Tre giovani cittadini cinesi hanno perso la vita nell’incendio dello show room di un magazzino in via Ermenegildo Cantoni a Milano. Le vittime sono due fratelli di 19 e 17 anni e un’altra di 24 anni. Il rogo è scoppiato poco dopo le 23 di ieri sera. Cinque squadre con altrettanti mezzi hanno lavorato tutta la notte per domare le fiamme e poi procedere alla messa in sicurezza del magazzino. Ancora non sono note le cause del rogo, che però in base alle primissime informazioni potrebbe essere doloso.
Dai primi accertamenti le vittime non hanno avuto via di fuga, le fiamme si sono sviluppate nella parte anteriore dell’edificio dove c’era l’unico accesso. I corpi sono stati trovati nel retro in punti in tre punti diversi. Non erano ustionati quindi è verosimile che siano rimasti intossicati dal fumo. Le indagini sono condotte dal nucleo investigativo antincendi della direzione regionale dei vigili del fuoco e dai carabinieri.
“La comunità cinese di Milano è sotto-shock. Una tragedia del genere qui non era mai accaduta prima”: Francesco Wu, volto della comunità cinese milanese, imprenditore e protagonista del rilancio di Chinatown con l’Unione Imprenditori Italia-Cina (UNIIC) ha commentato così la notizia dell’incendio divampato in uno showroom di via Cantoni in cui hanno perso la vita tre giovani cinesi. Le dinamiche sono ancora chiarire, soprattutto se si sia trattato di un incendio doloso o di un incidente. Ma per Wu è difficile che si sia trattato di un atto di ritorsione: “Non sono dinamiche da comunità cinese. Se devono fare uno sgarbo non arrivano ad accendere un incendio e uccidere delle persone”, spiega. “Nei primi anni 2000 erano attive delle gang rivali nello spaccio, e quelle sì che ricorrevano ad azioni anche violente. Ma è un fenomeno rimasto confinato a quel periodo e quell’ambiente”.
E da stamattina sulle chat dei social i cinesi in Italia puntano il dito sulla sicurezza: “Siamo più portati a credere si sia trattato di un incidente. Ma nel 2024 – continua Wu – l’incidente sul lavoro non deve capitare. E’ importante porre la massima attenzione alla faccenda sicurezza che sembra sia venuta a mancare”.
Eppure ad oggi gli ambienti lavorativi gestiti dai cinesi sono a norma nella maggior parte dei casi. Ne è convinto anche Marco Wong, presidente onorario di Associna (Associazione dei cinesi di seconda generazione).
“I casi di commistione tra uso civile e lavorativo erano molto diffusi una decina di anni fa” commenta Wong. “Oggi queste situazioni si sono molto ridotte, anche se non sono state eliminate del tutto. Di solito sono presenti negli ambienti di produzione a basso livello aggiunto, in cui i proprietari vogliono risparmiare sul’alloggio per i lavoratori”.
Per Wong, la riduzione (“ma non eradicazione”, come sottolinea) del fenomeno è dovuto in parte ai controlli mirati eseguiti negli anni, e in gran parte al fatto che è cambiata la migrazione: “Mentre una volta in queste fabbriche ad alta intensità lavorativa gli operai erano tutti cinesi e accondiscenti, oggi ci sono per lo più pachistani e persone di altre nazionalità”. Il modello di 15 anni fa – sottolinea ancora – non è ancora morto, ma quasi”.
Sull’ipotesi ritorsione, anche Wong esclude che possa trattarsi di connazionali: “La criminalità cinese opera in modo diverso, in genere ricorrono ad aggressioni fisiche. Raro che procedano con incendi dolosi”.
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