Rileggere Trump per tentare di capire il nuovo ordine globale

Da dove partire …
Sono tra coloro che non hanno capito né “digerito” la sceneggiata nello “Studio Ovale” della Casa Bianca dello scorso 28 febbraio e sono stato lento e cauto nelle opinioni, pur non appoggiando mai e per nessun motivo Trump
Malgrado lo scontro, la figuraccia internazionale ecc. ecc., e soprattutto malgrado quanto “sembrava” preconizzare l’amministrazione Trump con la derisione del personaggio, Zelensky ha dimostrato di saper negoziare ed ha dichiarato che l’Ucraina è “disposta ad accettare” i termini della tregua di un mese proposta dagli Stati Uniti, è sempre lo stesso “Zelensky di prima” è stato nuovamente invitato alla Casa Bianca, mentre Trump ha cominciato ad abbaiare a Putin.
Questo va oltre l’ipotesi iniziale di Kiev di un cessate il fuoco solo parziale relativo agli attacchi missilistici e con droni a lungo raggio, nonché alle attività militari nel Mar Nero.
Per il presidente ucraino, la svolta raggiunta ieri a Gedda va oltre le più rosee previsioni e rappresenta dunque, un successo sotto diversi punti di vista.
Indica un repentino cambio, a 180 gradi, con un netto miglioramento nei rapporti con gli Usa dopo il drammatico scontro nello Studio Ovale.
Contrariamente alle attese, Kiev non è stata costretta a firmare su due piedi l’accordo sui minerali critici, certamente solo rinviato, e lo stesso potrebbe non rivelarsi quel ricatto che si prefigurava nelle primissime ore: tutti si dimenticano che i giacimenti di terre rare sono prevalentemente ipotesi, non si sa quanto ben fondate su reali prospezioni minerarie, ma ancora ben lontane dalla fase di sfruttamento e trasformazione per la quale servono pace, stabilità e risorse che l’Ucraina non ha.
Forse brutale colonialismo, ma anche sviluppo industriale che – comunque – non era e non è alla portata dell’Ucraina.
Dal punto di vista tattico, se la tregua andasse in porto Kiev otterrebbe il congelamento temporaneo di oltre 2000 chilometri di linea del fronte in un momento in cui le forze russe sembrano avere la meglio.
Ora Trump deve dimostrare, visto che di fatto è lui il padre, e non più il padrino, del possibile percorso al cessate il fuoco, di avere le carte in mano per convincere la Russia. Se Putin accetta, il cessate il fuoco dovrebbe entrare in vigore immediatamente… (o quasi, con qualche colpo di coda di Putin per “marcare il territorio”): la vittoria se la ascriveranno Putin e Trump, ma Zelensky ha ottenuto una vittoria di fatto: l’Ucraina ha più che mai un’identità europea, e malgrado tutto ha mantenuto anche se non salvato dalle distruzioni 80% del suo territorio, contro ogni previsione iniziale, e di fatto – a maggior ragione con le terre rare – ha mantenuto un asse previlegiato con gli Stati Uniti, oltre che raggiunto una “quasi identità” europea.

L’ Ucraina, e la questione ucraina, sono però solo una parte del puzzle del nuovo ordine globale, ed in quest’ottica bisogna rileggere Trump, alla luce del suo primo mandato, delle ipotesi al momento delle elezioni, degli scossoni dei suoi primi cento giorni.
L’Ucraina è il prodotto più evidente della fine della Guerra Fredda, al centro da secoli delle contese dell’impero russo, campo di battaglia dell’era moderna nelle lotte per governare quella parte del mondo che per gli statunitensi è visto come il supercontinente eurasiatico.
Si può discutere quanto la Russia sia una propaggine europea e quanto sia asiatica, ma l’Unione Sovietica di cui la Russia odierna vuol essere erede è stata la massima espressione di una velleità imperialista eurasiatica, una velleità che è stata la meteora al centro di un brutale secolo eurasiatico nel corso del quale sono stati inflitti danni orribili all’umanità.
Un secolo che si è concluso con l’ancora regnante, anche se traballante, sistema internazionale guidato dagli Stati Uniti – spesso definito Pax Americana – l’ordine liberale o l’ordine internazionale basato sulle regole.
Che si apprezzi o meno si è trattato dell’ordine internazionale di maggior successo che il mondo abbia mai conosciuto, un sistema che ha fornito a tre generazioni la pace, la prosperità e la supremazia democratica tra grandi potenze.
Ha conferito benefici pervasivi e rivoluzionari che ora sono dati per scontati.
Dopo la vittoria dell’Occidente nella Guerra Fredda, Washington aveva cercato di rendere quell’ordine globale e permanente, ma la lunga fase del benessere ha fatto dimenticare, a tutti (vincitori e vinti) il costo della pace e dello stesso benessere.
Quell’ordine globale a cui ci eravamo abituati, in cui ci siamo cullati ed ancora incoscientemente rivendichiamo, chiudendo gli occhi come o al contrario strizzandoli come parti politiche nelle trasmissioni televisive, è oggi in pericolo, forse già tramontato
Trump non è il certo il difensore di un ordine in pericolo, né americano né – meno – occidentale tutto, al punto da far sospettare che in realtà che non pensi quasi per niente all’ordine internazionale.
Trump è un nazionalista intransigente che persegue il potere, il profitto e il vantaggio unilaterale; pensa in termini di somma zero ed è convinto e vuol far credere che gli Stati Uniti siano stati a lungo presi in giro, sfruttati secondo le circostanze e le possibilità dal mondo intero, alleati in testa.
Percezione errata, reazione sproporzionata ed inopportuna? Occorre un atto di coscienza; probabilmente Trump capisce in forma intuitiva qualcosa che molti internazionalisti liberali dimenticano: l’ordine scaturisce dal potere e difficilmente può essere preservato senza di esso.
Trump, e non solo con questo, riempie un vuoto decisionale, non tanto e non solo negli USA quanto in quella che dovrebbe essere la principale compagine alleata degli USA, la UE, la stessa che avrebbe velleità globali (e potrebbe persino averle), quella che nelle proprie aspirazioni, e con l’esperienza di essere stata al centro delle precedenti contese eurasiatiche avrebbe dovuto avere come dogma che l’ordine scaturisce dal potere e per mantenerlo bisogna essere preparati, credibili e per questo dotati una propria deterrenza.
Per chi è lontano, per conoscenza, affinità, cultura, educazione e frequentazione dall’ Eurasia è facile non rendersi conto, o facilmente trascurare, che sta già infuriando un quarto conflitto per l’Eurasia e che il sistema che conosciamo, e di cui consapevolmente o inconsapevolmente godiamo, è minacciato su ogni fronte.
Prima di affrontare la ciclicità dei conflitti, e le influenze su tali cicli, si deve riconoscere che il mondo occidentale, sempre più frammentato e rissoso, ha da tempo superato il punto in cui i leader americani potevano anche aspirare a globalizzare l’ordine liberale.
Trump è un dilemma e si trova a un bivio:

  • potrebbe puntare (visione a lungo termine) a ristabilire e mantenere un equilibrio di potere che preservi le conquiste essenziali di quell’ordine liberale con cui non si identifica (contro gli aggressori eurasiatici determinati ad abbatterle);
  • potrebbe puntare (visione a breve termine) ad un approccio di distanziamento degli Stati Uniti dalle dispute eurasiatiche, approccio che produrrebbe “vittorie” facili ed immediate in concessioni commerciali e dollari risparmiati, ma che, nel tempo, aumenterebbe drasticamente le probabilità che le regioni chiave precipitino nel caos o cadano sotto l’influenza di stati aggressori;
    questo richiede a Trump saggezza di statista, di incanalare costantemente i suoi migliori istinti geopolitici, quando invece appare fortemente tentato di seguire quelli più distruttivi.

La mancanza di sensibilità, conseguenza della mancanza di memoria, si può perdonare a Trump, figlio di un altro mondo e di un’altra concezione del mondo e dei pericoli, ma la mancanza di memoria non si può perdonare agli europei, che hanno il DNA delle guerre nel sangue, con una secolare tradizione di almeno due guerre per generazione, quegli stessi europei che – pur con la Guerra Fredda incombente – hanno potuto godere del più lungo periodo di relativa pace sul loro territorio (e si illudono ancora di perpetuarlo senza assumerne costi e responsabilità). È fondamentale adottare completamente e comunemente, anche da questa parte dell’Atlantico, il concetto di Eurasia, quella vasta massa continentale che raggruppa la maggior parte della popolazione, delle risorse economiche e del potenziale militare della terra. Quella vasta massa delimitata da quattro oceani, che ne impongono la marittimità, visto che attraverso gli stessi si scambiano merci con tutto il mondo ma anche si veicolano le minacce e poi le offese. Storicamente un impero che governasse l’Eurasia avrebbe avuto un potere senza pari; poteva persino colpire o intimidire i nemici più lontani. È stato il sogno (ed il credo) britannico, è stato la velleità tedesca, è stata l’aspirazione costante dell’Unione Sovietica. L’Eurasia è stata per secoli il teatro cruciale della politica globale e per tre volte, nel secolo scorso, il mondo ha subito le conseguenze di conflitti che riguardavano l’assetto ed il controllo di queste terre e delle acque che lo circondano. Con la Prima guerra mondiale, la Germania cercò di costruire e consolidare un impero europeo che si estendesse dal Canale della Manica al Caucaso. Nella Seconda guerra mondiale il tentativo si ripeté, e ben oltre, con un’alleanza tra dittature che arrivò a sottomettere l’Europa e l’Asia marittima e toccò l’interno eurasiatico della Cina e dell’Unione Sovietica. La Guerra Fredda, con un cambio dei protagonisti, fu l’espressione della costruzione da parte dell’Unione Sovietica di un impero, di dominazioni, di adesioni e di influenze, che si estendeva dalla Cortina di ferro al Mar Giallo e coinvolgeva la stessa Cina, una lotta pluridecennale per rovesciare il mondo capitalista. I conflitti eurasiatici hanno travalicato i confini territoriali, e messo l’umanità di fronte al rischio dell’annientamento atomico, ma alla fine hanno anche creato opportunità: in ciascuno di questi tragici passaggi la solidità delle coalizioni transoceaniche ha permesso di costruire e consolidare modelli di cooperazione che hanno portato gli Stati Uniti negli affari strategici del Vecchio Mondo, per poi respingere gli aggressori eurasiatici. La “Guerra Fredda”, piuttosto calda in realtà (soprattutto in costi ed impegni degli USA), è stata caratterizzata dall’impegno prevalente di Washington, di impedire al supercontinente di bruciare di nuovo. Le alleanze transoceaniche hanno scoraggiato l’aggressione contro i margini industrialmente dinamici dell’Eurasia – Europa occidentale e Asia orientale – soffocando anche le vecchie tensioni al loro interno. Un’economia internazionale, propiziata dagli Stati Uniti sul proprio modello, ha anche permesso di superare gli impulsi autarchici e radicalizzanti dell’era precedente la Seconda guerra mondiale, e le prime esperienze di comunità europea ne sono state l’applicazione e la conseguenza: una comunità occidentale che permise lo sviluppo e la sopravvivenza della democrazia, un modello di crescita e benessere poi diffuso in altre regioni. I risultati sono stati progressi storici: dal 1945 solo investimenti senza precedenti da parte della superpotenza d’oltremare poterono spezzare il ciclo vizioso del conflitto eurasiatico, della depressione globale, della guerra globale. Non solo valori determinanti ma intangibili, come l’ascesa dei valori democratici, ma anche mari resi sicuri per scambi e Stati tutelati dalla sparizione per facile invasione: un cambio radicale consolidatosi in pochi decenni rompendo retaggi e prassi di secoli. Di fatto una conquista collettiva, per quanto limitata all’occidente in senso stretto, che caratterizzò la Guerra Fredda e permise di sconfiggere l’Unione Sovietica. Nell’entusiasmo e nell’illusione generale dell’era unipolare che seguì, Washington cercò di portare tale sistema a livello globale, in un quadro dove gli Stati Uniti hanno preservato e persino ampliato le loro alleanze eurasiatiche come fonti di influenza e stabilità, promuovendo democrazia e liberi mercati nell’Europa orientale e in altre regioni, volendo dimostrare anche a quelle popolazioni che potevano prosperare nel mondo di Washington. L’illusione di una ricetta di tre ingredienti, egemonia, convergenza politica e integrazione economica, che avrebbe favorito una pace profonda e duratura in tutta l’Eurasia e oltre. Una ricetta che nell’immediato sembrava aver reso il mondo più libero, più ricco e più umano, che probabilmente ha contribuito a frenare le spinte di ritorno della rivalità globale, anche se sottotraccia la pace eurasiatica duratura rimaneva difficile da consolidare. Una ricetta non vincolante per l’ordine liberale, che – per gli stati illiberali che cercavano di costruire o ricostruire i propri imperi – non sembrava allettante ma oppressiva, al limite del neocolonialismo. Cina e Russia hanno sfruttato la prosperità promossa e promessa dal sistema guidato dagli Stati Uniti per trovare le risorse necessarie per le nuove sfide geopolitiche, mentre una serie di errori non come obiettivi ma come portata e condotta, quali Iraq ed Afghanistan, hanno minato le capacità e la credibilità degli Stati Uniti e dell’Occidente al seguito rendendoli vulnerabili a minacce di ogni genere, soprattutto di carattere strategico, cresciute a dismisura in un decennio che non si può che definire critico.

I nemici dell’ordine liberale hanno ripreso l’iniziativa, e l’Eurasia è di nuovo teatro di conflitti (di portata globale più ancora che locale, al di là degli interessati tentativi di sminuire questi aspetti).
In quello spicchio dell’Eurasia che è la “vecchia Europa”, l’aggressione della Russia contro l’Ucraina, andata ben oltre le aspettative iniziali, è ormai una guerra per ricostruire un impero post-sovietico e fratturare l’ordine di sicurezza esistente.
La parte occulta, o almeno meno evidente per l’opinione pubblica occidentale, di questa guerra è la campagna sovversiva che abbraccia il continente, mentre il Cremlino conduce operazioni di sabotaggio e destabilizzazione politica volte a punire i suoi nemici europei. Nulla di nuovo sotto il sole, si è tornati indietro di oltre mezzo secolo, ma l’erede dell’URSS è preparato e l’occidente, in particolare la UE, non lo è: ne ha perso completamente la memoria.
In Medio Oriente, l’Iran e i suoi alleati hanno combattuto Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati arabi, mentre Teheran si è avvicinata alle armi nucleari che ritiene indennizzeranno il suo regime e garantiranno il suo primato regionale.
Nel nord-est asiatico, la Corea del Nord sta migliorando il suo arsenale nucleare e i missili a lungo raggio, e intende utilizzare la leva risultante per recidere l’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud e portare la penisola sotto il suo controllo.
La Cina, da parte sua, sta ormai apertamente puntando al potere globale.
Ha iniziato facendo l’occhiolino con la “via della seta in molteplici aspetti, sta agendo pesantemente per costituire una vasta sfera di protezione e di influenza, sia blandendo sia, in maggior misura, minacciando i propri vicini.
“Asia per gli asiatici”, uno slogan piuttosto trito, è la definizione del leader cinese Xi Jinping per questa politica di conquista, preparando il Paese per la guerra nel Pacifico occidentale con una politica di riarmo tra le più massicce della storia moderna (senza alcuna remora né originalità, come dimostra lo slogan citato).
Dall’Europa orientale all’Asia orientale, potenze reali o aspiranti tali, che – rispolverando un desueto termine della guerra fredda potremmo chiamare revisioniste – stanno cercando di cambiare radicalmente l’equilibrio globale del potere.
Stanno anche cercando di distruggere l’ordine liberale distruggendo le sue norme essenziali.
Il presidente russo Vladimir Putin sta riaffermando il principio che gli Stati forti possono persino “inghiottire” i vicini più deboli.
Le rivendicazioni revansciste della Cina e la coercizione marittima nel Mar Cinese Meridionale hanno lo scopo di dimostrare che i grandi paesi possono semplicemente accaparrarsi i beni comuni globali.
Le barbarie quasi genocide di Putin in Ucraina e la repressione su scala industriale di Xi nello Xinjiang minacciano di ripristinare un mondo governabile grazie a impunità autocratica e atrocità dilaganti.
Ogni potere revisionista cerca un ambiente favorevole alla repressione e alla predazione. Ognuno capisce che può raggiungere al meglio i suoi obiettivi se l’ordine americano viene archiviato, od almeno eroso.
Questo vale per i grandi, o relativamente grandi players, ma si è rivelato pagante anche per “soggetti” minori che hanno ottenuto, per sé e per i propri mandanti notevoli risultati: gli Houthi, una milizia yemenita sostenuta dall’Iran, hanno creato e gestito una sfida fondamentale alla libertà di navigazione, utilizzando droni e missili per attaccare il vitale traffico del Mar Rosso, mettendo anche in evidenza limiti e deficienze del sistema di reazione occidentale, che ancora una volta ha gravato sugli USA.
Il messaggio che si è diffuso è chiaro e mirato, e non a caso nel 2023 Xi si è rivolto a Putin sottolineando come il mondo stia subendo cambiamenti “come non si vedevano da 100 anni”, cambiamenti che spingono e accomunano tutti i revisionisti.

Cina e Russia sbandierano una partnership “senza limiti” che prevede una cooperazione economica, tecnologica e militare sempre più profonda.Iran e Russia hanno una relazione in crescita che include lo scambio di armi, tecnologia e competenze su come eludere le sanzioni occidentali.
Corea del Nord e Russia hanno siglato un’alleanza militare in piena regola e stanno combattendo insieme contro l’Ucraina.
Questi legami non si sommano ancora in un’unica alleanza multilaterale ma sono l’evidenza di una fitta rete di legami tra gli stati più pericolosi del mondo, che sta già infliggendo gravi danni strategici.
Poco giova al riguardo che questi aspetti vengano liquidati da parte occidentale come prova dell’isolamento e della disperazione della Russia durante la guerra in Ucraina…, mentre dovrebbero essere opportunamente valutati e stigmatizzati come monito e necessità occidentale di accrescere la propria preparazione e la propria deterrenza.
Le alleanze autocratiche intensificano le sfide all’ordine esistente.
La guerra di Putin in Ucraina, ad esempio, è stata sostenuta dalle armi, dalle truppe e dal sostegno finanziario e commerciale (in barba alle sanzioni) che ha continuato a ricevere dai suoi sodali illiberali.
Queste forme di convergenza e di accordo tra autocrati all’interno dell’Eurasia aumentano anche il rischio di conflitti ai suoi margini: Putin può concentrarsi sull’Ucraina e Xi può sondare in modo più aggressivo il potere americano nell’Asia marittima perché i due leader sanno che il loro lungo confine condiviso è (per il momento) sicuro.
Queste alleanze stanno anche cambiando gli equilibri militari regionali, dando a Putin le armi di cui ha bisogno in Ucraina e dando ai partner di Putin la tecnologia e il know-how russi per accelerare il proprio riarmo.
L’aspetto più allarmante di queste relazioni è la progressiva fusione (unione) delle crisi eurasiatiche.
La guerra in Ucraina è diventata una guerra globale per procura, che contrappone le democrazie avanzate che sostengono Kiev alle autocrazie eurasiatiche che sostengono Mosca.
Mentre gli allineamenti autocratici sono coerenti, Washington deve affrontare da un lato le contese con gli alleati e dall’altro la prospettiva che una guerra che inizia in una regione possa estendersi ad altre, e che la prossima sfida che gli Stati Uniti si trovino ad affrontare sia quella di un paese perfettamente allineato, come obiettivi e supporto, in questa compagine di “amici autocratici” (e gli esempi non mancano, nemmeno nell’ex “patio trasero” dell’ America Latina).
Nell’immediato, la situazione attuale, la molteplicità dei problemi eurasiatici drena le risorse americane, ne mina la credibilità, in un’atmosfera di disordine pervasivo e dilagante.
L’incubo strategico del ventesimo secolo – che gli aggressori eurasiatici potessero unire le forze per capovolgere l’ordine globale – rischia di tramutarsi in realtà nel ventunesimo.

La periferia dell’Eurasia è minacciata dall’attivismo e dalle crescenti azioni degli stati revisionisti: Cina, Iran, Corea del Nord e Russia stanno apertamente minando le basi regionali della stabilità.
Analisti e stampa internazionale, per non parlare di quella italiana compattamente schierata, tendono a demonizzare l’operato di Trump, forse perché ossessionati dal suo primo mandato – e ancor più all’inizio del secondo – dallo stato dell’ordine liberale del quale, spesso, il Presidente sembra non tener conto, se non addirittura deciso a demolirlo.
Trump certamente non ha sintonia né valuta i risultati dell’ordine liberale né dimostra simpatia per sue basi: il suo programma “America first” parte dal presupposto che la maggior potenza mondiale è stata sistematicamente sfruttata dal sistema che lei stessa ha creato e che – pertanto – un paese che si è a lungo sobbarcato oneri globali unici non ha l’obbligo di giustificarsi e deve perseguire nient’altro che il proprio interesse personale, interpretato in senso restrittivo.
Trump ha dimostrato poco interesse per la proliferazione dei valori liberali, non ha alcun rispetto per i dogmi del passato, compresi – assolutamente in primo luogo – gli effetti geopoliticamente calmieranti della globalizzazione, e non sembra convinto a considerare le alleanze come obblighi sacri.
Certamente dubbi disseminati durante il primo mandato di Trump, che hanno creato solchi in politica interna più ancora che estera, ma andrebbe anche riconosciuto che il suo istinto lo ha anche aiutato a individuare i problemi accumulati nella transizione post-Guerra Fredda e ad avviare alcuni aggiustamenti necessari.
In primo luogo, Trump ha evidenziato come ci si fosse spinti troppo oltre in tema di globalizzazione: coinvolgere se non addirittura favorire stati autocratici – la Cina, in particolare – nell’economia mondiale non li ha resi partecipi di una comunità globale né li ha preparati per l’evoluzione politica, anzi spesso ha consolidato dittature favorendone la sfida agli Stati Uniti.
Quali che siano i suoi meriti economici, la globalizzazione ha creato vulnerabilità strategiche, come la dipendenza dell’Europa dall’energia russa e l’intreccio del mondo democratico con le società di telecomunicazioni cinesi (come esempi eclatanti).
Trump considera pertanto che la difesa degli interessi americani avrebbe richiesto di limitare e persino invertire l’integrazione globale, soprattutto con i paesi dall’altra parte del crescente divario geopolitico, e ne propugna un cambio.
Viene da chiedersi, freddamente, se una decisa azione di recupero da parte della superpotenza potrebbe essere utile ed opportuna, considerato il contesto (ed anche il consenso che può generare).

Trump non poteva e meno può accettare oggi in un momento di necessità globale, il paradigma di difesa post-Guerra Fredda in cui gli alleati degli Stati Uniti disarmavano e preparavano “eserciti di pace” delegando sempre più pesantemente gli oneri di difesa a una superpotenza unipolare.
Questo approccio ha funzionato negli anni ’90, quando le tensioni erano ridotte e molti analisti temevano addirittura che alleati tradizionali degli Stati Uniti, come la Germania e il Giappone, potessero risorgere come concorrenti, anche se non più come minacce, e certamente la Germania (della lunga reggenza Merkel) ha brillato nel confronto e nell’inaffidabilità, minando spesso i rapporti transatlantici della UE.
Occorre voltare pagina, a maggior ragione quando i rivali autocratici sono riemersi, si sono consolidati e si sono riarmati.
Il primo mandato di Trump è stato caratterizzato da una pressione costante, tracotante e a volte umiliante, sugli alleati per aumentare la spesa per la difesa, e concentrarli sulla stessa, ma anche agendo in parallelo, all’interno, sul Pentagono per reindirizzare le FFAA dall’antiterrorismo e dalla counterinsurgency ai compiti primari e istituzionali dell’esercizio del potere nei confronti delle grandi potenze.
Fondamentalmente, Trump ha considerato conclusa l’esperienza della promozione dell’ordine liberale, e della sua possibile diffusione e crescita, in un mondo dove è tornato a contare solo l’esercizio del potere, ed il confronto relativo.
Washington da allora in poi avrebbe chiesto di più ai suoi alleati (non tutti amici) perché si trovava di fronte a crescenti pericoli da parte dei suoi nemici; Trump ha solo cambiato le forme, ma il segnale era stato lo stesso, se non peggiore, da parte dei suoi predecessori, a partire da Obama, solo favorito da un diverso consenso e da una diversa percezione della minaccia da parte dell’occidente (in particolare della UE, ancora divisa tra troppe illusioni e interessi divergenti).
Secondo Trump gli Stati Uniti avrebbero dovuto, e dovrebbero, esercitare la loro influenza in modo più aggressivo contro i paesi, in tutti gli schieramenti, che hanno cercato e cercherebbero ancora di modellare o rimodellare il sistema a loro vantaggio, quegli Stati Uniti che devono anche attivare una campagna di “massima pressione”, con gli estremi del contrasto all’Iran e della competizione strategica con la Cina.
In quest’ottica potrebbe essere persino necessario “declassare” peso e condizionamenti dei valori democratici tradizionalmente portanti delle relazioni occidentali per favorire coalizioni eterogenee, come le alleanze anticinesi nell’Indo-Pacifico e una decisa cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran.
In sintesi, secondo le tesi di alcuni politologi statunitensi che Trump ha fatto proprie, Washington dovrebbe concentrarsi meno sul progetto a somma positiva di globalizzazione dell’ordine liberale e più sull’imperativo a somma zero di impedire agli avversari di imporre le proprie visioni antitetiche di come dovrebbe funzionare il mondo.
Incomprensibilmente, Trump non ha mai messo a frutto queste intuizioni, di fatto non mai conseguito quanto avrebbe potuto, in una continua oscillazione tra buone e cattive idee, mai mitigate e tradotte in programmi da un’amministrazione conflittuale, dilaniata da una accesa conflittualità interna e caratterizzata da perdite di fiducia con e dal vertice.
Tutto si è tradotto in politiche non definite e strutturate, incoerenti o contraddittorie.
L’ operato di Trump durante il suo primo mandato è stato molto ambiguo: picconatore più che costruttore e fine architetto, ha da una parte danneggiato e persino deriso l’ordine americano, ma lo ha anche protetto dai suoi eccessi e dai suoi nemici.
Nel suo secondo mandato ha la possibilità di essere l’ambivalente salvatore di quanto rimane di quel sistema, se riuscirà a resistere alla tentazione di esserne il becchino.

Nella sua ricerca di un accordo per fermare la guerra in Ucraina, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato con la parte facile: fare pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che dipende dal sostegno militare degli Stati Uniti.Ora è il momento di affrontare la parte difficile: fare pressione sul presidente russo, Putin.
Quali incentivi ha in serbo per far accettare alla Russia un cessate il fuoco in Ucraina?
Putin ha poche ragioni per accettare la proposta di cessate il fuoco di Trump ma, mentre un rifiuto totale distruggerebbe le ambizioni del leader repubblicano (utile per la Russia), una strategia meno rischiosa per Mosca è quella di far sembrare che alla fine accetterà, dilatando i negoziati a proprio vantaggio.
L’Ucraina ha accettato un cessate il fuoco di trenta giorni senza precondizioni e in toto, non solo in aria e in mare, come aveva precedentemente proposto.
In cambio, le è stato restituito quanto disponeva fino a pochi giorni prima, senza alcun cessate il fuoco: una ripresa della condivisione dell’intelligence e degli aiuti statunitensi precedentemente approvati. Ora, come ha detto il segretario di Stato americano Marco Rubio, “la palla è nel campo della Russia”.
È improbabile che Mosca risponda con una semplice e onesta cessazione delle ostilità in un momento in cui l’esercito russo ha iniziato a riconquistare il territorio nella regione russa di Kursk; potrebbe cercare di convincere gli americani a darle il tempo di completare l’operazione Kursk, o di escluderla dall’accordo di cessate il fuoco, anche se Trump avrebbe probabilmente difficoltà ad accettarlo: implicherebbe che l’Ucraina è un campo di battaglia legittimo mentre la Russia non lo è.
Un’altra opzione per Mosca è quella di temporeggiare nella sua risposta nella speranza di completare rapidamente la riconquista della regione.
Ma che dire della guerra nel suo complesso?
Dopo le battute d’arresto iniziali e l’incertezza, la Russia sta ora aumentando il suo vantaggio sul campo di battaglia ed è in vantaggio rispetto all’Ucraina e ai suoi alleati in termini di VOLUME nella produzione di armi.
La produzione bellica è l’inganno mediatico/propagandistico di tutta la politica putiniana: premia i suoi sodali e rappresenta la stabilità e l’ascensore sociale della fascia urbana della popolazione, dove Putin raccoglie i maggior consensi.
La produzione bellica è sfruttata come evidenza di una crescita economica sotto le sanzioni, presentata come una sorta di miracolo economico passivo: viene “venduta” come un passaggio di vita normale e di crescita industriale sotto una pressione economica senza precedenti che passerà alla storia, una crescita industriale che si può giocare su vari fronti con economisti conniventi in Occidente (e dati ISPI fasulli e manipolati): tali entusiasti assertori (ovviamente contrari alla reindustrializzazione europea per la Difesa) abilmente dimenticano che derivando tale crescita deriva in gran parte dall’ aver dichiarato “in guerra” non solo l’economia ma l’intera Russia.
Una scommessa in primo luogo economica, con costi nascosti della crescita guidata dalla guerra: una spesa pubblica ciclonica sta sostenendo lo stato attuale delle cose, ma non può affrontare i problemi cronici che da tempo affliggono l’economia russa: in realtà stiamo assistendo ad uno scivolamento irreversibile verso la stagnazione economica, con i timori che se la guerra finisce finirà anche quella crescita, con fonti alternative di sviluppo non ancora identificate.
Se finisce questo stato di cose finirà anche la popolarità ed il sostegno di cui gode Putin?
In Russia, nel segmento militarista dell’élite e della società è già emersa la sindrome della vittoria mancata, riandando persino indietro nel tempo: nella Prima guerra mondiale alla Russia mancavano solo pochi mesi alla vittoria, quando il governo bolscevico ritirò il paese dalla guerra in termini disastrosi, e Putin non vuole intestarsi la ripetizione di quell’errore e portarlo a termine fino in fondo.
Nella sfera del consenso interno (ma anche di molti occidentali filoputiniani) si ritiene che l’Ucraina non possa resistere ancora a lungo (ma lo sta facendo da tre anni…) e che fermare la campagna possa essere percepito come una rinuncia a una vittoria che può ristabilire il rango dovuto alla Russia in un nuovo ordine globale.
Sono fattori economici e politici interni che a Mosca si devono prendere in considerazione, valutando anche il fatto che la guerra è diventata anche la ragion d’essere di un leader stanco, protagonista della propaganda ma solo, portato da questo isolamento a bollare le persone come traditori e a minacciare le capitali occidentali con ritorsioni apocalittiche; la fine delle ostilità priverebbe Putin di quella che è ormai la missione della sua vita ( con la spicciola ma gratificante popolarità di studiare le mappe, distribuire premi, posare con soldati gratificati con medaglie e spalline, a confortare vedove e orfani, a visitare i feriti).
Il Cremlino ha interpretato la ripresa della condivisione dell’intelligence e degli aiuti militari all’Ucraina come un gesto ostile da parte di Washington e un tentativo di intimidazione, e Putin cerca di non agire mai sotto pressione: sino a quel momento faceva quasi sfoggio non solo di simpatia ma aveva tentato di farci credere, persino di abituarci, di avere una sorta di alleanza non scritta con la nuova amministrazione statunitense.
La tregua come premessa alla fine delle ostilità è facilmente interpretabile, per questi interessi consolidati e incrociati, come una perdita; una perdita che pertanto potrebbe e dovrebbe essere mitigata presentando una serie di richieste gonfiate.
A differenza dell’Ucraina, la Russia ha già iniziato a presentare le sue richieste nella fase iniziale dei colloqui sulla sua partecipazione al cessate il fuoco, non da ultimo per sottolineare l’evidente disuguaglianza tra le parti negoziali; è stata spiazzata quando è risultato evidente che alla Russia è stato chiesto di firmare un cessate il fuoco concordato tra Stati Uniti e Ucraina senza il coinvolgimento di Mosca.
Anche se le condizioni fossero accettabili, sarebbe una questione d’onore per i diplomatici russi presentare le proprie condizioni.
Le richieste già espresse non sono una novità: concessioni territoriali da parte dell’Ucraina, uno status permanentemente neutrale, un cambio di presidente attraverso elezioni a cui tutti i candidati e tutti i media, compresi quelli russi, devono essere ammessi, e l’assenza di truppe occidentali e garanzie militari per l’Ucraina.
Trump deve affrontare una scelta fatidica: ha poche opzioni per contrastare un rifiuto russo o una prolungata finta conformità.
Il metodo più efficace sarà la carota piuttosto che il bastone: la tentazione di un grande affare. Prima della vittoria elettorale di Trump, l’Ucraina era il principale fronte e il punto focale degli sforzi della Russia per riscrivere l’esito della Guerra Fredda: Trump ha il potere di trasformare l’Ucraina in un esempio concreto di un capovolgimento molto più ampio di quel risultato. Ma resta da vedere se è disposto o meno a pagare quel prezzo per la pace tra Russia e Ucraina.

Trump può cercare di fare pressione sulla Russia, dal momento che non si può più dire che è l’Ucraina ad essere intransigente e a ostacolare la sua vittoria come pacificatore.
Oppure, di fronte al fatto che non ha alcuna influenza su Putin per ottenere un risultato rapido, può mostrare ancora una volta solidarietà al leader russo e iniziare a promuovere la lista di richieste di Putin come una lista comune.
Non sarà facile per Putin respingere la proposta di cessate il fuoco di Trump a titolo definitivo, dal momento che ciò distruggerebbe le ambizioni di pacificatore del leader degli Stati Uniti ( e c’è il precedente di Zelensky, che dopo lo scontro “.. vuole la pace”).
Quello che Mosca può scegliere, tuttavia, è far sembrare che alla fine accetterà, dilatando i negoziati.
La Russia potrebbe scegliere di condurre lunghi negoziati sui termini del cessate il fuoco, variando nel frattempo l’intensità dell’azione sul campo di battaglia.
Se i combattimenti dovessero scemare, localizzati, un tale stato di cose potrebbe andare bene sia a Trump che a Putin.
Il primo potrebbe ancora proclamare che i suoi sforzi di mantenimento della pace sono stati un successo, mentre il Cremlino non sarebbe formalmente vincolato da alcun obbligo e può aspettare il momento opportuno per continuare la guerra o inserirsi nel processo elettorale dell’Ucraina, minacciando di intensificare nuovamente la guerra se i risultati non saranno di suo gradimento.
Questa è la minaccia per la UE, per l’equilibrio dell’Eurasia, ed anche il test sui rapporti con Trump (chiamato a scegliere alleanza occidentale o spartizione di zone di influenza?)

Gian Carlo Poddighe

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