Nel momento in cui si sta lentamente profilando una presa di coscienza e un possibile distanziamento dal radicalismo ambientale, Trump con una delle sue “sparate” si è impadronito del tema, e in qualche modo lo sta squalificando, politicizzandolo come una missione di parte invece di promuoverlo come azione necessaria e condivisa.
È un tema di tutti, che va approfondito lontano da quelle strategie del proibizionismo, che è stata sinora prevalente, o del negazionismo che sta emergendo come reazione; è nell’interesse di tutti il ritorno alla logica, alla conoscenza, lontano da colpevolizzazioni che sarebbero comunque indistintamente di tutti, a cominciare da quella frangia di benessere che
vorrebbe addebitare a tutti il mantenimento del proprio benessere come previlegio.
Non è possibile accettare il proibizionismo, ma anche se promosso da un personaggio discutibile va anche accettata la necessità di rivedere l’approccio sinora adottato, rimettendo in gioco la scienza nella ricerca di soluzioni – o meglio di adattamenti.
Bisognerebbe, anche se è una pia illusione, abbandonare i radicalismi che si sono consolidati proprio sui temi “evanescenti” per la maggior parte dell’opinione pubblica, facili da manipolare e sfruttare attraverso eventi relativamente puntuali e contingenze.
Oggi la politica green, in particolare quella europea, oltre un inganno è un suicidio, e nel nostro paese è stata la scusa per le più bieche speculazioni, e lo è ancora.
Occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscere che non esiste una relazione cause/eHetto come quella che ci è stata raccontata negli ultimi decenni, per di più addebitandola al benessere…
I grandi gruppi finanziari sembrano essere i primi a rendersi conto del possibile cambio di tendenza, di una presa di coscienza e di un possibile distanziamento dal radicalismo green, dell’opzione di un necessario protezionismo e conservazionismo ambientale, ruppi che ancora prima di (pochi) politici si sono resi conto dello spreco di denaro, per pochi, invece di dedicarlo a grandi programmi, per molti, compresa la tanto reclamata sanità.
Non sembra ma sono stati anche i primi a dare qualche segnale, anche se molti, se non i più, sono ancora tentati da programmi green faraonici e speculativi.
Non sarà che Trump, con il suo “fiuto” , voglia cavalcare il cambio? Certamente sa cavalcare lo scontento.
Vale pertanto la pena di risalire agli inizi ed alle motivazioni di questa deriva, dell’ubriacatura dell’ideologia green che permette alla politica di non assumere vere responsabilità: la colpa è sempre degli altri, del cambio climatico, delle cattive abitudini individuali ….
Facendo un po’ di memoria, oltre a scagliarsi contro Trump e pensare che si sia toccato il fondo senza possibilità di uscita, bisogna risalire ad un precedente ma non molto remoto periodo storico.
Un periodo di grande criticità degli Stati Uniti, “faro del mondo” (la UE non era ancora nemmeno nei programmi a breve), delle cui conseguenze stiamo ancora pagando alcuni conti, grazie ad un politico successivamente e stranamente molto osannato (alla sua scomparsa e parlando di fondazioni e premi internazionali, sino ai Nobel): Jimmy Carter.
Abbagliati o accecati da Trump ci si dimentica che si trattò di uno dei peggiori governanti occidentali, uno che sbagliò sempre, rovinando ogni cosa di cui si occupava (e questo riguarda anche la democrazia, con il centro che porta il suo nome, che ha fornito sempre lo scudo per le elezioni truccate che hanno portato alle peggiori dittature, in particolare in Sud America)
La dittatura pseudo ambientalista, l’odio per la società del benessere trasformata in società dei consumi, risale a quasi mezzo secolo or sono, al 15 Luglio 1979.
Si era nel pieno della drammatica crisi energetica che investì gli Stati Uniti, a causa del vertiginoso aumento del prezzo del petrolio e della riduzione delle esportazioni di greggio verso l’Occidente da parte dei paesi dall’Opec: il candido, inadeguato, presidente Carter – uno che aveva ostacolato in tutti i modi lo sviluppo dell’energia nucleare e la costruzione di nuove centrali, per puntare solo sulle insu>icienti fonti alternative green – si rivolse alla nazione, che
aspettava con trepidazione risposte dal presidente, con un famoso discorso televisivo, che passerà alla storia, purtroppo, come il discorso del malessere.
Il triste e mediocre Carter, anziché rassicurare i cittadini proponendo soluzioni per il superamento della crisi energetica, accuserà, invece, colpevolizzandoli, gli americani, a causa del loro stile di vita e delle loro eccessive pretese.
“Troppi di noi – disse Carter – ora tendono ad adorare il consumismo e non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni. L’identità umana non è più definita da ciò che si fa, ma da ciò che si possiede. Ma abbiamo scoperto che possedere e consumare cose non soddisfa il nostro desiderio di significato”.
E propose come soluzione solo il cambio delle proprie abitudini:
“Vi chiedo per il vostro bene e per la sicurezza della vostra nazione di non fare viaggi inutili, di condividere i viaggi in auto o i mezzi pubblici ogni volta che potete, di lasciare parcheggiata la vostra auto un giorno in più a settimana, di non alzare troppo i termostati per risparmiare energia. Ogni atto di conservazione dell’energia come questo è più del semplice buon senso: vi
dico che è un atto di patriottismo. Quindi, la soluzione della nostra crisi energetica può anche aiutarci a vincere la crisi dello spirito nel nostro Paese; può riaccendere il nostro senso di unità”.
Questo lugubre discorso fece sprofondare gli americani nella più cupa depressione; ma alimentò anche la rabbia e le divisioni sia nella stessa società americana sia tra primo, secondo e terzo mondo, i livelli e le divisioni su cui si muoverà il centro da lui fondato, che arrivò persino a proporre per il Nobel il dittatore Chavez, dopo averne validato elezioni farsa.
Poco valse che la stessa rabbia, le stesse divisioni sociali portassero, di lì a poco, un anno dopo, alla cacciata dell’ingenuo, stolto Carter, a robuste pedate nel sedere dalla Casa Bianca, per sostituirlo con un presidente ottimista, pragmatico e con una visione chiara del futuro, che consentirà al Paese di uscire dalla crisi con poche, semplici soluzioni: tra le quali, anche, il ricorso all’energia nucleare.
“La mia amministrazione dirà Reagan nel 1981- è impegnata nell’uso dell’energia nucleare come elemento cruciale nell’enorme compito di soddisfare il fabbisogno energetico dell’America. L’industria americana ha sviluppato una solida base tecnologica per la produzione di elettricità dall’energia nucleare e dobbiamo alla nostra gente rendere possibile l’uso di questa tecnologia per migliorare la propria vita”.
I politici devono proporre soluzioni e risolvere problemi, anche a costo dell’impopolarità: se poi sono eletti in Paesi democratici hanno anche la protezione (o la scusa) di perdere le elezioni…
Non accusano i cittadini per il loro stile di vita, prospettando scenari apocalittici, quelli che una minoranza di politici capaci di governare in base alla preparazione ed alla conoscenza, ci hanno imposto negli ultimi vent’anni (intanto c’era la pace, ci voleva qualcosa per intimidire e
imbrigliare la mandia dei cittadini non più attanagliati da venti di guerra …. ma adesso la guerra è tornata a bussare alle porte delle fortezza (?) Europa. ( *)
GIAN CARLO PODDIGHE
( *) nessuno ha mai voluto fare i conti della “contaminazione ambientale” prodotta dall’invasione russa e dalla guerra Ucraina…. forse anche questo dovrebbe portarci a ragionare se esista o NON ESISTA ALCUNA EMERGENZA
CLIMATICA, come emerge dalla petizione inviata all’ ONU con la firma di oltre un migliaio di scienziati mondiali, la prima di Ivar Giaever, premio Nobel per la fisica.
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