Il Venezuela non è solo l’atto di Trump

Da quel che sembra né Trump né il suo cerchio magico vanno per il sottile (nel dichiarare) né sembra perdano tempo in studi su precedenti e motivazioni. Trump è certamente un “genio” nel fare proprie le situazioni ed a cavalcarne alcuni aspetti, ma moderazione e pragmatismo dovrebbero condizionare l’azione dei governanti. Il mondo intero (ed in particolare l’Italia) sembra voler processare gli Stati Uniti quando l’unico colpevole, più per le dichiarazioni che per i fatti, è invece solo il presidente in carica, nei confronti del quale andrebbe ricordato un bellissimo motto: “ciascuno è schiavo di ciò che dice e padrone del suo silenzio “. Come conoscitore del Venezuela e cultore della storia navale mi permetto alcuni richiami, a cominciare da un saggio pubblicato nel 2016 su Academia in momenti e forme insospettabili, relativo al blocco navale del Venezuela di cui anche il nostro Paese fu protagonista.
Trump parla – giocando sulle parole – di “Dottrina Don-roe“, in particolare dopo la conferenza stampa in cui, astutamente, è stato descritto il fulmineo raid contro Nicolás Maduro a Caracas, nel corso della quale il presidente Donald Trump ha invocato la Dottrina Monroe come assioma della politica estera statunitense. Non è corretto né accettabile e, meno ancora, da chi sostiene l’opportunità e la necessità di un’alleanza con gli Stati Uniti. Le critiche nei confronti di Trump finiscono per sottrarre importanza alla decisione di dare una risposta ad un’azione richiesta massicciamente dalla maggioranza dei venezuelani, abbandonati per anni ad una violenza di regime gestita con forze esterne, ed anche di sottrarre importanza al segnale, l’allontanamento di Maduro, nei confronti dell’ormai diffusa prassi di presidenti urlatori nella ricerca di scorciatoie per la perpetuazione del potere e la continuità di ideologie. Critiche alla persona che alla fine distolgono l’attenzione da un’analisi costi/benefici del decisionismo trumpiano che ha risposto alle istanze locali sia in chiave di benefici per il “sistema Venezuela” sia di sicurezza per contrastare il silenzioso posizionamento di Cina, Russia ed Iran nell’area caraibica.

La diplomazia statunitense è a tutti gli effetti una diplomazia globale, con ripercussioni tanto internazionali quanto nazionali, in patria e nei paesi alleati: un’amministrazione che pertanto deve non solo legittimare le proprie azioni ma comunicarlo e dimostrarlo alla maggior udienza possibile, minimizzando le reazioni avverse e dimostrandone la strumentalizzazione (quando lo sia). Non è per un sofisma o per la presunzione di un erudito, ma il riferimento reale non può essere quello di una dottrina di più di due secoli orsono, del 1823, formulata dal Segretario di Stato John Quincy Adams, e fatta propria dal presidente James Monroe, né potrebbe essere quella del quasi immediato successore, il Presidente Jackson che la raffinò e la modulò nei confronti delle potenze europee nel corso del suo mandato (1829–1837), evitando in forma prudente un nuovo confronto con l’impero britannico 1.
La delicatezza ed il guanto di velluto sono ingredienti delle relazioni internazionali, che sembrano al momento passati di moda, ma sono in realtà necessari e proprio Trump sembrerebbe volerli ora adottare dopo aver sferrato un colpo dimostrativo. Occorre essere obiettivi e precisi riguardo agli scopi e al potere degli Stati Uniti, anche perché alla fine coinvolgono tutto il mondo occidentale e nello specialissimo caso del Venezuela coinvolgono profondamente il nostro Paese, uno di quelli più colpiti dalle misure dell’era chavista, sia come rilevante comunità residente sia come investimenti e tradizionali opere. È quindi improprio e deviante cadere della trappola di una generica condanna di un supposto avventurismo statunitense, riportandolo a quello dalla fine degli anni 1910 fino agli anni ’30 ; sarebbe infatti assurdo fondare la politica estera di Trump su principi superati, e chi la interpreta in tal modo farebbe solo della vuota retorica.
La lettura e le interpretazioni di parte della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, contribuisce peraltro all’errore ed alla strumentalizzazione, quando cita un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, una rivisitazione di quello del 1904 di Theodore Roosevelt, in termini di “preminenza americana nell’emisfero occidentale“. Roosevelt di fatto aggiornò la Dottrina Monroe affermando che non solo le nazioni dell’emisfero occidentale non erano aperte alla colonizzazione da parte delle potenze europee, ma che gli Stati Uniti avevano la responsabilità di preservare l’ordine e proteggere la vita e le proprietà in quei paesi. Una responsabilità richiesta dai diretti interessati (allora come oggi) ed emersa come un problema nella politica estera degli Stati Uniti quando i governi europei iniziarono ad usare la forza per fare pressione su diversi paesi dell’America Latina per il pagamento dei debiti 2.
Oggigiorno, soprattutto per la politica cinese di neo-colonizzazione – perpetuata attraverso il sistema del debito che strangola gli interessati – i problemi e le necessità si ripresentano, magari sotto altre spoglie ma facilmente identificabili. Trump, con la sua amministrazione, parla di preminenza, e deve essere chiaro sull’ interpretazione del termine che si presta ad abusi. Se dovessimo tornare ai precedenti, sarebbe opportuno ricordare come Il presidente Roosevelt fosse orgoglioso del suo “corollario” e di quanto poco intervenisse negli affari latinoamericani.
Il minimalismo dovrebbe ancor oggi essere motivo conduttore, proprio quando operazioni come la rimozione di Maduro sono destinate a generare controversie, ad essere sfruttate da parti avverse per la possibilità di essere interpretate. Un linguaggio moderato, e precisione diplomatica nei termini avrebbe potuto limitare interpretazioni errate, strumentalizzazioni e reazioni sproporzionate. Nel 1906, in sequenza al Corollario alla Dottrina Monroe di Roosevelt, Drago lodò “…la politica tradizionale degli Stati Uniti, che, senza accentuare la superiorità o cercare la preponderanza, condannava l’oppressione delle nazioni di questa parte del mondo e il controllo dei loro destini da parte delle Grandi Potenze d’Europa …“.
All’epoca, la Dottrina Monroe era una difesa a guida statunitense contro l’oppressione extraregionale, da interpretare in una visione locale e nel senso comune prevalente, come un precursore del sistema emisferico, non una giustificazione per l’oppressione statunitense. Dovrebbe rimanere così anche oggi quando, oltre una difesa militare, serve un’intesa, una difesa economica fatta di coesione, solidarietà, chiarezza e disponibilità di risorse, consistenti ed immediate. La moderazione dovrebbe costituire la base della “Dottrina Don-roe”3, in un quadro emisferico dove oggi la neo-colonizzazione è ripartita dall’economia e al controllo delle risorse.

Non c’è dubbio che Cina, Russia e Iran si siano consolidati in America meridionale e nel bacino caraibico a partire dal Venezuela, facilitati dal frazionamento politico e dal nanismo di molti stati, tra l’indifferenza per molti anni di Stati Uniti e di una distratta UE4.

A questo punto occorre porsi una domanda: al di là dalla sgradevolezza di certe affermazioni, perché dopo aver rischiato un’azione militare per spodestare Maduro, gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con l’establishment di stampo chavista per “governare” il paese durante la transizione? Nei 25 anni di dominio chavista, a cominciare dalle sue premesse (il “caracazo”, 1989) la storia del Venezuela è costellata da eccidi, morti, sparizioni, con il più alto indice urbano di violenza5. Il regime chavista, e il suo seguito con Maduro, hanno sapientemente investito enormi risorse in propaganda, soprattutto nei paesi europei, e tutto il mondo occidentale ha distolto lo sguardo, lasciando che la Cina, e molti regimi autocratici – a partire dall’Iran e poi dalla Russia – cogliessero indisturbati l’occasione.
Venezuela divenne, per i non informati, l’epicentro del “Socialismo del XXI Secolo” (termine attraente, che di socialismo e sviluppo sociale aveva ed ha ben poco) che si propagò rapidamente, creando instabilità e tensioni in tutto il continente americano, condizionamenti politici (con reazioni e scandali ricorrenti, come in Argentina, Peru, Bolivia ed Ecuador) che permisero alla Cina di conquistare risorse strategiche, infrastrutture, trasporti e logistica in tutto il continente sud americano. I più colpiti furono i Paesi europei, le cui imprese furono estromesse dai loro mercati tradizionali – più ancora delle imprese americane – le cui popolazioni residenti in Venezuela furono oggetto di vessazioni con massicci fenomeni di emigrazione di ritorno. L’inusitata cautela prospettata da Trump, dopo il colpo inflitto e la mano tesa ad una collaborazione nella transizione, è forse un tentativo di evitare ulteriori violenze, puntando sulla continuità gestionale con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, nominata da Maduro, quale referente di Washington a Caracas.
Rapidità e decisione, senza esagerare, è la scelta del male minore perpetuata da Washington; in un mondo governato da milizie e bande armate ed uno sconfinato territorio 6 è necessario limitare la conflittualità, anche a costo di decisioni incomprensibili e di minima popolarità. La scelta dell’amministrazione Trump sembra quella della supervisione e non della gestione della transizione politica ed economica del Venezuela; da effettuarsi nel più breve tempo possibile ed al minor costo possibile in termini di violenza in continuo aumento che ha caratterizzato il Paese negli ultimi decenni; in altre parole coinvolgere e responsabilizzare i generatori di violenza (minacciandoli di ulteriori azioni) può essere in questo momento la decisione più saggia. La transizione sembra emergere dalle stesse dichiarazioni di Trump e del suo staff, intesa a rompere la tradizionale spirale di violenza, confidando nel notevole coraggio dell’elettorato che nel 2024 si recò in massa alle urne, sfidando condizionamenti, minacce e brogli per eleggere il presidente Edmundo Gonzalez dopo che il regime di Maduro aveva impedito alla candidata María Corina Machado(oggi premio Nobel per la pace) di presentarsi in lista. Gonzalez vinse con un margine schiacciante ed il suo forzato esilio, come quello di 9 milioni di venezuelani (il 30% della popolazione numerica, ma oltre il 40% della popolazione attiva), al di là del diritto internazionale giustifica ogni intervento.
L’atipicità della “Dottrina Don-roe” porta ad una scelta: riconoscere “semplicemente” la volontà già espressa dagli elettori venezuelani oppure stabilizzare il Paese, a cominciare dal recupero economico e occupazionale, preparando in parallelo nuove elezioni che, per essere eque (sotto supervisione internazionale) devono permettere l’esercizio del voto a tutti i cittadini che sono stati ripudiati dal regime e devono ora recuperare identità e diritti. Due azioni che inevitabilmente non possono essere immediate, che presuppongono pragmatismo e moderazione, e concentrazione di risorse.

Dalla fine della Guerra Fredda, e specialmente dopo l’11 settembre, gli statisti e gli accademici americani sono alle prese con il problema di come sostenere l’ordine mondiale: non si tratta di disquisire se la dottrina Monroe o la dottrina/filosofia Roosevelt siano applicabili al mondo di oggi, ma di capire come una grande potenza dovrebbe rispondere agli eventi mondiali. La situazione venezuelana è solo una delle dimostrazioni della paralisi e delle difficoltà (per non parlare di incapacità) di organismi internazionali, come l’ONU, la cui capacità di essere super partes è ancora uno dei dilemmi di politica estera più controversi e conflittuali. Il Venezuela è ormai assurto a “case study”: su questi dilemmi di politica estera e l< ricerca di un nuovo ordine mondiale sembra necessario accettare alcuni fatti compiuti (Ucraina docet, a partire dal precedente degli “accordi” di Minsk) e non resta altro che auspicare moderazione e pragmatismo da parte dell’Amministrazione Trump anche nei confronti di un proprio elettorato alla vigilia della prova del mid term.
Un dilemma che si pone anche ai Paesi che auspicano un nuovo ordine globale e si candidano, auspicando ruoli di indirizzo, come nel caso di una UE che non ha una chiara identità e non ha poteri né di decisione né di azione. Moderazione e pragmatismo che dovrebbero condizionare l’azione dei governanti, ricorrendo se necessario alla consegna dell’opportuno silenzio (chi è padrone del silenzio non è schiavo degli avvenimenti, ha maggiore libertà di azione e maggiori possibilità).

GIAN CARLO PODDIGHE
—Note:
-Il Presidente Jackson era più concentrato sulla corsa all’ ovest e sul consolidamento dell’Unione che su ambizioni continentali.

-A tal riguardo vorrei ricordare il caso eclatante della coalizione britannica, tedesca e italiana che nel 1902 bloccò per mesi e cannoneggiò i porti venezuelani (con qualche meno nota incursione sul territorio). Un’azione che, guarda caso, coincideva con le necessità europee di assicurarsi stazioni di carbonamento nell’area e soprattutto “contare” se non influire nella realizzazione del canale di Panama e sul suo controllo. Il timore era che l’intervento europeo in America Latina avrebbe minato i rapporti nella regione, con nazioni che certamente volevano gli Stati Uniti come referenti; i governi dei paesi dell’emisfero, a cominciare da quello all’epoca preminente, l’Argentina, sollecitarono tale protezione, dando luogo alla “dottrina Drago” dal nome del cancelliere argentino, Luis Drago, che la formulò. Intervento europeo, francese e britannico, che riemerse, e non è mai stato stigmatizzato opportunamente, agli inizi della Seconda guerra mondiale, quando tutto l’emisfero, dagli Stati Uniti all’Argentina, era neutrale e voleva mantenersi tale.

-Il presidente Usa ha ribattezzato, in maniera impropria, con il termine “dottrina Don-roe” la sua visione politica regionale, dopo aver citato la teoria coniata da James Monroe

-Come riferimento i Paesi AEC, appartenenti all’associazione degli Stati dei Caraibi, sono 28, la maggioranza dei quali molto permeabili, per una debolezza intrinseca, dalle finanze alla corruzione statale.

-Fu fatto un confronto con la guerra di Bosnia, con risultati sorprendenti, a favore di Sarajevo, che risultava più sicura di Caracas.

-Il Venezuela è grande oltre tre volte l’Italia, con una popolazione (32 ab /kmq) concentrata in pochi centri urbani, un territorio poco utilizzato rispetto a molti altri paesi del mondo ed ampie aree interne praticamente disabitate.

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