Disinformazione e propaganda asservita a interessi stranieri

Ho seguito i reportages della visita in Cina della premier Giorgia Meloni ed ho riscontrato molta ipocrisia e molto autolesionismo, ma anche molto pilotaggio esterno (ovviamente asservito ad altri interessi)
Una vista ufficiale è normalmente solo un pretesto per aprire una nuova pagina, e per l’Italia, paese esportatore, è assolutamente necessario
I rapporti internazionali si basano sulla convenienza, e quindi la prima domanda da porsi è per chi è conveniente il rapporto con la Cina.
NON LO E’ PER L’ITALIA
Ho vissuto in prima persona i cambi di indirizzo voluti da Prodi quando stabilì molto inopportunamente il “pivot to Asia”, Cina in testa nel momento peggiore (lo annunciò durante la visita in Giappone proprio nel momento del crollo delle borse asiatiche) , ho vissuto la deviazione delle risorse dal mercato sudamericano, che ci era consono e redditizio (oltre che fidelizzato) al mercato asiatico, e sono stato parte di questa avventura mel momento della svolta, come parte prima dell’industria pubblica e poi dell’industria privata.
Hanno perso clamorosamente ambedue, ed il nostro Paese sta pagando pesantemente questa improvvisazione e questa faciloneria, prima di tutto con perdita di occupazione.
Il problema della collocazione italiana , in particolare con la Cina, non si risolve con una visita ufficiale, dopo che per anni ci siamo prostrati e concesso ogni genere di privilegi.
Anche nelle ipotesi più ottimistiche, e di parte, la Cina per l’economia italiana è soltanto il terzo mercato di sbocco.
Lo scambio commerciale tra i due paesi è totalmente e chiaramente a nostro svantaggio: uno squilibrio che non può correggere un rapporto puntuale tra leader perché alle spalle c’è un indirizzo di fondo, ultratrentennale della politica economica cinese.
Un indirizzo che noi abbiamo trascurato, pensando addirittura ad una nostra colonizzazione culturale e della (supposta) forza e richiamo del “Made in Itali” (un richiamo solo per le elites)
Siamo andati a caccia e siamo diventati oggetto di bracconaggio
Anche la colonizzazione culturale è stato un boomerang, pensate alla forza degli studenti cinesi in Italia ed al proliferare delle associazioni ed enti cinesi nel nostro territorio…
Xi Jinping considera la civiltà dei consumi una civiltà decadente, non vuole dei cittadini spendaccioni – e lo notano ormai persino commentatori sino a poco tempo fa sostenitori del rapporto con la Cina – e si sta ridimensionando per questo l’idea che il mercato cinese possa continuare ad essere un Eldorado, d’altra parte il supposto consumismo della vera nuova Cina, quella profonda, è altrimenti orientato, e la crisi del mattone lo dimostra.
Tutto questo evidenzia una questione strutturale, che non riusciamo a comprendere, che riguarda la debolezza della domanda interna cinese
La Cina non è e non vuole essere un paese consumatore, e l’attuale dirigenza punta al rilancio della potenza esportatrice, che vuol dire concorrenza sfrenata sui prezzi, vuol dire aiuti di Stato, pertanto una crescita drogata dalle esportazioni.
Anche la corsa cinese al controllo delle infrastrutture è la conseguenza di questi indirizzi: chi ha in mano i rubinetti controlla i flussi, e se ha anche la manichetta in mano, la direzione del getto: un pesante squilibrio che si deve al pregresso persino ad una certa ingenuità se non facilismo politico, e senza una nuova azione di reshoring occidentale, e quindi nuovo e vero potere contrattuale, è difficile che puntuali eventi bilaterali comportino immediati miglioramenti
L’informazione è (poco sottilmente) orientata e da una parte tende a giustificare scelte sbagliate del passato, anche recente mentre dall’altra è pesantemente diretta a prevenire cambi e riequilibri, qualsiasi sia il governo italiano in carica L’attuale governo è un bersaglio facile per aver cambiato, per aver contrastato, con una possibile svolta occidentale, un successo ed un precedente che i cinesi avevano incredibilmente ed inopinatamente conseguito a bassissimo prezzo … un insuccesso ed un precedente per un popolo ma soprattutto per una classe dirigente perpetua che con vuole né può perdere la faccia. Gian Carlo Poddighe

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