Il cessate il fuoco tra Israele e Libano è stato prorogato di 45 giorni. Lo annuncia il Dipartimento di Stato americano.
Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, ha dichiarato che la proroga è stata concordata dopo due giorni di colloqui “altamente produttivi” tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti. Pigott ha dichiarato che il Dipartimento riprenderà i negoziati “sul piano politico” il 2 e 3 giugno, mentre un “piano di sicurezza” sarà avviato al Pentagono il 29 maggio con delegazioni militari israeliane e libanesi. “Ci auguriamo che questi colloqui promuovano una pace duratura tra i due Paesi, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, e la creazione di una sicurezza autentica lungo il confine condiviso”, ha dichiarato in un post su X. A guidare le delegazioni che hanno portato alla tregua sono state due figure di lungo corso: il diplomatico libanese Simon Karam e l’ambasciatore israeliano a Washington Yechiel Leiter. Dopo una prima giornata definita “positiva e produttiva” da un funzionario statunitense, si attende l’esito dei nuovi faccia a faccia.
Nel frattempo continuano gli attacchi ai caschi blu da parte delle forze israeliane. Lo ha riferito il portavoce dell’Onu Farhan Haq. “Tre colpi di mortaio sparati dalle forze di difesa israeliane sono caduti a circa 70 metri a sud-ovest di una postazione della missione Unifil vicino a Rumaysh, nel Settore Ovest”, ha detto il portavoce. “Nelle prime ore di questa mattina – ha aggiunto – i caschi blu hanno segnalato un colpo all’interno e un altro nelle vicinanze di una postazione Onu ad Al Bayyadah, nel Settore Ovest”.
Bombe nel sud del Libano, sei morti
Al Jazeera riferisce che l’attacco aereo israeliano contro un centro di ambulanze nella cittaà libanese di Harouf ha causato la morte di sei persone, tra cui tre paramedici. L’attacco aereo ha provocato il ferimento di altre 22 persone.
Le difficoltà politiche restano molte. Hezbollah ribadisce la propria contrarietà a qualsiasi dialogo diretto con Israele, denunciando “concessioni gratuite” allo Stato ebraico.
A questo si aggiunge un quadro militare incandescente: attacchi continui da entrambe le parti, droni esplosivi lanciati dal gruppo sciita che hanno colpito aree israeliane vicino al confine, e un razzo intercettato contro truppe dell’Idf nel sud del Libano.
Raid, evacuazioni e vittime sul terreno
L’Idf ha emesso avvisi di evacuazione per diversi villaggi nelle zone di Tiro e Sidone, e ha condotto nuovi raid aerei contro Hezbollah. Ieri un colpo di mortaio ha ucciso un soldato israeliano, il ventenne Negev Dagan, nella zona del fiume Litani, portando a 19 il numero dei militari israeliani morti dall’inizio dell’ultima campagna. Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno causato almeno 2.951 morti e 8.988 feriti dall’inizio della guerra.
L’ONU: “Un’opportunità cruciale per fermare il conflitto”
In questo contesto, il coordinatore umanitario ONU per il Libano Imran Riza ha definito gli sforzi diplomatici in corso negli Stati Uniti “un’opportunità cruciale” per fermare il conflitto tra Israele e Hezbollah, auspicando che possano “aprire la strada a una soluzione politica”.
Il presidente dell’Iran al Papa: serve opposizione alle richieste di Usa e Israele
Sull’altro fronte, intanto, il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha chiesto a Papa Leone XIV di opporsi alle azioni degli Stati Uniti e di Israele, accusandoli di aver commesso “chiari crimini di guerra” con l’offensiva lanciata il 28 febbraio 2026 contro la Repubblica islamica, secondo quanto riporta l’agenzia stampa iraniana Mehr.
Nella lettera inviata al pontefice, Pezeshkian afferma che gli attacchi hanno provocato l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, di alti dirigenti politici e militari e di 3.468 cittadini iraniani, oltre a causare ingenti danni a scuole, università, ospedali, luoghi di culto e infrastrutture civili. Citando passi del Corano e della Bibbia contro l’arroganza, il presidente iraniano ha lodato le “posizioni morali, logiche ed eque” del papa sulla guerra, sottolineando che l’attacco è avvenuto mentre erano in corso negoziati diplomatici e sulla base di “pretesti falsi”.
Secondo Pezeshkian, la dichiarazione del presidente americano Donald Trump di voler “distruggere la storica civiltà iraniana” dimostrerebbe “l’illusione di un potere assoluto”.
Il capo dello Stato di Teheran ha ribadito che le diverse comunità religiose dell’Iran convivono pacificamente da secoli e che Teheran non ha mai minacciato i Paesi vicini. Tuttavia, ha aggiunto, l’utilizzo di basi americane negli Stati del Golfo Persico per condurre attacchi contro l’Iran ha costretto le forze iraniane a colpire, in “legittima autodifesa”, interessi dei Paesi aggressori nella regione.
Riguardo allo Stretto di Hormuz, Pezeshkian ha sostenuto che l’attuale situazione di insicurezza è una diretta conseguenza degli attacchi statunitensi e del blocco navale imposto da Washington. Il normale transito delle navi, ha assicurato, riprenderà non appena verranno meno le condizioni di instabilità, mentre l’Iran continuerà ad applicare “meccanismi di regolamentazione conformi al diritto internazionale”.
Il presidente iraniano ha infine riaffermato l’impegno del suo Paese per la diplomazia e per i colloqui mediati dal Pakistan, nonostante quelli che ha definito i ripetuti tradimenti degli Stati Uniti.
“La posizione dell’Iran contro le richieste illegali del governo americano è una difesa del diritto internazionale e degli alti valori umani”, ha scritto, auspicando una risposta internazionale “realistica ed equa” e ribadendo la volontà di risolvere le controversie attraverso il dialogo e mezzi pacifici, legali ed etici.
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