Si delinea il perimetro della missione militare multinazionale incaricata di garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, la via d’acqua strategica per il commercio globale di idrocarburi attualmente sotto la pressione delle manovre iraniane. La coalizione, definita a carattere “strettamente difensiva”, sarà guidata da Francia e Gran Bretagna e ha già raccolto l’adesione operativa dell’Australia e il sostegno diplomatico di diverse potenze globali.
Il ministro della Difesa australiano, Richard Marles, ha confermato che Canberra contribuirà con i velivoli da ricognizione Wedgetail E-7A, già operativi nella regione per la protezione degli Emirati Arabi Uniti. L’annuncio segue un vertice che ha coinvolto oltre 40 nazioni per discutere i piani postbellici nel quadrante.
Sul fronte diplomatico, emerge un’insolita convergenza tra Stati Uniti e Cina. Ad aprile, il Segretario di Stato americano Marco Rubio e l’omologo cinese Wang Yi hanno concordato di non permettere a nessun Paese di imporre pedaggi per il transito nello Stretto di Hormuz. Nonostante le tensioni, martedì almeno sei petroliere gestite da aziende cinesi hanno attraversato Hormuz. La questione sarà centrale nel vertice di questa settimana tra Donald Trump e Xi Jinping, mentre Pechino ha sollecitato il Pakistan a intensificare la mediazione tra Washington e Teheran.
Mentre la diplomazia lavora, i rapporti d’intelligence delineano uno scenario di forte tensione che mette in dubbio i successi tattici finora rivendicati. Secondo il New York Times, che cita fonti a conoscenza di valutazioni riservate dell’intelligence USA, Teheran avrebbe ripristinato l’accesso operativo al 90% delle sue strutture sotterranee di stoccaggio e lancio e al 70% del suo inventario missilistico prebellico.
Questi dati contraddicono le affermazioni del presidente Donald Trump sulla distruzione inflitta alle capacità militari della Repubblica Islamica. Le valutazioni indicano che l’Iran mantiene circa il 70% dei suoi lanciatori mobili in tutto il Paese e ha ripristinato l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici gestiti lungo lo Stretto di Hormuz, dove potrebbe utilizzare unità mobili per riposizionare rapidamente gli armamenti.
Roma ha espresso una disponibilità condizionata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, ha chiarito che l’impegno italiano “potrà concretizzarsi solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”.
“Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz non può essere ridotto a una crisi regionale da cui, come vorrebbero alcuni, stare alla larga. Si tratta di uno shock globale. Una crisi che incide direttamente sulla sicurezza nazionale e sulla competitività del sistema produttivo”, ha dichiarato Tajani.
Sulla stessa linea il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha ribadito la necessità di “una vera tregua, una cornice giuridica e l’autorizzazione del Parlamento”. Anche il Giappone, pur definendo lo Stretto un “bene pubblico internazionale”, ha precisato per bocca del ministro Shinjiro Koizumi che la partecipazione ai colloqui non implica l’adesione alla missione, ritenendo fondamentale un “cessate il fuoco duraturo tra Stati Uniti e Iran”.
Tensioni regionali e accuse di destabilizzazione
Il clima resta incendiario anche sul piano locale. Il governo dello Yemen ha condannato duramente Teheran dopo l’arresto in Kuwait di quattro uomini affiliati al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) che tentavano di infiltrarsi sull’isola di Bubiyan.
“La Repubblica dello Yemen afferma che questo comportamento aggressivo è una diretta estensione dell’approccio del regime iraniano, basato sull’esportazione del caos, sul minare la sicurezza e la stabilità della regione e sull’utilizzo di milizie e gruppi armati transfrontalieri come strumenti di ricatto e di minaccia alla sicurezza regionale”, recita la nota del ministero yemenita. L’Iran inoltre ha ufficialmente negato ogni pianificazione di atti ostili contro il Kuwait, definendo le accuse prive di fondamento.
Teheran: “Gli Usa si rassegnino. Non cederemo sulle richieste”
L’Iran non cederà sulle sue richieste per un negoziato con gli Stati Uniti a ribadirlo è stato Alaeddin Boroujerdi, membro della commissione per la Sicurezza Nazionale, intervistato dall’agenzia Isna.
“Non rinunceremo in alcun modo al controllo dello Stretto di Hormuz e non entreremo in alcun modo in discussioni sui negoziati relativi all’arricchimento dell’uranio”, ha detto.
“L’Iran non si accontenterà di nulla di meno di una risposta positiva alle nostre richieste. Non siamo assolutamente disposti a cedere alle richieste degli americani”, ha insistito.
Dunque, “il consiglio agli americani e al presidente Donald Trump è di raggiungere un accordo con l’Iran”, ha spiegato.
Lascia un commento