L’Italia ha una storia lunga di consultazioni popolari. A partire dalla ‘chiamata’ alle urne dei cittadini il 2 giugno del 1946 per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o Repubblica, fino al referendum del 22 e 23 marzo per far decidere ai cittadini se confermare o meno la riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati. Dal lontano ’46 gli elettori finora sono stati chiamati ad esprimersi su ben 77 quesiti referendari, di cui 72 abrogativi, 1 consultivo e quattro costituzionali (che diventano 5 con quello che si svolgerà domenica e lunedì prossimi).
La prima consultazione popolare su una modifica della Costituzione si è svolta nell’ottobre del 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare o meno la riforma voluta dal centrosinistra del Titolo V della Costituzione, per dare più poteri e competenze alle Regioni. Il presidente del Consiglio era Giuliano Amato. La riforma fu approvata dal Parlamento nell’ultimo scorcio della XIII Legislatura, poco prima della vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni del 2001. Al referendum prevalsero i Sì e la modifica della Carta fu quindi confermata.
Nel giugno del 2006 si è svolto il referendum sulla cosiddetta ‘Devolution’, la riforma voluta dal centrodestra, che puntava ad introdurre un Senato federale e a conferire alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. La riforma fu bocciata dai cittadini, con la vittoria dei No. In occasione del referendum il presidente del Consiglio in carica era Romano Prodi, mentre era Silvio Berlusconi quando la riforma fu approvata dal Parlamento nel 2005, ma la consultazione popolare si tenne solo dopo le elezioni politiche del 2006, che videro la vittoria del centrosinistra.
Dieci anni dopo, nel 2016, gli elettori sono stati nuovamente chiamati ad esprimersi su una riforma della Costituzione, voluta dal centrosinistra con il premier Matteo Renzi. La riforma prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. La vittoria del No fu netta ed ebbe come diretta conseguenza, come da lui stesso preannunciato, le dimissioni di Renzi.
Nel settembre del 2020 si è svolto il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, voluta dal governo cosiddetto ‘giallo-rosso’, presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al suo secondo mandato. Il Sì vinse a larghissima maggioranza.
Si arriva a domenica 22 e lunedì 23 marzo, quando gli italiani saranno chiamati a confermare o meno la separazione delle carriere dei magistrati, la creazione di due diversi Csm, il sorteggio dei componenti e la nascita dell’Alta corte disciplinare. La riforma in Parlamento è stata approvata dalla maggioranza di centrodestra e osteggiata dalle principali forze di opposizione.
Giorgio Cavalli
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