Da quel che sembra né Trump né il suo cerchio magico vanno per il sottile (nel dichiarare) né sembra perdano tempo in studi su precedenti e motivazioni.
Trump è certamente un genio nel fare proprie le situazioni e a cavalcarne alcuni aspetti, ma moderazione e pragmatismo dovrebbero condizionare l’azione dei governanti.
Il mondo intero (ed in particolare l’Italia unita dietro un’etichetta barricadera ed autolesionista), sembra voler processare gli Stati Uniti quando l’unico colpevole, più per le dichiarazioni che per i fatti, è invece solo il presidente in carica, nei confronti del quale andrebbe ricordato un bellissimo motto : “ ciascuno è schiavo di ciò che dice e padrone del suo silenzio “
Come conoscitore del paese e cultore della storia navale mi permetto alcuni richiami, a cominciare da un saggio pubblicato nel 2016, in momenti e forme insospettabili, relativo al blocco navale del Venezuela di cui anche il nostro paese fu protagonista
(https://www.academia.edu/90427815/La_Marina_Italiana_ed_il_blocco_Navale_del_Venezuela_1902_ )
Oggi si parla – anche maramaldeggiando e giocando sulle parole – di “Dottrina Donroe”, in particolare dopo la conferenza stampa in cui, artatamente, è stato descritto il fulmineo raid contro Nicolás Maduro a Caracas, e nel corso della quale il presidente Donald Trump ha nuovamente invocato la Dottrina Monroe come un precetto duraturo della politica estera statunitense.
Non è corretto né accettabile, e meno da chi sostiene l’opportunità e la necessità di un rapporto stabile e di un’alleanza con gli Stati Uniti.
Le critiche nei confronti di Trump finiscono per sottrarre importanza alla decisione di dare una risposta ad un’azione richiesta massicciamente dalla maggioranza dei venezuelani, abbandonati per anni ad una violenza di regime gestita con forze esterne, ed anche di sottrarre importanza al segnale, l’allontanamento di Maduro, nei confronti dell’ormai diffusa prassi di presidenti urlatori nella ricerca di scorciatoie per la perpetuazione del potere e la continuità di ideologie.
Critiche alla persona che alla fine distolgono l’attenzione da un’analisi costi/benefici del decisionismo trumpiano che ha risposto alle istanze locali sia in chiave di benefici per il “sistema Venezuela” sia di contrasto al silenzioso posizionamento di Cuba, Cina, Russia ed Iran.
La diplomazia statunitense è a tutti gli effetti una diplomazia globale, con ripercussioni tanto internazionali quanto nazionali, in patria e nei paesi alleati: un’amministrazione che pertanto deve non solo legittimare le proprie azioni ma comunicarlo e dimostralo alla maggior udienza possibile, minimizzando le reazioni avverse, dimostrandone la strumentalizzazione (quando lo sia).
Non è per un sofisma o per la presunzione di un erudito, ma il riferimento reale non può essere quello di una dottrina di più di due secoli orsono, il 1823, formulata dal Segretario di Stato John Quincy Adams, e fatta propria dal presidente James Monroe, né potrebbe essere quella del quasi immediato successore, il Presidente Jackson che la raffinò e la modulò nei confronti delle potenze europee nel corso del suo mandato (1829–1837), evitando in forma prudente un nuovo confronto con l’impero britannico (Jackson era più concentrato sulla corsa all’ ovest e sul consolidamento dell’Unione che su ambizioni continentali).
La delicatezza, ed il guanto di velluto, sono ingredienti delle relazioni internazionali, che sembrano al momento passati di moda, ma sono in realtà necessari, e proprio Trump sembrerebbe volerli adottare dopo aver sferrato un colpo dimostrativo.
Occorre essere obiettivi e precisi riguardo agli scopi e al potere degli Stati Uniti, anche perché alla fine coinvolgono tutto il mondo occidentale e nello specialissimo caso del Venezuela (non il solo) coinvolgono profondamente il nostro Paese (uno di quelli più colpiti dalle misure dell’era chavista, sia come rilevante comunità residente sia come investimenti e tradizionali opere).
È improprio e deviante cadere della trappola di una generica condanna di un supposto avventurismo statunitense, riportandolo a quello dalla fine degli anni 1910 fino agli anni ’30 ; sarebbe assurdo che la presidenza Trump volesse fondare la sua politica estera su principi superati, e chi la interpreta in tal modo fa solo della vuota retorica.
La lettura e le interpretazioni di parte della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, contribuisce peraltro all’errore ed alla strumentalizzazione, quando cita un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, definisce il nuovo Corollario, una rivisitazione del Corollario del 1904 di Theodore Roosevelt, in termini di “preminenza americana nell’emisfero occidentale.”
Il presidente Theodore Roosevelt (del quale sarebbe opportuno analizzare atteggiamenti e formazione, opposti a quelli dell’ attuale Presidente) aggiornò la Dottrina Monroe.
Il corollario affermava che non solo le nazioni dell’emisfero occidentale non erano aperte alla colonizzazione da parte delle potenze europee, ma che gli Stati Uniti avevano la responsabilità di preservare l’ordine e proteggere la vita e le proprietà in quei paesi.
Una responsabilità, addirittura richiesta dai diretti interessati (allora come oggi), emersa come un problema nella politica estera degli Stati Uniti quando i governi europei hanno iniziato a usare la forza per fare pressione su diversi paesi dell’America Latina per il pagamento dei debiti, con il caso eclatante della coalizione britannica, tedesca e italiana che nel 1902 bloccò per mesi e cannoneggiò i porti venezuelani (con qualche meno nota incursione sul territorio…)
Un’azione che, guarda caso, coincideva con le necessità europee di assicurarsi stazioni di carbonamento nell’area e soprattutto “contare” se non influire nella realizzazione del canale di Panama e sul suo controllo.
Il timore era che l’intervento europeo in America Latina avrebbe minato i rapporti nella regione, con nazioni che certamente volevano gli Stati Uniti come referenti: i governi dei paesi dell’emisfero, a cominciare da quello all’epoca preminente, l’Argentina, sollecitarono tale protezione, dando luogo alla “dottrina Drago” dal nome del cancelliere argentino, Luis Drago, che la formulò.
Intervento europeo, francese e britannico, che riemerse, e non è mai stato stigmatizzato opportunamente, agli inizi della Seconda guerra mondiale, quando tutto l’emisfero, dagli Stati Uniti all’Argentina, era neutrale e voleva mantenersi tale.
Oggi, soprattutto per la presenza della Cina, e la sua politica della neo-colonizzazione attraverso il debito che strangola i “prenditori”, i problemi e le necessità si ripresentano, sotto altre spoglie, comunque facilmente identificabili.
Trump, con la sua amministrazione, parla di preminenza, e deve essere chiaro sull’ interpretazione del termine, che si presta ad abusi , anche a quelli della Cina in questi ultimi 25 anni.
Se dovessimo tornare ai precedenti, sarebbe opportuno ricordare come Il presidente Roosevelt fosse orgoglioso di quanto poco intervenisse negli affari latinoamericani nei termini del suo “corollario”.
Il minimalismo dovrebbe ancor oggi essere motivo conduttore, proprio quando operazioni come la rimozione di Maduro sono destinate a generare controversie, ad essere sfruttate da parti avverse per la possibilità di essere interpretate.
Un linguaggio moderato, e precisione diplomatica nei termini avrebbe potuto, e dovrebbe a continuazione, limitare interpretazioni errate e di conseguenza strumentalizzazioni e reazioni sproporzionate.
Nel 1906, in sequenza al Corollario alla Dottrina Monroe di Roosevelt, Drago lodò “…la politica tradizionale degli Stati Uniti, che, senza accentuare la superiorità o cercare la preponderanza, condannava l’oppressione delle nazioni di questa parte del mondo e il controllo dei loro destini da parte delle Grandi Potenze d’Europa…”
All’epoca, quindi, la Dottrina Monroe era una difesa a guida statunitense contro l’oppressione extraregionale; va interpretata, esattamente nell’ottica locale e nel senso comune prevalente, come un precursore del sistema emisferico, non una giustificazione per l’oppressione statunitense.
Dovrebbe rimanere così anche oggi, quando – oltre una difesa militare, per ora larvata ed in proiezione – serve un’intesa, anzi una difesa economica, fatta di coesione, solidarietà, chiarezza e disponibilità di risorse, consistenti ed immediate,
La moderazione dovrebbe costituire la base della “Dottrina Donroe”, in un quadro emisferico dove oggi la neo-colonizzazione è partita, inarrestabile, dall’economia, e dal controllo delle risorse.
Oggi, non c’è dubbio che avversari (non solo degli Stati Uniti) come Cina, Russia e Iran si siano consolidati in Amarica meridionale e nel bacino caraibico, a partire dal Venezuela, facilitati dal frazionamento politico e dal nanismo di molti stati, tra l’indifferenza per molti anni di stati Uniti e UE (solo come riferimento i Paesi AEC, l’associazione degli Stati dei Caraibi, sono 28, la maggioranza dei quali molto permeabili, per una debolezza intrinseca, dalle finanze alla corruzione).
La politica della decisione e del danno minore: occorre porsi una domanda, al di là dalla sgradevolezza, quasi del bullismo, di certe affermazioni; perché mai, dopo aver rischiato un’azione militare per spodestare Maduro, gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con l’establishment chavista per “governare” il paese durante la transizione?
Nei venticinque anni di dominio chavista, a cominciare dalle sue ancor più lontane premesse (il “caracazo” del 1989) la storia del Venezuela è costellata da eccidi, morti, sparizioni, con il più alto indice urbano di violenza (a suo tempo fu fatto un confronto con la guerra di Bosnia, con risultati sorprendenti, a favore di Sarajevo, che risultava più sicura di Caracas …).
Il regime chavista, il madurismo ne è solo l’involuzione, ha sapientemente investito enormi risorse in propaganda, soprattutto nei paesi europei, e tutto il mondo occidentale ha distolto lo sguardo lasciando che la Cina, e molti regimi autocratici, a partire dall’Iran e poi dalla Russia, cogliessero indisturbati ed immediatamente l’occasione.
Venezuela come epicentro di quel “Socialismo del XXI Secolo” (termine attraente, che di socialismo e sviluppo sociale aveva ed ha ben poco) che si è propagato rapidamente, creando instabilità e tensioni in tutto il continente, instabilità e condizionamenti politici (con reazioni e scandali ricorrenti, come in Argentina, Peru, Bolivia ed Ecuador) che hanno permesso alla Cina di conquistare risorse strategiche, infrastrutture, trasporti e logistica in tutto il continente.
I più colpiti sono stati i paesi europei, le cui imprese sono state di fatto estromesse dai loro mercati tradizionali, più ancora delle imprese americane, e le cui popolazioni residenti sono state oggetto di vessazioni con massicci fenomeni di emigrazione di ritorno.
Colpire il Venezuela come minaccia, ma anche come esempio e come possibile effetto domino, visto il sostegno che tradizionalmente il paese forniva ad altri regimi.
L’inusitata cautela, dopo il colpo inflitto e la mano tesa ad una collaborazione nella transizione, è stato forse un tentativo di evitare ulteriori violenze, puntando sulla continuità gestionale con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, nominata da Maduro, quale referente di Washington a Caracas.
Perché?
Rapidità e decisione, ma senza esagerare, e pertanto la scelta del male minore: in un mondo governato da milizie e bande armate ed uno sconfinato territorio (il Venezuela è grande oltre tre volte l’Italia, con la popolazione (32 ab /kmq) concentrata in pochi centri urbani, un territorio poco utilizzato rispetto a molti altri paesi del mondo ed ampie aree interne praticamente disabitate) è necessaria limitare la conflittualità, anche a costo di decisioni incomprensibili e di minima popolarità (immediata).
La scelta dell’amministrazione Trump sembra quella della supervisione e non della gestione della transizione politica ed economica del Venezuela; transizione il più breve possibile e intestata a realtà del Venezuela poco ”digeribili”, purché al minor costo possibile in termini di violenza, quella violenza in continuo aumento che ha caratterizzato il paese negli ultimi decenni; coinvolgere e responsabilizzare i generatori di violenza (minacciandoli di ulteriori azioni) può essere la decisione più saggia.
La transizione – sembra emergere dalle stesse dichiarazioni di Trump e del suo staff – dovrebbe puntare a rompere la tradizionale spirale di violenza, e se così non fosse andrebbe letta la minaccia di ulteriori azioni.
Le scelte del popolo venezuelano sono ben note, non solo per il precedente del 2019, dove era emersa un’altra guida attraverso una complicata e contestata evoluzione parlamentare, ma per il notevole coraggio dell’elettorato che nel 2024 si è recato in massa alle urne, sfidando condizionamenti, minacce e brogli per eleggere presidente Edmundo Gonzalez dopo che il regime di Maduro aveva impedito alla candidata María Corina Machado (oggi premio Nobel proprio per la lotta al regime) di presentarsi in lista.
Gonzalez ha vinto con un margine schiacciante, e il suo forzato esilio, come quello di 9 milioni di venezuelani (il 30% della popolazione numerica, ma oltre il 40% della popolazione attiva), giustifica ogni intervento, un’affermazione convincente secondo qualsiasi standard.
L’atipicità della “Dottrina Donroe” porta ad una scelta : riconoscere “semplicemente” la sola volontà già espressa dagli elettori venezuelani -con la certezza di far scivolare il paese nel caos- oppure condurre due azioni in parallelo:
stabilizzazione, a cominciare dal recupero economico e occupazionale;
preparazione di nuove elezioni, che per essere eque e sotto supervisione internazionale, devono permettere l’esercizio del voto a tutta la diaspora, cittadini che ovunque si siano dispersi sono stati di fatto ripudiati dal regime e devono recuperare identità e diritti.
Due azioni che inevitabilmente non possono essere immediate, che presuppongono pragmatismo e moderazione, e concentrazione di risorse.
Dalla fine della Guerra Fredda, e specialmente nell’era post-11 settembre, gli statisti e gli accademici americani sono alle prese con il problema di come sostenere l’ordine mondiale: non si tratta di disquisire se la dottrina Monroe o la dottrina/filosofia Roosevelt siano applicabili al mondo di oggi, applicabili prima ancora di discutere della liceità, ma di capire ed agire come una grande potenza dovrebbe rispondere agli eventi mondiali.
La situazione venezuelana è solo una delle dimostrazioni della paralisi e delle difficoltà (per non parlare di incapacità) di organismi internazionali, come l’ONU, non più super partes: uno dei dilemmi di politica estera oggi più controversi e conflittuali.
Il Venezuela è ormai assurto a “case study”: su questi dilemmi di politica estera e con una visione di necessario nuovo ordine mondiale sembra necessario accettare alcuni fatti compiuti (Ucraina docet, a partire dal precedente degli “accordi” di Minsk) e non resta altro che auspicare, dopo un innegabile successo iniziale, moderazione e pragmatismo da parte dell’ Amministrazione Trump (anche nei confronti di un elettorato alla viglia della prova del mid term).
Un dilemma che si pone anche ai paesi che auspicano un nuovo ordine globale, e magari si candidano, e magari auspicano ruoli come nel caso di una UE che non ha una chiara identità e non ha poteri né di decisione né di azione: proprio per questo moderazione e pragmatismo dovrebbero condizionare l’azione dei governanti.
Fattori che critichiamo – come mancanza – nei confronti di Trump, ma purtroppo come italiani critichiamo quando altri governanti, i nostri, lo applicano insieme alla consegna dell’ opportuno silenzio (chi è padrone del silenzio non è schiavo degli avvenimenti, ha maggiore libertà di azione, ha maggiori possibilità). GIAN CARLO PODDIGHE
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