Washington appare meno impegnata nell’ordine basato sulle regole che un tempo sosteneva e più disposta a esercitare il potere in modi che sconvolgono mercati, istituzioni e alleati.
È facile “dire” che l’autorità e la credibilità globale di Washington stanno svanendo, certamente nella UE ed in Italia per la martellante ed univoca campagna anti Trump. La stessa campagna che glorifica la vittoria cinese, quasi si trattasse di un gioco a somma zero… Ma Pechino non è pronta, e non interpreta ogni battuta d’arresto degli Stati Uniti come un proprio vantaggio… : per il momento importa se il commercio continua a fluire, se l’energia arriva puntuale e se le crisi globali rimangano limitate piuttosto che a cascata.
Per la Cina, la stabilità è la condizione base per un “continuo” nella propria crescita ed il conflitto iraniano è la prova più significativa finora della moderazione (anche strategica) della Cina.
A differenza di altri conflitti, compreso quello ucraino, il conflitto iraniano minaccia gli interessi strategici fondamentali della Cina: non solo per una forte dipendenza dagli idrocarburi mediorientali, ma perché un’ “America” sempre più instabile può stravolgere l’ordine globale da cui dipende Pechino. (o almeno dipende ancora). La Cina teme il disordine, teme che Washington perda il potere per decisioni illogiche, e di fronte ad emergenze eserciti il proprio potere residuo in modi che rendano il mondo più diPicile da governare, o almeno condizionare.
La Cina non è pronta, deve difendere le proprie vulnerabilità e non può disperdere risorse al fine di assumersi responsabilità globali per le quali in realtà non è attrezzata. Si muove cautamente per gestire il rischio sistemico, preservare le condizioni esterne necessarie al commercio e al flusso di capitali e consolidare le basi per un’ascesa ancora a lungo termine.
La Cina teme e non si può permettere la disgregazione di un sistema globale che negli ultimi decenni l’ha favorita : un mondo caratterizzato dalla disgregazione la minaccia più grande alle ambizioni cinesi potrebbe non essere la forza americana, ma l’instabilità americana.
la Cina ha accumulato ricchezza e potere all’interno di un sistema internazionale costruito e sostenuto dagli Stati Uniti. E l’ha anche brutalmente sfruttato ed ha cominciato, ma solo cominciato, a costruire alternative attorno ad esso.
L’economia cinese orientata all’export dipende dal buon funzionamento del commercio globale, nel quale le esportazioni rappresentano circa il 20% del PIL, quasi tutto trasportato via mare; cambi e ritardi nelle spedizioni, costi assicurativi più alti e deviazioni intorno ai punti di strozzatura aumenterebbero i costi di questo sistema.
Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi dell’energia attenuerebbe la domanda globale, riducendo le vendite estere e traducendosi rapidamente in pressioni economiche interne. Niente di tutto ciò serve gli interessi di Pechino.
Queste vulnerabilità contano non solo dal punto di vista economico ma anche geopolitico. La ricerca dell’autonomia strategica da parte della Cina dipende ancora da un sistema globale che rimanga aperto e prevedibile.
Un ordine che dipende, o dipendeva, comunque da condizioni essenziali quali: rotte marittime aperte, mercati in espansione, la possibilità di prendere in prestito e commerciare in dollari, e istituzioni multilaterali abbastanza solide da assorbire gli shock geopolitici prima che possano ( o potessero) diventare sistemici.
Questa dipendenza è profonda.
Pechino si è trovata a riorientare la propria economia verso una maggiore autosuPicienza in nome della sicurezza, l’industria cinese ha aProntato profitti in calo e una crescente sovracapacità e a compensazione dei rischi ha costruito una rete di fine politica economica, sfruttando l’accesso al suo mercato interno, il dominio della catena di approvvigionamento sugli elementi delle terre rare, prestiti e accordi di investimento, e strumenti coercitivi come controlli sulle esportazioni e sanzioni.
Ma questi strumenti si basano su un’assunzione fondamentale: che il sistema internazionale rimanga stabile, prevedibile e governato da regole piuttosto che dalla forza bruta, il potere muscolare.
Pechino teme che queste basi siano messe in discussione dalle recenti azioni di Trump, che valuta (al pari di molti europei peraltro molto allineati o influenzati dalla stessa Cina) intraprese con scarso riguardo alle conseguenze economiche o al diritto internazionale.
Per gli strateghi cinesi il sistema guidato dagli Stati Uniti che hanno imparato a navigare e sfruttare potrebbe vacillare, cambiare, e la riorganizzazione potrebbe non servire gli interessi di Pechino.
Per la leadership cinese, il problema non è che gli Stati Uniti stiano perdendo il loro ruolo di leader globali, ma che rimangano comunque tanto potenti da reagire in forme meno prevedibili del passato (nell’uso del potere).
La Cina non è pronta, anche se si sta preparando a un mondo più turbolento, ma la preparazione non implica anticipare i fatti e sobbarcarsi oneri per i quali non è (ancora) preparata. La sua spinta all’autosufficienza è pensata per ridurre la vulnerabilità, non per rendere la Cina un vincitore relativo in un mondo instabile.
Le preoccupazioni per l’instabilità crescente sono già evidenti nella pianificazione economica cinese, e conseguentemente Pechino preferisce il ripristino dello status quo, con una precaria stabilità, piuttosto che puntare ad un proprio maggior ruolo in un ordine più turbolento.
Nel caso specifico vuole l’accesso all’energia, ai mercati e all’influenza in Medio Oriente e non pensa di assumersi gli oneri della stabilizzazione regionale o dell’equilibrio tra potenze in lotta. Non può permettersi di non essere presente, in proprio, dopo aver dato in tutte le occasioni la dimostrazione che per la Cina non esistono alleati, ma solo clienti. Questo non rende la Cina meno attenta ad una proiezione strategica, ma rende la sua strategia più materiale, più transazionale e più preoccupata di preservare il business as usual che di perseguire un destino di responsabilità globale, di tutore di un sistema (e i conflitti e i costi che ne derivano).
Il grande paradosso (secondo l’opinione di un importante sinologo statunitense) è che Xi ha ottenuto sia ciò che desiderava di più (un USA meno affidabile, meno sicuro di sé e meno presentabile e credibile) sia ciò che temeva di più: un sistema internazionale volatile. Un declino degli Stati Uniti potrebbe rivelarsi più pericoloso del suo precedente status: una superpotenza instabile sempre più tentata di usare la forza finché è ancora in grado di esibirla ed esercitarla. I leader cinesi capiscono ciò che spesso trascurano i decisori occidentali: non tutto ciò che indebolisce gli Stati Uniti rafforza la Cina. Gli errori di Trump non avvantaggiano tanto la Cina quanto destabilizzano il sistema da cui dipendono ancora entrambe le potenze. GIAN CARLO PODDIGHE
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