La promessa dell’assassino

 Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso di riportare a casa tutti gli ostaggi, “vivi e morti”, tenuti da Hamas a Gaza, mentre almeno 52 persone sarebbero morte nell’incessante bombardamento del territorio palestinese. Una fonte di Hamas ha affermato che il movimento islamista ha accettato una nuova proposta di tregua avanzata dall’inviato statunitense Steve Witkoff, ma quest’ultimo ha smentito, mentre aumenta la pressione su Israele affinché ponga fine all’offensiva.

“Se non ci riusciremo oggi, ci riusciremo domani, e se non domani, dopodomani, non ci arrendiamo… Abbiamo intenzione di riportarli tutti indietro, i vivi e i morti”, ha detto Netanyahu nel discorso di chiusura delle festività del ‘Giorno di Gerusalemme’. “La nostra missione è vincere la guerra e comprende riportare a casa gli ostaggi”.

Un’altra fonte palestinese ha messo sul tavolo una controproposta per la liberazione di 10 ostaggi vivi: una tregua di 70 giorni, il ritiro parziale israeliano da Gaza e il rilascio di un gran numero di prigionieri palestinesi Nella Striscia di Gaza, obiettivo di nuovi bombardamenti, secondo la Protezione civile locale, 33 palestinesi, per lo più bambini, sono stati uccisi nella scuola Fahmi Al-Jarjaoui di Gaza City, e 19 in un attacco contro un’abitazione a Jabalia.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha minacciato di non sostenere più il governo Netanyahu, ma il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha assicurato che la Germania continuerà a vendere armi a Israele. Il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store ha definito quello di Gaza “probabilmente il peggior attacco umanitario contro i civili”. “Dobbiamo fermare questa offensiva, che non ha alcun obiettivo militare, a meno che non si voglia trasformare Gaza in un immenso cimitero”, ha dichiarato José Manuel Albares, capo della diplomazia spagnola.

 In Italia, nel frattempo, I contatti fra i leader del centrosinistra sono bene avviati e si fanno più frequenti a ogni ora che passa. L’obiettivo è mettere in campo una manifestazione il più unitaria possibile per chiedere che Israele fermi il massacro di Gaza. La piattaforma della mobilitazione non c’è ancora ma, stando a quanto filtra da ambienti dell’opposizione, la base su cui lavorare potrebbe essere la mozione unitaria sottoscritta da Pd, M5s e Avs e presentata durante una conferenza stampa congiunta da Elly Schlein; Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Punti fondamentali della mozione sono, infatti: riconoscere lo stato di Palestina come stato democratico e sovrano e promuoverne il riconoscimento anche da parte di tutta l’Unione Europea; esigere in tutte le sedi internazionali e multilaterali il cessate il fuoco immediato in Palestina, la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas, la fornitura di aiuti umanitari, il rispetto della tregua in Libano e il pieno rispetto del diritto internazionale; sostenere il cosiddetto “Piano arabo” per la ricostruzione e la futura amministrazione di Gaza, condannando qualsiasi piano di espulsione dei palestinesi da Gaza e Cisgiordania; sospendere immediatamente forniture, autorizzazioni e compravendita di armi con Israele; sostenere in sede europea l’adozione di sanzioni nei confronti del Governo israeliano per la sistematica violazione del diritto internazionale; esigere la fine dell’occupazione militare illegale dei territori palestinesi in Cisgiordania e l’illegale creazione e sostegno di insediamenti israeliani; promuovere la sospensione dell’accordo di associazione EU-Israele per le ripetute violazioni del diritto internazionale; dare piena attuazione ai mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale nei confronti di Netanyahu e Gallant; sostenere in tutti i consessi europei ed internazionali la legittimità della Corte Penale Internazionale.

L’obiettivo è quello di portare in piazza centinaia di migliaia di persone, quattrocentomila azzarda un esponente Avs che è vicino al dossier. Per raggiungerlo, si spiega, Pd, M5s e Avs sono impegnati ad allargare il perimetro dei partecipanti all’iniziativa ben oltre le sigle dei partiti, rivolgendosi alle reti civiche e alle forze sociali, “compresi, naturalmente, i sindacati”. Al momento, tuttavia, “non risultano ancora contatti ufficiali” fra i vertici dei partiti e il leader Cgil, Cisl e Uil, ma la volontà di ‘triangolare’ con il mondo del lavoro c’è.

A offrirsi, invece, sono i centristi Matteo Renzi e Carlo Calenda che, tuttavia, avvertono: va bene se è una manifestazione contro Netanyahu, ma non ci saremo se diventerà un pretesto per attaccare gli ebrei. “Dipende da che tipo di piazza fai, se la piattaforma è la condanna del governo Netanyahu sono il primo”, dice Renzi. “La mia posizione è quella di Liliana Segre: durissima condanna del governo israeliano ma nessuna possibilità di accettare che si trasformi in un atteggiamento antisemita”, aggiunge il leader di Italia Viva. “Siamo assolutamente disponibili a fare una grande manifestazione per dire a Israele di fermarsi però vogliamo essere sicuri che non ci siano bandiere di Hamas, che non si inneggi alla morte degli ebrei e che non ci sia alcun tipo di atteggiamento antisemita”, sottoscrive Carlo Calenda.

Intanto negli scambi che sono avvenuti questa mattina e nel pomeriggio è emerso il nodo del giorno da scegliere per la manifestazione e il ‘formato’. Sulla necessità di fare in fretta c’è condivisione da parte di tutti anche perché, come viene spiegato, ogni ora che passa continuano a morire civili e bambini: l’ultimo caso della scuola bombardata a Khan Younis e della famiglia della pediatra sterminata a Gaza stanno lì a dimostrarlo. La prima necessità è quella di evitare che la manifestazione cada nel fine settimana del referendum, l’8 e 9 giugno. Escluso anche il 21 giugno, giorno in cui è convocata la manifestazione “per fermare Israele” promossa dalla rete “Stop ReArm Europe”.

Da più parti sarebbe arrivata l’indicazione di organizzare una manifestazione in tempi brevi, nel giro di una settimana, prima del referendum. Tuttavia, il 2 giugno è Festa della Repubblica ed è da escludere che la manifestazione si possa tenere il giorno prima in quanto, viene spiegato, questo rischierebbe di oscurare le celebrazioni al Quirinale. Ecco, dunque, che l’ultimo giorno utile è il 7 giugno. Ed è proprio su quella data che sembrano concentrarsi i leader del centrosinistra.

“Tutti in piedi per Gaza”, scrive Giuseppe Conte sui social: “Se Governo e maggioranza Meloni restano seduti, noi ci alzeremo in piedi. Il M5S come sempre c’è e sta lavorando in queste ore per mobilitazioni corali e di piazza contro il genocidio in corso a Gaza, contro la condotta criminale di Netanyahu”.

Oltre alla data c’è il nodo del formato da dare alla mobilitazione. Due le alternative: o una unica manifestazione nazionale, in una piazza da scegliere, o iniziative città per città. E, per il momento, la scelta starebbe cadendo sulla prima ipotesi. Nel frattempo, i partiti continuano il loro pressing sul governo per fare in modo che Giorgia Meloni e i suoi ministri prendano una posizione chiara su quanto avviene a Gaza. Occorre “attivarsi e non rimanere a guardare”, spiega Sergio Costa, deputato del M5s e vicepresidente della Camera. “È ora che il governo italiano si schieri dalla parte del diritto internazionale, che ha già accusato Netanyahu di crimini contro l’umanità”, rincara Marco Grimaldi di Avs: “Dobbiamo agire ora, perché solo la seconda superpotenza mondiale, l’opinione pubblica, può fermare tutto ciò”, aggiunge Grimaldi.

E per Giuseppe Conte non bastano le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che dice “ora basta, la popolazione civile di Gaza sta soffrendo troppo”. Chiede Conte: “Dov’era Tajani mentre in questi mesi morivano quasi 60mila palestinesi, 15mila bambini? Ve lo dico io: era nel Governo Meloni che su questa mattanza si è astenuto alle Nazioni Unite, che ha ministri che stringono le mani sporche di sangue di Netanyahu, che si oppone in Europa alla revisione degli accordi con Israele e che dice sempre no a embargo armi e sanzioni contro l’esecutivo criminale che guida Israele”.

Massimiliano Orfei

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