attraversa un nuovo periodo oscuro tra cocaina, antidolorifici e depressione, allontanandosi per anni dalle scene.
La vita sentimentale è spesso tormentata. Il matrimonio con Frances Taylor finisce tra tensioni e violenze domestiche. Importante anche il rapporto con Betty Davis, che lo avvicina al rock psichedelico e all’estetica funk della fine degli anni Sessanta. Negli anni Ottanta torna sulle scene con sonorità più pop ed elettroniche e ritrova una certa stabilità anche grazie alla relazione con Cicely Tyson.
Miles Davis muore il 28 settembre 1991 a Santa Monica, in California, a 65 anni. Da tempo soffre di problemi respiratori e negli ultimi mesi viene colpito anche da un ictus. La sua eredità attraversa ancora oggi jazz, rock, hip hop ed elettronica. Più che un semplice trombettista, Davis resta il simbolo di una musica in continua trasformazione.
Massimiliano Orfei
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