Dobbiamo rifletterci proprio in questi giorni in cui, in Italia, sembrano trionfare gli interessi elettorali o la dipendenza dai sondaggi: diversi partiti (o meglio un partito con al traino trasversalità in altri partito) stanno opponendosi all’aumento delle spese per il settore Difesa, per realizzare l’obiettivo del 2 % previsto negli accordi NATO.
Nessuno di noi ama le armi, ma il pacifismo ipocrita ha un altro nome: opportunismo (e forse, particolarità italiana, trasformismo).
La pace ed il benessere, quando sinonimo di tranquillità ed uguaglianza, vanno difesi contro bulli e violenze sempre in agguato.
Questi pacifisti ipocriti non sono neppure quelli che porgono l’altra guancia e si immolano per la libertà, l’unica loro arma è il trasformismo, il piegarsi, persino in un’ottica di sfruttamento della soggezione.
La sicurezza dell’Europa e un esercito comune sono la garanzia che un qualsiasi Putin del futuro non ci riprovi, ma purtroppo non sono obbiettivi comuni raggiungibili a breve termine.
Il breve termine, i tempi di reazione singoli e collettivi sono le opportunità degli aggressori.
Contro gli aggressori valgono deterrenza e determinazione: un Putin qualsiasi non ci proverà solo se saprà che l’impresa è disperata, non solo che presto l’Europa (ma per il momento la NATO) saprà respingerlo e sconfiggerlo, ma che anche i singoli paesi sono preparati ed hanno la volontà di difendere la propria libertà.
La difesa delle libertà è il vero pacifismo, che è solo il diritto dei popoli a reagire a un’aggressione armata, sperando sempre che sia un’eventualità remota, ma bisogna allontanare tale eventualità, ma se si verificherà dovremo tutti essere pronti, per noi stessi e per i nostri alleati.
La spesa militare è necessaria ma deve essere anche efficace, e le forze armate preparate, addestrate ed efficienti: finiamola anche – ad uso elettorale – di strizzare l’occhio al pacifismo puntando ad un ipotetico dual-use che è stato il motivo conduttore della politica di recenti governi ed all’andazzo di ridurre le spese militari caricando sugli stanziamenti della difesa impieghi sociali ed oneri impropri: i potenziali avversari fanno esattamente il contrario
Quindi finiamola di proclamare: pensiamo alle bollette e non alle armi.
L’aumento stratosferico delle bollette e dell’inflazione sono, tra l’altro, la conseguenza di una guerra e di un’invasione.
Non dimentichiamolo davanti alle uscite demagogiche.
La spesa per la difesa (e non per il riarmo) è necessaria e produttiva, non ingiusta.
Ma è immorale?
Tutti coloro che l’avversano, prima o poi fanno riferimento all’articolo 11 della Costituzione, di solito citato solo per le prime quattro parole: «L’Italia ripudia la guerra». Cioè rifiuta, respinge la guerra. Ma quale guerra? Il fatidico articolo lo precisa: «Ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Sembra calzare a pennello alla guerra di Putin.
Eppure, molti citatori entusiasti dell’articolo 11 non lo sono altrettanto nel ripudiare l’aggressione dell’Ucraina, e sono tanto disattenti da non considerare che l’Ucraina dista da Trieste, e dall’ormai dimenticata soglio di Gorizia, meno della Puglia ….
C’è poi un altro comma; aggiunge che l’Italia «…consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Base giuridica che spiega perché siamo tenuti a rispettare i nostri obblighi verso la NATO.
Non solo di questo scudo abbiamo fatto uso per più di settant’anni al fine di proteggere il nostro paese da pericoli esterni, ma si tralascia il fattore più importante: i trasferimenti di tecnologia ed i finanziamenti NATO hanno contribuito moltissimo a colmare il gap tecnologico di cui soffriva ancora l’Italia sino a tutti gli anni 60, comprese le infrastrutture (inclusi porti, aeroporti, ponti ed autostrade) che si sono dovute adeguare agli standard NATO, ed hanno goduto di contributi alleati al riguardo (… difesa a sbafo?…).
Non solo di questo scudo abbiamo fatto uso per più di settant’anni, ma l’abbiamo fatto con uno sconto spropositato, quello riservato ai paesi sconfitti dalla 2^ GM (Italia e Germania in testa) perché si riprendessero e non ci provassero più. Quello che c’è è grazie alla Nato.
In Italia sembra mancare una sufficiente cultura della sicurezza e della difesa, e così, nonostante l’incendio in corso, qualcuno sostiene che non dobbiamo spendere per la difesa quello che spendono gli altri Paesi, e in particolare quelli insieme ai quali dovremmo difenderci.
In un mondo interconnesso che vuole puntare alla ripresa e deve affrontare la de-globalizzazione se si pretende di essere ascoltati e avere voce in capitolo nelle decisioni comuni di un’alleanza, si deve sapere che il costo dell’alleanza non può pesare solo sulle spalle “degli altri” non solo dei più forti.
Vale per gli aspetto sociali ed economici, vale per il diritto/dovere della difesa: beneficiare dell’ombrello protettivo senza contribuirvi in ragione delle nostre possibilità è un comportamento parassitario e poco dignitoso, che sarebbe meglio correggere autonomamente, senza che nemmeno ci venisse richiesto.
Purtroppo ci è anche stato richiesto, e l’impegno che anche noi si faccia la nostra parte è giusto e legittimo perché la NATO è un’alleanza difensiva e la difesa collettiva deve essere garantita dall’impegno equo ed equilibrato di tutti.
Appellarsi per un rinvio ad un’ancora ipotetica Difesa Europea (per di più sapendo amaramente quanto contiamo, per i nostri comportamenti, in tale consesso) è solo un’ulteriore escamotage, di bieco e ricorrente opportunismo.
Per un’efficace difesa comune europea, anche nella migliore delle ipotesi servono 10/15 anni, ed almeno due legislature.
Tutte le Forze armate europee mancano, seppure in modo differenziato, di equipaggiamenti moderni e, quando ci sono, spesso di adeguata manutenzione, di personale addestrato, di capacità di operare insieme, di efficaci catene comuni di logistica e comando.
Tra transizioni, compresa quella energetica nei suoi aspetti strategici, e minacce esterne 10/15 anni non sono un lasso di tempo accettabile né compatibile con la nostra stessa sopravvivenza, sia verso potenziali aggressioni (che non sono solo da Est ma più vicine, dal mare) sia come credibilità e posizionamento del Paese, economico e sociale.
Gian Carlo Poddighe
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