C’è chi dice No

La Costituzione resta invariata. Gli italiani con più di 15.084 milioni di voti (53,23%) fanno prevalere il NO alla riforma costituzionale della giustizia, approvata con doppia lettura in Parlamento dal centrodestra. Resta da scrutinare una sola sezione a Sassari, quella numero 127 i cui atti sono stati inviati dal Viminale all’Ufficio Centrale per il completamento delle operazioni.

L’affluenza in Italia è stata del 58,93%, ma solo del 28,53% tra gli italiani all’estero. Complessivamente l’affluenza è stata del 55,70%.

In Italia il NO vince dappertutto tranne in Veneto (il SÌ ha il 58,41%), in Friuli Venezia Giulia (54,47% di SÌ) e in Lombardia (il SÌ ha il 53,56%).

Il centro e soprattutto il sud Italia, anche laddove governa il centrodestra, premiano il NO: in Sicilia il NO ha il 60,98%, in Calabria il 57,26%, in Basilicata il 60,03%, in Abruzzo il 51,77%, in Molise il 54,70%, nel Lazio il 54,59%, nelle Marche il 53,74%. Il NO vince anche in Piemonte (53,50%), Liguria (57,03%), Val d’Aosta (51,81%) e Trentino Alto Adige (50,59%).

In sostanza il NO vince in tutte le regioni governate dal centrosinistra (Umbria, Puglia, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Campania) e conquista ben 10 regioni governate dal centrodestra. Il SÌ tiene solo in tre regioni governate dal centrodestra: Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. La regione con la più alta percentuale di NO è la Campania con il 65,22%. Seguono la Sicilia con il 60,98% e la Basilicata con il 60,03%.

Quando la vittoria del NO al referendum sulla riforma della giustizia è ormai una certezza Giorgia Meloni appare in un video sui social per garantire agli italiani che “andrà avanti” nell’azione di governo con “responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”. Certo, riconosce la presidente del Consiglio, “resta chiaramente il rammarico” per “l’occasione persa per modernizzare il Paese”. “La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale”, sottolinea nel filmato, con sfondo su una siepe.

Chi ha avuto modo di sentire la premier la descrive dispiaciuta. A parte le Regionali in Sardegna del febbraio 2024, si tratta della prima vera sconfitta elettorale della coalizione di centrodestra da quando è al governo. Meloni “sperava in un risultato diverso”, ammette, in chiaro, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami. Il quale, rispondendo a chi gli chiede se ritiene vi sia stato un impatto dell’inchiesta giornalistica sui legami in affari di Andrea Delmastro con la famiglia Caroccia, taglia corto: “Faremo le nostre valutazioni, mi sembra complesso dire dove sia la colpa di questa vicenda”.

In Via della Scrofa si assicura che la sconfitta non porterà alcuna ripercussione sull’azione dell’esecutivo e della maggioranza, compresa la riforma della legge elettorale. Tra gli alleati, regna la prudenza, malgrado le rassicurazioni sulla prosecuzione senza intoppi dell’esecutivo. Nella Sala Colletti del gruppo di Forza Italia a Montecitorio, la delusione è evidente. In conferenza stampa si presentano i capigruppo a Camera e Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, insieme al vicepresidente ‘azzurro’ di Montecitorio, Giorgio Mulè.

Antonio Tajani fa diffondere una nota, in cui tiene a precisare che non si tratta di un voto sull’operato del governo e assicura che FI si presenterà con gli alleati di centrodestra alle politiche dell’anno prossimo. “Abbiamo fatto tutto il possibile”, afferma, promettendo che il suo partito non rinuncerà a riformare la giustizia, storica bandiera di FI.

“Spero che nessuno usi più toni da guerra civile come quelli che abbiamo sentito da alcuni dei nostri avversari in questa campagna referendaria”, aggiunge. “Vorrei che fosse invece un dialogo pacifico, sereno, attento alle ragioni della controparte. La giustizia è troppo importante per tutti per continuare a essere materia di una contesa politica inconcludente”.

“Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione”, premette Matteo Salvini. “Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia – aggiunge il segretario leghista. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”.

Nessuno ci venga a puntare il dito contro, si sfoga un big di via Bellerio. Noi abbiamo fatto la nostra parte e questo è dimostrato del fatto che nelle Regioni dove il presidente è nostro ha vinto il ‘sì’”, sottolinea il dirigente ex lumbard, facendo riferimento al buon risultato in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia.

La vittoria del NO, non del tutto inattesa, ma sorprendente per le dimensioni assunte, fa dire a Elly Schlein che l’alternativa al governo di destra esiste e porta con sé una “grande responsabilità” da cui “prendere slancio” guardando al 2027. Nessuna richiesta di dimissioni, né a Meloni né al ministro Nordio. Ma il voto referendario è sicuramente un avvertimento, “un avviso di sfratto” al governo, per dirla con le parole di Giuseppe Conte. La leader dem, a domanda, risponde che le destre saranno sconfitte alle urne. Nel frattempo, però, Meloni e i suoi dovrebbero riflettere, aggiunge Schlein, sulle altre riforme che hanno in calendario. A cominciare dal premierato e dalla legge elettorale che sembra rappresentarne il prologo.

Mentre la leader è impegnata a rispondere ai giornalisti, nella sala del Nazareno che porta il nome di David Sassoli, lo stato maggiore del Partito Democratico è alle prese con l’analisi del voto. Una cartina che mostra un’Italia rossa da Sud a Nord, fatta eccezione per Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, gira di smartphone in smartphone. Mostra l’affermazione dei no e dei sì alla riforma voluta dal governo.

Il senatore abruzzese del Pd Michele Fina rivendica che “in Abruzzo, regione governata dal partito di Meloni, il No ha retto alla grande”. E così Antonio Misiani, responsabile dell’Economia, fa notare che nella ‘sua’ Bergamo il No ha sparigliato, “almeno quanto a Milano, dove sono stato eletto al Senato”. Marco Sarracino sorride da ancor prima della chiusura dei seggi elettorali: “Il Meridione ha salvato il Paese”, rispondeva sibillino alla Camera a chi gli chiedeva un pronostico. “L’avevo detto o non l’avevo detto?”, incassa ora con i colleghi della segreteria dem. Stesso discorso per Francesco Boccia: il presidente dei senatori Pd da giorni si dice convinto del risultato, tanto che a Piazza del Popolo, dove il centrosinistra ha chiuso la campagna assieme alla Cgil, azzardava il pronostico: “54 a 46 per il No”. Certo, quella mappa non è direttamente sovrapponibile al voto politico, ma per i dirigenti dem dice una cosa chiara: “Meloni non ha la maggioranza nel Paese”.

La segretaria non si lascia andare alle richieste di dimissioni di Meloni, ma si dice convinta che il centrosinistra batterà Meloni alle prossime politiche, nel 2027. Un ottimismo alimentato anche dall’apertura che arriva da Campo Marzio: Giuseppe Conte ha appena detto di essere disponibile a tenere le primarie, a condizione che queste siano l’epilogo di un percorso di costruzione di un progetto e che si svolgano in maniera trasparente. Soprattutto, devono essere primarie di popolo perché è dal popolo che è arrivato “l’avviso di sfratto” a Meloni. “Non possiamo soffocare la voglia dei cittadini di essere protagonisti, quindi ci apriamo alla prospettiva delle primarie”, spiega Conte: “Non primarie di qualche apparato, ma aperte anche ai cittadini. Serve una discussione ampia in tutto il Paese per individuare il candidato più competitivo per rappresentare il programma”.

All’apertura, Conte aggiunge inedite parole di apprezzamento per il lavoro fatto da Schlein da quando è arrivata alla guida del Pd. “Elly Schlein ha fatto un grande lavoro: dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e questo ha fatto un po’ deragliare il partito. Ha compattato il partito e di questo le va dato atto. È la leader del Pd, ha detto che era disponibile a candidarsi” alle primarie “ed è giusto che lo faccia”. A far rizzare le antenne ai vertici Pd è la risposta che Conte dà a chi gli chiede se sarà direttamente in campo per la premiership. “È ancora presto, ma i M5s sarà sicuramente rappresentato”. C’è chi interpreta la frase tornando indietro nel tempo, a cinque mesi fa: era il 2 ottobre quando Conte varcava la soglia dell’Hotel Parco dei Principi per ritrovarsi assieme a Gaetano Manfredi e Silvia Salis al ‘battesimo’ del progetto riformista e moderato di Alessandro Onorato. Sono proprio i nomi di Manfredi e Salis a essere citati fra quanti potrebbero essere della partita in caso di primarie aperte. E questo nonostante il sindaco di Napoli abbia già sottolineato che quella di Schlein “sarebbe la soluzione naturale” per la guida del centrosinistra.

La segretaria risponde a stretto giro ricordando di aver già manifestato la sua disponibilità a primarie di coalizione: “Continuiamo testardamente unitari, troveremo insieme le modalità per portare avanti questo lavoro, se le modalità saranno le primarie siamo disponibili”. E per dare una immagine plastica di questa unità, i leader di centrosinistra si ritrovano in piazza Barberini, su invito di Maurizio Landini, per festeggiare insieme. “Rivolgiamo un appello a Conte e Schlein: costruiamo insieme un programma per l’Italia, un programma di svolta”, dice Bonelli, mentre l’alleato Fratoianni riserva una sferzata ai centristi: “Azione e Italia Viva oggi fanno i conti con un clamoroso errore politico, a cominciare da Azione che ha fatto campagna pancia a terra per il Sì. Da domani serve coraggio, poche ambiguità”.

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