Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha lanciato un avvertimento diretto a Washington: ogni ulteriore azione contro la flotta iraniana scatenerà una risposta militare immediata contro le basi statunitensi in Medio Oriente.
La dichiarazione dei Pasdaran giunge all’indomani di scontri diretti che rischiano di far collassare la fragile tregua nell’area. Venerdì, un cacciabombardiere statunitense ha colpito e messo fuori combattimento due petroliere iraniane, accusate di aver violato il blocco navale. La Marina di Teheran ha risposto al fuoco, alimentando un conflitto iniziato dieci settimane fa.
In una nota ufficiale diffusa dall’agenzia Irna, il comando dell’Irgc è stato perentorio: “Qualsiasi attacco contro petroliere e navi mercantili iraniane si tradurrà in una dura risposta contro uno dei siti americani e contro navi nemiche”. La minaccia è stata ribadita in un secondo comunicato, dove si legge che “Qualsiasi aggressione nei confronti delle petroliere e delle navi mercantili iraniane comporterà un pesante attacco contro uno dei centri americani nella regione e contro le navi nemiche”.
Il cuore dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito petrolifero mondiale. Il colonnello Akrami Nia, portavoce dell’esercito della Repubblica Islamica, ha avvertito che il transito sarà garantito solo a chi non aderisce alla politica sanzionatoria di Washington. “D’ora in poi, i paesi che seguiranno gli Stati Uniti nell’applicazione delle sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran si troveranno sicuramente in difficoltà nel transitare lo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato Nia all’agenzia Tasnim.
Secondo il portavoce, i tentativi di isolamento sono falliti: “L’obiettivo della pretesa imposizione di un blocco era di minare l’autorità della Repubblica Islamica dell’Iran sullo Stretto di Hormuz attraverso azioni di propaganda”. Nia ha inoltre rivendicato l’efficacia delle operazioni iraniane, sottolineando che “noi siamo riusciti a impedire la navigazione e le attività delle navi del regime sionista, e a fermarle”.
Mentre la retorica bellica si inasprisce, i canali diplomatici restano precariamente aperti. Il presidente Donald Trump attende da quarantotto ore una risposta alla proposta di pace inviata tramite mediatori pakistani. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha confermato che il documento è ancora “in fase di valutazione”.
Sul fronte dei mediatori, il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato il leader del Qatar per coordinare gli sforzi volti a “scoraggiare le minacce e promuovere la stabilità e la sicurezza in tutto il Medio Oriente”. Tuttavia, la realtà sul campo parla di una sicurezza compromessa: l’agenzia britannica Ukmto ha riferito che una nave portarinfuse è stata colpita da un proiettile a 23 miglia da Doha, provocando un incendio a bordo.
In un discorso alla nazione, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha inquadrato lo scontro come una mutazione della strategia avversaria. “Dopo il fallimento nella guerra militare, il nemico sta cercando di trasferire la guerra sul terreno economico”, ha affermato Pezeshkian. Il presidente ha esortato la popolazione alla resistenza, dichiarando che “il popolo deve far fallire anche questo complotto, con la sua partecipazione e collaborazione”, e che “il Paese ha bisogno di un movimento popolare di massa volto a riformare i modelli di consumo”.
Dal punto di vista militare, Teheran rivendica la tenuta del sistema. Per il colonnello Nia, “Stati Uniti e Israele hanno fallito nel loro attacco all’Iran”. Secondo l’ufficiale, l’analisi delle operazioni dimostra che “nessuno degli obiettivi del nemico è stato raggiunto” e che “l’equilibrio politico del sistema non è stato intaccato, anzi l’unità e la coesione interne sono state rafforzate”.
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