Sabato un certo numero di persone è sceso in piazza, tutti per motivi diversi, con logiche opposte. Alcuni, e tra questi pochi con convinzione e conoscenza dell’argomento, erano stati convocati per dimostrare per la pace e contro un riarmo che sottrarrebbe risorse per il benessere.
Una convocazione capziosa: non si tratta di riarmare l’Europa per fare la guerra alla Russia, si tratta di riarmare l’Europa per dissuadere chiunque, ed ora la Russia, dal farci la guerra.
Si illudono coloro che pensano che Putin si fermerà una volta spartita l’Ucraina, magari con l’aiuto dello stesso Trump (interpretazione tutta da rileggere).
L’intento di Putin (e la sua sopravvivenza stessa) è palesemente quello di ricostruire la tradizionale sfera di influenza russa, quando l’Europa era divisa tra il blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti, e quello orientale, in mano all’Unione Sovietica.
La vittoria ringalluzzisce i dittatori e i criminali: Putin appartiene a entrambe le categorie (Dal punto di vista legale internazionale, la Corte Penale Internazionale ha emesso nel marzo 2023 un mandato di arresto per Vladimir Putin, accusandolo di crimini di guerra legati alla deportazione forzata di bambini ucraini in Russia. Tuttavia, la Russia non riconosce la giurisdizione della CPI, e molti paesi non danno seguito a tali mandati).
Se Trump non intende farlo, dovrà essere l’Europa a fermarlo, per la sua stessa sopravvivenza e non per sostituirsi al gendarme americano nel risiko dell’inevitabile, necessario, nuovo ordine mondiale.
Non si tratta di ritorsioni, di muovere guerra alla Russia, ma di darsi credibilità e farsi rispettare attraverso la deterrenza; quale e con che “spessore” ed in quanto tempo?
Certamente ed inevitabilmente si deve pensare ad un “ombrello nucleare”: dovrà essere comune, ma come? Le premesse e le disponibilità francesi e britanniche ci sono, ma non sono sufficienti, né in numero né in tempi di integrazione; la difesa e la deterrenza comune europea non possono che essere la filiazione, l’evoluzione senza alcuna discontinuità dell’attuale alleanza transatlantica e dello spirito che l’aveva plasmata.
La compattezza della UE è ancora in divenire: Macron ha offerto alla Germania l’ombrello nucleare francese come Merz aveva chiesto in campagna elettorale, un non sottile distinguo da una vera condivisione europea; il Regno Unito, un “esterno” a guida laburista, non a caso aspramente combattuto da Musk, si riavvicina su questo aspetto all’Unione Europea e non abbandona l’Ucraina; l’attuale unica “testa di ponte” russa nel Consiglio europeo, Viktor Orbán, è stato isolato; la frammentazione per non dire lo sbando della rappresentanza italiana al Parlamento europeo non è una buona immagine del nostro Paese, che può minare le azioni e la credibilità a livello di Consiglio.
Una mancanza di compattezza che è più di un allarme: se si deve parlare di difesa europea non si può procedere con l’unanimità a 27 ma a cooperazione rinforzata, formula certamente valida ma che può lasciare fianchi scoperti e far riconsiderare la NATO come sola opzione a breve.
L’Italia è il tradizionale e perfetto campo della disinformazione e della propaganda: esita, spaccata come e più che ai tempi della guerra Fredda.
Spaccata da una contestazione trasversale che suona come una contraddizione plateale riguardo ad uno dei caposaldi essenziali e decisivi di una politica democratica e di pace, la politica della difesa, in ogni aspetto, quale ritorno alle origini e rilancio dello spirito e della costruzione dell’Europa, con la E maiuscola, quella democratica, liberale, costituzionale, sicura e pacifica.
L’unità europea e lo spirito comune europeo non possono decollare senza una sorta di “solidarietà nazionale” attorno al futuro e alla prospettiva di un’Europa, la cui forza deve essere dimostrata anche da una deterrenza militare.
Non si tratta solo di scegliere sull’Ucraina, sulla solidarietà e la difesa di un paese aggredito ma di scegliere in tal modo sul proprio futuro.
Se l’Italia esita deve essere solo su quale ruolo di mediazione o meno, non sul da farsi, che è solo quello di acquisire in proprio una deterrenza credibile.
La mediazione può essere solo quella di raccogliere maggiori adesioni, di appianare una strada comune, di seminare e coltivare uno spazio politico tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, grazie alla maggiore attività ed alla credibilità raggiunta dal Governo italiano con una vivace politica internazionale a tutto campo.
Il punto fermo è la consapevolezza che siamo soggetti ad una minaccia certa, Putin, e ad un rischio latente ma anche a termine, Trump.
Il viaggio è lungo, l’“esercito europeo” ancora non c’è, non ci sarà ancora per molto tempo, non può essere assunto a scusa per inazione e dilazioni, e non nascerà sino a quando l’Europa, dopo essersi arrestata alla moneta, metterà in comune:
• le risorse, con un sistema fiscale comune, abbandonando la politica nei paradisi fiscali del Nord e delle concessioni minime al fronte Sud,
• avrà una politica estera comune e vincolante,
• eleggerà a suffragio universale un presidente che non risponda soltanto al suo elettorato nazionale.
Nell’attesa, certamente non breve, molto dipende ancora da Trump, visto che dopo l’ingiustificabile sceneggiata e cacciata di Zelensky dalla Casa Bianca sembrerebbe essersi riaperto uno spiraglio, una speranza contro ogni previsione e pur con tutti i dubbi sulle ambiguità di Putin: forse è necessario rileggere più volte le cronache, rivedere gli antefatti e credere, almeno un po’, che non bisogna giudicare il presidente degli Stati Uniti dalle sue parole, ma dalle sue azioni.
Trump è arrogante ed imprevedibile, non si sa ancora quanto inaffidabile, ma è un campanello di allarme, a maggior ragione quando l’UE non è da meno, anche nella scelta delle forme: “ReArm Europe”, subito assunto come slogan, non è stato un richiamo né appropriato, né convincente né trainante ed il concetto di “riarmo” è stato sfruttato dalla propaganda avversa ed ha generato una narrativa errata.
L’Europa non si sta preparando a fare la guerra, ma a garantire la pace, il proprio sviluppo attraverso la pace, per questo forse bastava il concetto di riappropriarsi della propria difesa, che comporta quello di reindustrializzazione della difesa, recuperando quegli investimenti troppo frettolosamente buttati alle ortiche sotto l’onda pacifista che aveva travolto il senso comune della geopolitica.
La incompresa “autonomia strategica europea” non è più una questione teorica, ma una priorità pragmatica, volta a garantire la credibilità dell’Unione Europea come attore geopolitico e questo ha un costo, che va bilanciato da benefici, da investimenti che significano occupazione, ricerca, acquisizione di nuove tecnologie.
Trump, con la sua pressione sugli alleati NATO per aumentare la spesa militare, sta certamente scuotendo l’Europa ma, al di là dell’antipatia che può suscitare (e viene facilmente sfruttata) le sue richieste non sono ingiustificate ed estemporanee ed hanno almeno il merito di spingere i paesi europei a riflettere sulla propria autonomia strategica.
Non si tratta di sostituire gli Stati Uniti ma di assumere una quota maggiore di responsabilità almeno nella difesa del continente europeo, una quota di responsabilità che significa anche potere contrattuale verso amici ed avversari.
Trump ed i suoi “modi” non devono essere il facile strumento della propaganda, sfruttandolo in una contrapposizione frontale e senza sconti delle opposizioni nazionali con la parte politica sgradita, che peraltro governa per mandato popolare e sinora con gradimento popolare.
Al momento per garantire stabilità e deterrenza non ci sono alternative al legame transatlantico, soprattutto in un mondo dove le minacce sono sempre più complesse. Una divergenza strutturale tra le due sponde dell’Atlantico comprometterebbe la credibilità dell’intero dispositivo difensivo occidentale, ma soprattutto aumenterebbe l’esposizione e la fragilità della parte più esposta, in prima linea, la UE.
Che piaccia o meno, ma occorre essere pragmatici, l’architettura di sicurezza europea è fondata sull’Alleanza Atlantica; anche se l’Europa deve crescere in termini di autonomia strategica, non possiamo permetterci una rottura con gli Stati Uniti.
L’Italia non deve scegliere il “bando” in cui stare, ma il suo Governo deve impegnarsi a promuovere un rafforzamento delle capacità europee nel quadro della NATO, secondo il principio di “complementarità e non duplicazione”.
Si è usato il temine improprio e urticante di “riarmo” ma si parla troppo spesso, ed a sproposito, solo di “Esercito europeo” inducendo concetti errati e richiamando i trascorsi dello scorso secolo, ma la minaccia è multidimensionale e si deve invece parlare sempre e solo di “Difesa Europea”; il miglior contributo che l’Italia può dare, per la sua posizione e la sua natura, è il mare e la difesa della marittimità ovunque e comunque, e su questo ha credibilità ed esperienza rispetto ai propri partner, europei ed atlantici, e questa è già una delle applicazioni del principio di “complementarità e non duplicazione”.
La nostra posizione geostrategica, unita alla capacità di dialogo con numerosi attori regionali, ci consente – da sempre e da subito in un’ottica di difesa europea – di svolgere un ruolo di ‘security provider’ non solo dal Mediterraneo al golfo di Finlandia ma sugli oceani, oltre a contribuire in modo sostanziale alle missioni NATO, UE e ONU.
L’Europa, e l’Italia come parte attiva ed autorevole, non si sta preparando a fare la guerra, ma a garantire la pace e gestirne la persistenza. Le democrazie si dotano di strumenti di difesa proprio per evitare il conflitto, rafforzando la capacità di deterrenza.
Storicamente, la pace si mantiene quando si è in grado di difenderla. Un’Europa vulnerabile e impreparata sarebbe un incentivo per chi vuole destabilizzarla o minacciarla. Investire in sicurezza e capacità difensive significa proteggere i nostri cittadini, il loro benessere ed il loro futuro, le nostre infrastrutture ed i nostri servizi critici, la nostra sovranità.
La coesione e la saggezza sono trasversali e vengono giustamente anche da rappresentanti dell’opposizione nella frattura che si è aperta: la difesa comune non può limitarsi alla creazione di un “esercito europeo”, ma deve basarsi su capacità tecnologiche, autonomia strategica e cooperazione rafforzata tra gli Stati membri.
Draghi, profondo conoscitore dell’“AmeriKa” non a caso aveva lanciato il primo vero ragionamento politico sul futuro dell’Europa dopo l’insediamento della nuova amministrazione USA: è ora di agire, non solo di parlare.
Lo ha fatto in audizione al Parlamento europeo, un ragionamento politico basato sui fatti, e con delle proposte concrete: “Dobbiamo abbattere le barriere interne, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sull’equity”. Un programma politico concreto, focalizzato sui nodi strategici dell’integrazione europea: difesa, tecnologia, energia e mercato dei capitali. Ambiti che, indirettamente, rispondono anche alle istanze di un’opposizione che contesta le spese (virtuose) per la difesa e per un piano comune ancora in evoluzione, attribuendo invece le carenze nella sanità e nell’istruzione a queste scelte, quando in realtà sono il risultato di un’endemica evasione fiscale e di una cronica, trasversale cattiva amministrazione. GIAN CARLO PODDIGHE
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