Visita in Cina, disinformazione e strane coincidenze

Parlando di geopolitica, con troppi opinionisti e strateghi guidati solo dallo schieramento politico di adesione (ed in molti casi di stentamento) ci si dimentica che l’economia italiana a gravita principalmente sui rapporti commerciali con i Paesi occidentali.

L’export italiano va principalmente indirizzato (e venduto) nelle Americhe (soprattutto negli USA dopo la sciagurata politica di abbandono dei paesi sudamericani) e in Europa; quindi danneggiare i rapporti con questi Paesi vuol dire danneggiare gli interessi economici italiani.

La Cina è un mercato di sbocco, che va seguito, e non si possono avere preclusioni a negoziare con la Cina, business is business purché chiaro e reciprocamente utile (il vantaggio è subordinato all’utilità), ma esistono questioni e settori che devono essere esclusi, perché compromettere la sicurezza nazionale per ottenere un vantaggio commerciale è decisamente stupido.

I governi italiani nel tempo si sono caratterizzati per una poco strategica caccia di investimenti e collaborazioni senza tenere presente le implicazioni di sicurezza economica che accordi con la Cina e investimenti cinesi portano dietro, scendendo a livelli risbili quando il governo gialloverde siglò il memorandum di intesa con cui l’Italia aderì alla Belt & Road Initiative, segnato da una vicenda tragicomica che riguardava l’export delle arance in Cina… trascurando ben altre implicazioni.

Nell’appena conclusa visita potrebbe sembrare che alla fine si sia concluso poco in termini economici, ma lo scopo era quello di voltare pagina, mettere alcuni punti fermi, ancje con simbologie come la presenza della figlia della premier simbolo importantissimo nei confronti dei cinesi, oggetto di interpretazioni, anche malevole, in patria.

Per esperienza di trattative con i cinesi (ma era un’altra epoca, quella di una Cina chiusa, cambiata politicamente ma non come caratteri né come strategia) so bene cosa siano difficoltà, tempi e rischi e cosa e con quale cura gestirli

Valutare i grandi rischi, perché questo è un fatto assodato, non significa in alcun modo puntare a limitare o recidere la relazione, ma bisogna aver ben chiaro il percorso e scegliere le misure necessarie per tutelarsi.

Essere disponibili e attenti è ben diverso dall’essere proni per simbolici e poco produttivi risultati immediati

Non trattare con la Cina? L’Italia non è l’unica, a farlo e qualsiasi critica dovrebbe essere rivolta prima alla Germania

Su questa visita per ora è meglio sospendere il giudizio, la politica di stato non è e non dovrebbe essere né quella di stellantis né quella di fincantieri, né quella di speculatori su AI e falda adesione alle politiche green: bisognerà valutare prima l’equilibrio e poi eventuali benefici

Si deve prendere atto che con questa visita, con simbologie multiple che significano anche parità, sono stati impostati ( anche se si è detto aggiornati) i termini di un partenariato strategico che dovrebbe essere basato su regole condivise.

I messaggi reciproci ci sono stati : la Cina conosce perfettamente quelle che sono le linee guida italiane (l’atlantismo, l’integrazione europea, il diritto internazionale) e l’Italia sa altrettanto bene quali siano gli obiettivi di breve e lungo periodo di Pechino. Per il momento speriamo nel cambio (equilibrio e reciproci benefici, ma non esclusività ed asservimenti) e che sia così, e vedremo dopo se gli accordi siglati (e quelli che si sigleranno) saranno in linea con le norme e le strategie europee e soprattutto non alternative o in collisione con gli obbiettivi occidentali: i settori coinvolti sono indubbiamente delicati, compresi il trasferimento di tecnologie, l’AI, l’ EV, il coinvolgimento di aziende strategiche Visto che pensare male molto spesso tutela , noto la strana coincidenza che la tanto criticata visita in Cina sia concisa con un’assurda ed inaspettata levata di di scudi, un’intera settimana, da leggere in chiave anti-americana da parte di vari settori italiani (fomentata come e da chi e nell’interesse di chi e cosa?). Gian Carlo Poddighe

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