Le guerre di Trump – geopolitica e dottrine

La geopolitica non è una scienza esatta, ma è materia estremamente seria, basata sulla logica e la conoscenza, anzi il dominio, di molti fattori.

La geopolitica è costellata, come passaggi e riferimenti, da molte dottrine, da interpretare anche come validità e permanenza.

Le amministrazioni a volte formulano strategie, ma secondo le regole democratiche si avvicendano e non sempre le loro strategie del momento diventano dottrine condivise

Il Presidente Trump ha fatto rivivere o vuol far rivivere alcuni miti americani, e lo ha teorizzato con la pubblicazione a novembre 2025 della National Security Strategy che restituisce una visione del mondo a suo modo coerente e riconoscibile: uno spazio internazionale diviso, gerarchizzato, governato dall’interesse nazionale e dalla capacità di esercitare forza, controllo e influenza.

Definire questo la ”dottrina Trump” può essere ardito, ed intorno a questo che potrebbe essere un breviario di buone intenzioni i commentatori hanno spolverato vecchi cliché: la rinascita della Dottrina Monroe, il ritorno delle sfere di influenza, la fine della Pax Americana, conditi da molte supposizioni, basate sul presumibile piuttosto che sull’evidenza.

Queste mosse vanno forse lette in maniera diversa, molto trumpiana al di là delle simpatie di cui il Presidente possa godere o suscitare : al momento il mondo ha solo una vera sfera di influenza, e non è la Cina !

Gli Stati Uniti da soli sono tornati a dominare la propria vasta regione d’origine, come base emisferica da cui il potere e il commercio americano possono proiettarsi verso l’esterno, in gran parte non vincolati dai rivali.

Washington potrebbe essere indotta in errore riguardo ad una “nuova gestione” dell’ordine globale, che non può essere quella di regole coercitive nel proprio cortile, confondendo l’esercizio del potere con colpi di mano e “bullismo” piuttosto che attraverso scambi equilibrati e solide alleanze.

La “sfera americana” ha generato un’asimmetria, uno squilibrio, che potrebbe addirittura acuirsi o, peraltro, potrebbe generare opportunità ed aperture.

Gli Stati Uniti possono scegliere se usare la loro sfera non come sostituto dell’ordine internazionale, ma come fondamento.

Un mondo a “una sfera” offre a Washington due opportunità, anzi due inestimabili vantaggi: da un lato un potere ineguagliabile, su basi più sicure di quanto appaia, e dall’altro condizioni sicure da cui potrebbe, se necessario, disimpegnarsi dall’Eurasia.

La National Security Strategy degli Stati Uniti è l’ultimo documento, in ordine di tempo, che definisce le priorità della sicurezza nazionale americana, delineando il modo in cui Washington interpreta il mondo, le minacce e i propri interessi strategici.

La strategia di sicurezza nazionale non si sviluppa come dottrina ma approfondisce concetti già noti in precedenza come “ America First”: una visione fondata su sovranità nazionale, deterrenza militare, gerarchia delle priorità globali e su una rilettura delle alleanze internazionali in chiave di interesse nazionale.

Risulta opportuna una lettura non tradizionale del documento, diversa da un’analisi giuridica o diplomatica, una sorta di carrellata su precedenti e principi fondamentali.

La strategia geopolitica degli Stati Uniti può essere resa visibile nei suoi elementi strutturali: confini, forza, selezione, controllo, risorse, mettendo in evidenza una logica interna e il modo in cui essa ordina il mondo, quasi a preludere a nuovi dogmi, la “dottrina Trump” (?)

America First non come slogan ma come architettura che – se accettata e “calata in profondità” – costituirebbe la dottrina secondo cui il mondo si trasforma in flussi di valori: risorse, energia, vantaggi competitivi, mentre la sicurezza nazionale coincide con la capacità di estrazione, gestione e canalizzazione di tali flussi verso l’interesse interno.

La conclusione potrebbe essere quella di una dottrina resa visibile, ma non si sa quanto e come condivisibile

Una National Security Strategy che da un lato è già stata scavalcata dai fatti e dall’altro è servita a scuotere gli alleati degli Stati Uniti da un’inerzia ultradecennale, convincendoli a riarmarsi, identificando e creando presupposti e incentivi per una propria capacità, credibilità e deterrenza, ricreando ciò che l’ordine liberale aveva gradualmente fatto sparire nel tempo: partner interessanti per gli stessi Stati Uniti.

Il successo dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti (Trump o non Trump) di evitare il grande errore della Cina e della Russia: trattare i propri partner come vassalli piuttosto che contribuire alla forza condivisa. Un’opportunità per gli Stati Uniti, ma Trump – che l’ha resa possibile in qualche modo, anche se in modo confuso per tutti – può essere anche lui portatore di un germe letale, lo stesso che l’ha inizialmente favorito: quello del vassallaggio e non delle alleanze consolidate nel tempo (che possono essere tali e fondamentali, come si è dimostrato, anche se non alla pari…) GIAN CARLO PODDIGHE

Lascia un commento