Parlando di alleanze, di coalizioni, di relazioni bilaterali che hanno lo scopo di affrontare in maniera “Combined” le sfide di cui si è attualmente oggetto è da tempo evidente che per quanto una Nazione occidentale sia politicamente e militarmente forte ha sempre bisogno di una o più “sponde” nell’ambito della politica estera, che comprende la componente militare e marittima.
Sponde rappresentate da Nazioni alleate o amiche, che dal punto di vista politico hanno la convenienza e possono sobbarcarsi parte dell’onere di una decisione strategica, non sempre popolare.
L’esperienza recente, e non solo la storia di secoli, insegna che le alleanze vere e proprie (quelle che hanno il proprio fondamento giuridico in trattati firmati tra Stati sovrani) e le coalizioni (più o meno labili, a seconda delle convenienze politiche degli aderenti) sono state vincenti per raggiungere obiettivi che altrimenti non sarebbero stati raggiunti.
La Guerra Fredda è forse l’esempio più eclatante: senza la NATO sarebbe rimasta fredda per poco tempo, invece la presenza di un fronte politicamente coeso di più Nazioni, tenute insieme non solo dalla paura dell’orso sovietico, ma anche dalla volontà e dall’impegno economico e politico statunitense, impedì per decenni che il conflitto diventasse caldo.
La fine del confronto est-ovest ha richiesto alla comunità internazionale la revisione delle proprie strategie, tra cui quella marittima.
Gli Stati Uniti, sapendo di essere la Nazione trainante in un mondo rimasto (per poco tempo unipolare, hanno sviluppato diverse ipotesi per un nuovo approccio alla strategia globale, principalmente marittima, creando anche difficoltà a seconda dell’amministrazione in carica.
la convivenza in una società complessa dipende fondamentalmente da un’attività umana diffusa da sempre a tutte le latitudini: il commercio, attività che dipende dal mare, che diventa legame e ponte tra civiltà e non fossato invalicabile: grazie al commercio si muovono anche le idee .
Gli Stati Uniti hanno visto nella cooperazione internazionale il modo più naturale di affrontare i problemi, partendo dalla marittimità: la sicurezza, la prosperità e gli interessi vitali degli Stati Uniti sono sempre più legati a quelli di altre nazioni, un sistema globale pacifico composto da interdipendenti reti di commercio, finanza, informazione, diritto, persone e “governance”.
Scenario ancor più significativo con l’aggettivo “marittimo”, nel suo aspetto più ampio.
Oggi, le nazioni collegate attraverso alleanze e coalizioni (NATO prima tra tutte) si trovano a competere con nazioni emergenti politicamente o anche solo economicamente in un’epoca in cui è improbabile che il mondo sia pienamente a guerra o completamente in pace.
Un’alleanza veramente solida non si ferma al raggiungimento dell’obiettivo più visibile ed immediato, cioè la prevalenza militare, e nella marittimità, presente e auspicabile, le alleanze assumono una funzione fondamentale, almeno per l’occidente.
Il livello di prosperità dei paesi occidentali è ormai tale che
E’ imperativo per i paesi di questo “blocco” sociale/economico/politico garantire la propria libertà (e prosperità) attraverso l’ incondizionale uso dei mari: in questo futuro senz’altro multipolare, pieno di incognite di tutti i tipi (cambiamento climatico e disponibilità di risorse alimentari/idriche in primis) le alleanze sono la chiave di un fronte unico occidentale contro le sfide che incombono.
Non c’è disponibilità di tempo, e diventa necessario recuperare e valorizzare appieno l’esistente, il rapporto transatlantico, che tanto ha fatto per il nostro modo di vivere: azione impellente, magari in un’ottica bilaterale o multilaterale ristretta, per evitare nocive diluizioni degli sforzi, sempre possibili quando gli attori sono numerosi.
In questi mesi alla nuova Amministrazione Europea seguirà a ruota, in ordine di tempo, una nuova Amministrazione statunitense: a seconda del copione geopolitico che verrà scritto potrebbe essere possibile ricostituire lo “spirito atlantico” e affrontare in tale modo le nuove sfide globali, sfide ravvivate e rese minacciose dall’atteggiamento di quei leader che possono leggere in maniera personalistica gli eventi mondiali.
Con il presente lavoro si cerca di esaminare la problematica delle alleanze non solo dalla tradizionale ottica eurocentrica o italocentrica, perennemente parziale e viziata da preconcetti ideologici, ma anche dall’ottica di una nazione – gli Stati Uniti – chiamata a pronunciarsi in un confuso quadro elettorale dove non sono i programmi a determinare le scelte, e dove la politica estera non è un chiaro impegno di nessuno dei candidati
Quello che è certo che il futuro dell’Occidente in un momento di grave crisi può essere garantito solo da un nuovo spirito atlantico, un rilancio basato non su rendite di posizione (fonte delle resistenze statunitensi) ma sul “valore aggiunto” che ciascuno dei membri può rappresentare, in termini bilaterali come multilaterali. Gian Carlo Poddighe
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