Osservazioni sull’Iran

Tre settimane dopo l’inizio della guerra congiunta tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, emergono i contorni di un modello familiare, la possibilità di un “modello Venezuela”, una soluzione pragmatica in corsa. In un quadro di pragmatismo partirei dal nocciolo della questione, che molti vorrebbero vedere come pretesto, ma tale non è… In questo caso le opzioni disponibili sono poche e soprattutto poco attraenti.

Prendendo possesso dell’uranio altamente arricchito dell’Iran, Trump potrebbe cercare una via per dichiarare la vittoria colpendo direttamente il programma nucleare iraniano e la capacità dell’Iran di costruire rapidamente un’arma nucleare, partendo dal presupposto – che dovrebbe essere condiviso – che il regime era arrivato al 2026 con 460 kg (se non più, si tratta solo dei “dichiarati”) di uranio arricchito suRiciente per più armi nucleari, ed era praticamente alla soglia, ordine di giorni, dalla produzione di materiale fissile per una bomba , forse subito per una “bomba sporca” Fermare o non fermare : la martellante propaganda nasconde i costi dell’inazione ma soprattutto nasconde che l’ “Iran nucleare” LA BOMBA L’AVREBBE COMUNQUE E SEMPRE USATA, un Iran che da sempre gioca sulla chiusura di Hormuz e punta a controllare la regione. Una visione che non è quella né di un azzardo nè di un fallimento americano, ma quella di una degradazione sistematica, per fasi, di una minaccia che le precedenti amministrazioni avevano lasciato crescere per quattro decenni .

Qual è il punto di inflessione, e come?

Cominciamo a considerare qual’ è la natura dell’uranio e a valutare se esiste veramente la possibilità di “prendere” direttamente la parte della scorta iraniana di uranio altamente arricchito, forse attualmente immagazzinata in gallerie a Isfahan. Se ciò fosse possibile permetterebbe a Trump di rivendicare almeno il raggiungimento di un traguardo strategico: privare l’Iran di componenti nucleari essenziali e infliggere un duro colpo al programma nucleare E’ da tempo un fulcro centrale della politica statunitense, se non il fulcro di questa guerra. Tecnicamente e tatticamente un’operazione tutt’altro che semplice, e senza precedenti: l’uranio dovrebbe essere immagazzinato in forma gassosa in contenitori diRicili da trasportare e che devono essere spostati con delicatezza data la natura del materiale. Non è chiaro dove siano, e se siano tutti insieme: non è chiaro quanto siano accessibili i tunnel dopo che i precedenti attacchi dello scorso giugno dovrebbero averne bloccato, o almeno limitato gli ingressi.

Non sarebbe un’operazione rapida, non è il raid di Osama bin Laden nel 2011 o la rimozione del presidente venezuelano Nicolás Maduro del gennaio scorso. Richiederebbe forze e mezzi “tecnici” molto sofisticati sul terreno per ore o addirittura giorni, a centinaia chilometri all’interno dell’Iran, in quella che probabilmente è una delle strutture più fortemente difese del paese. Un’ azione che ormai, se non sul “quando”, non godrebbe dell’elemento sorpresa, dato che l’Iran si aspetta molto probabilmente un’operazione del genere.

Le forze iraniane si sarebbero radunate nell’area, costringendo gli Stati Uniti a stabilire e mantenere un perimetro terrestre profondo all’interno del territorio ostile, circondato da centinaia di migliaia di soldati iraniani. Non è chiaro che un’operazione del genere sia fattibile, tanto meno prudente. L’uranio e la bomba, la visione politica (spesso fuori delle righe) e la visione militare .

Un cambio di regime ora sembra meno probabile nel breve termine, ma molti sostenitori della campagna congiunta USA-Israele pensano ancora che possa riuscire nelle prossime settimane a neutralizzare l’Iran come minaccia militare.

Fin dall’inizio della guerra, i militari statunitensi, a diRerenza del Presidente e di gran parte della sua amministrazione, hanno enfatizzato obiettivi più limitati.

Hanno insistito sul concentrarsi sul degradare le capacità militari dell’Iran, incluse le forze missilistiche iraniane, le risorse navali e il programma nucleare, nonché sulla capacità di Teheran di armare e addestrare i suoi proxy regionali.

Un’ impostazione più realistica rispetto alle dichiarazioni (ben lontane sinora da reali tentativi) di regime change di Trump di cambiare regime, che potrebbe riportare a problemi che gli Stati Uniti hanno aRrontato in passato in Iraq e Afghanistan.

L’attuale conflitto con l’Iran può essere una realtà strategica in bilico su questi precdenti: anche Trump sta (ancora una volta) confrontandosi contro una potenza regionale, debole, senza avere né interlocutori aRidabili, obiettivi dichiarati e condivisi, una teoria definita della vittoria e/o da una valida strategia di uscita .

Ha il timore di rimanere intrappolato in una palude, e non vuole minimamente mettere il piede nel pantano, ma per evitare questo potrebbe essere costretto a operazioni aeree e navali che si protrarebbero per mesi o anni, con costi crescenti ed inaccettabili non solo per gi USA ma per l’economia globale, destabilizzando il più ampio Medio Oriente, ed allontanado gli accordi di Abramo.

Forza e debolezza, un’asimmetria al centro della guerra che favorisce la parte più debole.

Per questo Trump, come vittoria, devono puntare a obiettivi ampi e ambigui—un cambio di regime o un Iran così debole da non poter destabilizzare la regione né disturbare i mercati petroliferi globali.

Per l’Iran, la vittoria potrebbe semplicemente significare sopravvivenza e la capacità di imporre costi all’economia globale attraverso attacchi intermittenti che limitano drasticamente il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz o danneggiano infrastrutture petrolifere delicate e vitali nei contigui stati del Golfo.

E’ evidente che l’attuale campagna di attacchi missilistici e di droni non è destinata a rovesciare il regime radicato, e gli Stati Uniti potrebbero ora NON sentire il bisogno di intensificare l’escalation, e meno impiegare forze di terra per conquistare strutture e territori iraniani o sostenendo forze separatiste in tutto il paese.

I rischi dll’ escalation superano di gran lunga i possibili vantaggi, e non assicurano guadagni. A questo punto, con l’economia globale in diRicoltà e il Medio Oriente in convulsioni, la migliore possibilità per Washington è trovare una via d’uscita, purché questa comprenda con certezza lo smantellamento dell’opzione nucleare.

A questo punto potrebbe farsi strada il “modello Venezuela”, per evitare il caos, con una “tutela” diretta o indiretta Gli Stati Uniti potrebbero cercare di sfruttare le divisioni all’interno del regime stesso, forse trovando un “generale” scontento nel Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica con cui collaborare, e gestire una transizione di lungo respiro Adesso Trump deve prioritariamente evitare il rischio di produrre non un cambiamento di regime, ma frammentazione e guerra civile. L’esito non sarebbe una transizione pulita, ma un conflitto prolungato e multilaterale, simile al caos che si è scatenato in Siria e Libia.

Altri attori esterni interverrebbero quasi certamente in un Iran devastato dalla guerra, basta citarne alcuni aspetti, gli stessi che si sono già verificati i situazioni simili:

La Turchia non si farebbe da parte se i gruppi curdi iraniani dovessero raRorzarsi.

Il Pakistan avrebbe preoccupazioni riguardo al militantismo baluchi.

Gli stati del Golfo sosterebbero i loro attori preferiti. Il risultato potrebbe essere un’ondata di interventi in Iran destinati a sostenere fazioni, creando un ambiente caotico e altamente instabile. GIAN CARLO PODDIGHE

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