Chiunque vinca le elezioni statunitensi, l’Europa – che non ha mai saputo come candidarsi tra i grandi – deve prepararsi a una graduale riduzione della presenza americana e a un aumento delle proprie responsabilità in materia di sicurezza: il futuro dell’Europa non dipende dal nuovo presidente degli Stati Uniti, né da una “sovranità europea” che è tutta da costruire, ma dalla sua perdurante incapacità di un colpo di reni, uno sforzo straordinario per staccarsi non dalla
sudditanza ma dall’assistenzialismo (almeno in campo di difesa e sicurezza) di cui ha sempre goduto.
L’Europa, intesa come burocrazia governante a Bruxelles, ben diversa da quelle speranze che avevano accesso i fondatori nella prima generazione di europei, reduci da decenni di guerre, è in ansia, ansia giustificata dalla posizione di vulnerabilità e declino dell’Unione Europea nel contesto geopolitico globale, evidente dalla incapacità di scelte e di posizionamento nella
competizione USA-Cina, dalla frammentazione del commercio internazionale e dalla guerra, che furbescamente non si vuol definire tale, ai suoi confini.
La prosperità e la sicurezza a cui aspirano tutti cittadini europei devono essere intese come difesa europea. La posizione di rendita dell’Europa sullo scacchiere di sicurezza, commerciale e tecnologico internazionale – al traino degli Stati Uniti – è comunque arrivata al suo termine, occorre quell’autonomia che dall’altra parte dell’ atlantico si è cercato di suggerire o in alcuni casi
imporre da tempo, sarà comunque una condizione per i rapporti futuri.
Il processo era in corso da tempo, bisogna solo vedere chi e come, da una parte dall’altra, vorrà accelerarlo od addirittura esigerlo ponendo condizioni. È finito il tempo in cui l’amministrazione americana spendeva enormi risorse finanziarie, politiche e nervose per salvare l’Europa da sé stessa.
Salvare l’Europa da che cosa? in primo luogo, dalla supina accettazione di dipendere così tanto dalla domanda di Paesi nei confronti dei quali non ha peso, figuriamoci se fosse necessario di parlare di qualsiasi forma di confronto o di controllo (almeno del mercato)…
La posizione di rendita, a traino dell’America, sta dunque esaurendosi, in modo più morbido o più traumatico se non brutale : in tentennamenti e giochetti sono stati sprecati gli anni che si avevano a diposizione per prepararsi ed oggi, onestamente, l’Europa non è pronta, e non può addebitarlo ad un cambio di governo USA.
Forse l’ultimo segnale in proposito, che quella rendita era finita, è arrivato il 24 febbraio 2022, ma non è stato percepito .
Se gli Stati Uniti hanno dilapidato l’enorme capitale dell’egemonia che avevano raggiunto con la fine della Guerra Fredda, l’Europa ha fatto peggio anche dal solo punto di vista economico: l’Europa sta affrontando una grave crisi di identità , ma soprattutto di competitività rispetto ai concorrenti globali, non solo nei confronti del concorrente/avversario Cina (che non si riesce
neppure ad identificare come tale) ma neppure nei confronti dell’unico partner che potrebbe avere, gli Stati Uniti: quindici anni fa il PIL europeo era pressoché uguale a quello degli USA, oggi fatica ad arrivare ai 2/3 di quello americano, la moneta unica era una forza e, forse, una speranza ed un’alternativa globale, mentre oggi l’Euro non riesce ad essere competitivo ed alternativo (sul primo punto il rapporto Draghi, se letto bene, né è lo specchio).
Per il vecchio continente i due candidati sono tutt’altro che equivalenti, mettendo l’EU di fronte ad alternative che non è pronta ad affrontare, a decisioni che sarebbero traumatiche in politica interna. Le relazioni transatlantiche dopo le tensioni del primo mandato Trump, che si era confrontato con un interlocutore e traino tedesco, potrebbero evolvere verso un maggiore bilateralismo nei rapporti tra i singoli paesi europei, certamente con possibili ripercussioni anche sulle relazioni con Mosca.
Un’evoluzione di questo tipo potrebbe mettere a dura prova il “potere contrattuale” UE e la capacità europea di contare sulla scena internazionale.
In tale quadro l’approccio trumpiano per ridurre, o meglio equilibrare, l’impegno americano, con l’alternativa già fatta balenare di una “Nato dormiente”, potrebbe finalmente spingere gli europei ad assumersi maggiori responsabilità e accelerare gli sforzi per sviluppare capacità di difesa autonome.
È uno scenario probabile? Potrebbe essere una tendenza già in atto in seno UE? Certamente nulla di immediato e “tempi lunghi”.
Da parte UE non c’è una visione unitaria di politica estera, che è il presupposto di una difesa comune, e non esiste ancora una base industriale della difesa europea sufficientemente integrata. Inoltre, senza un debito comune e investimenti in deficit, notoriamente tabù per la Germania anche in tempi di crisi come oggi, non si paga la transizione energetica, né si costruisce una difesa comune. Trump, d’altra parte, ha ipotizzato di intensificare le politiche protezionistiche, ed in caso di tensioni, o di alleanze non equilibrate in ogni settore, potrebbe arrivare a imporre tariffe anche sulle importazioni dall’Europa: una messa in mora per la UE , portata a scegliere tra necessità
di buoni rapporti con gli Usa ed essenzialmente quelli con la Cina.
Quello trumpiano potrebbe non essere lo scenario peggiore, malgrado le apparenze.
In caso di vittoria Dem, con Kamala Harris espressione di fazioni e di interessi mutevoli e spesso in contrapposizione, il riorientamento della politica estera americana potrebbe apparire più graduale e meno drastico, ma non deve generare illusioni: Kamala Harris è comunque espressione di una generazione americana post guerra fredda e soprattutto post-atlantica, con un focus crescente sull’Asia piuttosto che sull’Europa, come fortemente
voluto da Obama, da cui KH non si può in nessun modo smarcare.
Qualcosa si è già visto sotto l’ amministrazione Biden , malgrado l’impegno per l’Ucraina, ed anche la “nuova” amministrazione dem non può che puntare alla condivisione degli oneri da parte degli alleati europei.
Non si sa, in ambedue i casi, se l’Europa debba prepararsi a una graduale riduzione della presenza americana ma in ambedue i casi deve essere immediatamente pronta e disposta a un aumento delle proprie responsabilità in materia di sicurezza.
Sul fronte economico, Harris potrebbe essere più disponibile a trattare una nuova cooperazione transatlantica, ma la competizione Usa-Cina continuerà e l’Europa dovrà fare delle scelte, non limitarsi come a fatto sinora, ed ha fatto nei periodi di trazione tedesca, alla politica dei due forni . Comunque vada , e trattandosi di una sfida globale che si gioca e si giocherà sempre più sul
mare, non si potrà più navigare in termini di opportunismo tra questi due giganti politici ed economici.
La sfida elettorale attuale è stato un punto di frattura politica che porta come conseguenza la scelta tra apertura e chiusura, riguardo a globalizzazione, commercio, migrazioni e tecnologie digitali che ha sostituito quello tra destra e sinistra. Significa questo anche per la UE e di questo devono tener conto i paesi membri, più ancora quelli marittimi o con potenzialità marittime . Le società chiuse non possono sostenere uno sviluppo economico duraturo, tanto meno
l’Europa che vive di import ed export e deve gestire efficacemente le interdipendenze: le relazioni commerciali con la Cina, l’approvvigionamento di materie prime dall’Africa, la presenza permanete nell’Indopacifico e nei suoi accessi, la riorganizzazione delle catene del valore che non possono più passare ed essere condizionate dalla Belt&Road Initiative (BRI, il pantano della via della seta), con troppe vie che passano intorno all’Africa o dentro all’Asia, con
incognite come lo stesso Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, Hormuz , con giganteschi programmi come il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), che non è detto che siano risolutivi e non è detto che non possano essere colpiti da conflitti come quelli
recenti.
Solo su un punto, nel quadro di opportuni accordi, il traino degli Stati Uniti può essere ancora valido e di reciproco interesse: la sicurezza energetica (ed il nuovo ordine globale).
Un’ipotesi concreta, emersa sullo sfondo nelle ultime settimane: la battaglia sul clima non è più cosi radicale per gli americani (e forse non lo è mai stata) e le guerre in corso, con emissioni di sostanze nocive e l’incidenza sui traporti, con l’inconcludenza di conferenze sul clima disattese dai principali attori, tornano a mettere al centro efficienza e costi; gli Stati Uniti (già i maggiori produttori al mondo), possono aumentare entro un anno la produzione da poco più di
10 milioni di Barili EPT al giorno a 13 milioni; per essere pragmatici non sarebbe ulteriormente negativo per il clima, ma forse abbatterebbe il prezzo del greggio al punto da privare di finanziamento la macchina da guerra di Putin in Ucraina ed allontanerebbe qualsiasi ricatto mediorientale, e di stati canaglia, nei confronti dell’Occidente. Sarebbe un modo per imporre a Mosca una trattativa.
Toccherebbe poi all’Europa fare la sua parte, nella transizione e nel nuovo ordine mondiale … anche come partecipazione militare… Tutto da vedere (da parte dell’UE…) Il confronto tra le grandi potenze, tra gli Usa e la Cina, con qualche comprimario, può riguardare anche territori, e conflitti locali, come guerra di usura di un’occidente impreparato, soprattutto vulnerabile a conflitti protratti, ma per l’esito finale non si giocherà in terra ma in mare.
Potranno scatenarsi conflitti localizzati (anzi è possibile che continuino a sorgere, d’altra parte è la strategia di usura nei confronti dell’Occidente) ma la contesa sarà marittima, con l’asse sull’Indopacifico.
Una contesa che non si baserà sul potere navale in senso stretto del termine, esercitato dalle flotte, ma sul potere marittimo, quale espressione della capacità di esercitare e gestire i traffici.
Per questo, senza mai abbassare la guardia sulla componente navale (riguardo alla quale occorre riacquistare o consolidare la supremazia e soprattutto mantenerla), il massimo sforzo occidentale, che impegnerà al massimo qualsiasi amministrazione statunitense, va esercitato sulla capacità di ricostituire le “capacità di traffico” marittimo, capacità fatte di navi, porti,
logistica, gestione delle catene di valore
Il potere marittimo deriva dalla ricchezza e la ricchezza è storicamente legata al libero scambio, protetto e incoraggiato da una forte Marina…
Su questo, e su almeno un mimino di capacità e di autonomia occidentale sui traffici marittimi e le flotte mercantili, si giocherà la sfida e si svilupperà un rapporto, costruttivo o conflittivo, con la nuova amministrazione statunitense.
Comunque vada è probabile che le relazioni transatlantiche evolvano verso un maggiore bilateralismo nei rapporti con i singoli alleati, e con i singoli paesi europei. Sul mare non tutti gli alleati pesano uguale ed il prossimo conflitto sarà sul mare… quel mare che può risolvere per recuperare potere contrattuale come UE ma anche come paese in quel ritorno a blocchi che appare ormai irreversibile e inevitabile… quel mare che può ridisegnare nuovi equilibri, anche tra alleati.
Giancarlo Poddighe
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