Come penitenza pasquale obbligo amici e persone che stimo ad una lunga e forse noiosa lettura di alcune mie (tristi) considerazioni
La Pasqua non è una “festa” è la ricorrenza di un evento tragico su cui – i cristiani – dovrebbero profondamente meditare
La Pasqua è la ricorrenza del massimo sopruso e della peggiore violenza a cui può essere sottoposto un essere umano: solo Dio le ha superate, per darci un segnale ed un monito, ma la Pasqua non è per questo una “festa di pace”: il richiamo unico alla pace è la mistificazione in cui da tempo, ed oggi a ritmo accelerato, si sta cadendo come laicizzazione del massimo evento della cristianità
I veri portatori di pace non sono quelli che la predicano, ma QUELLI CHE LA DIFENDONO, e lo stesso vale per la democrazia, che è solo uno degli aspetti della Pace
È l’eterna differenza tra il DIRE (di molti) ed il FARE (di pochi)
L’imperdonabile errore del cristiano è l’ingiustificata, irrazionale e, spesso, controproducente fiducia che nutre nella possibilità di salvare l’essere umano, quando proprio i riti pasquali dovrebbero aiutarci a ricordare che da millenni tramandiamo la nostra bestialità votata alla violenza fisica, morale, verbale.
Nemmeno l’illuminismo è riuscito a salvarci, a vincere Ia nostra vera ed unica natura, ed allora dobbiamo trovare il coraggio di ammettere che i pagani (Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum) e gli ebrei dell’Antico Testamento (Yahweh Elōhē ṣĕbā’ōt) avevano già capito tutto.
Non è difficile parlare di pace, semplicemente è inutile perché la pace, in natura, non esistite: dobbiamo accettarlo ed agire di conseguenza.
Da questo scaturisce il dilemma di fare gli auguri pasquali: È difficile parlare di pace, sempre, e più in questi momenti.
È sempre una variabile da interpretare, secondo il proprio credo; la Pasqua non è un valore assoluto, solo per i cristiani ha assunto il massimo aspetto religioso, di rispetto del sacrificio, del dono, del proprio Dio, ma dall’antichità è un momento astrale e stagionale di rinnovamento in cui si incrociano speranze e credenze, a cui oggi vorremmo dare – quasi travisando il mandato divino – una connotazione di irreale pace universale, tranquillizzante, quasi di nuovo credo.
Se accettiamo che la pace, in natura, non esiste dobbiamo agire di conseguenza; la pace , o periodi di pace, dobbiamo conquistarla e la conseguiamo solo perché si creano delle nicchie in cui si possono condividere dei valori, solo perché ci sono uomini che si sacrificano e proteggono nicchie e valori.
A loro dobbiamo rendere grazie, soprattutto in questa ricorrenza, e se ci pensate bene, lasciando da parte i predicatori, sono proprio i tanto facilmente esecrati militari che nella maggioranza dei casi sono i veri tutori della pace
Parlando invece di predicatori, più conflittuali che di pace, comunque in scala minore degli scontri armati in corso, non posso che pensare ai cattivi maestri di Pioltello, si : “cattivi maestri a scuola”, uno dei problemi della sempre più carente educazione che minano la nostra società;
maestri che non si dedicano all’ educazione, ma alla politica, alla generazione di conflitti e non del consenso, in nome di opinabili ideologie ed a sostegno del proprio impegno politico (non certo impegno democratico).
Una trappola in cui facilmente cadono anche i politici, ANCHE ai livelli più elevati, scadendo nella demagogia anziché nell’esempio, in quel rispetto degli interessi e dei valori della maggioranza, pur nel rispetto delle minoranze
Non posso che riprendere e commentarle un articolo di un amico, un equilibrato politico più vicino ai fatti: la decisione di chiudere l’Istituto comprensoriale Iqbhal Masih di Pioltello per festeggiare la fine del Ramadan (che quest’anno sarà il 10 aprile) ha scatenato molte polemiche.
Tralascio di chiedermi in base a quale iter ed approvazioni sia stata intitolata la scuola (mi sembra che “un tempo” esistesse una normativa al riguardo che riguardava valori unificanti) e soprattutto tralascio i nomi e lo schieramento politico sbandierato dai protagonisti, evitando almeno in questo di acuire il problema, di additare il filone conduttore: il dirigente scolastico della scuola parte da una constatazione (inesatta):“I bambini di fede islamica sono la maggioranza e non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi numeri e alla realtà”.
Inesatta e inappropriata perché non è in base alla fede che si viene ammessi alla scuola pubblica, sarebbe evidentemente una discriminazione; si aggrega il sindaco locale (Pioltello, grosso comune 36.000 abitanti, alla periferia di Milano), secondo la quale la chiusura sarebbe “…un atto di civiltà…” creando immediatamente una contrapposizione, di matrice ideologica, secondo la quale – per la parte avversa – si tratta di “…Una decisione preoccupante, un precedente particolarmente rilevante…”.
Il consiglio d’Istituto, confermata la decisione all’unanimità (..possibile, c’ era davvero libertà di voto o condizionamento del dirigente valutatore? O allineamento di visibilità?) si lancia, scavalcando qualsiasi altre istanza o scala gerarchica, a chiedere una visita “riparatrice” di Mattarella.
Riparatrice di che? quale sopruso si è perpetrato, se non quello di impedire un diritto di chi, con la presenza a scuola, esercitava anche un dovere? Quale sopruso se non quello di famiglie lavoratrici che non avendo i figli a scuola hanno dovuto ricorrere a “soluzioni” di emergenza?
Domanda riparatrice assurda, a cui – peraltro – non corrisponde alcuna presa di distanza – e di RIequilibrio – della massima carica ….
Al di là della cronaca c’è una riflessione più profonda legata alla decisione di Pioltello ovvero l’evidente mancanza di reale integrazione quale sarebbe una società interetnica ed interconfessionale, con un progressivo scivolamento verso la prevalenza di nuclei predominanti (non espressione della maggioranza generale) in base alla quale alcuni valori fondanti della “nostra” comunità – di cui uno è l’aspetto religioso – si stemperano mentre questo non avviene per quella islamica che proprio dalla sua auto-chiusura verso l’esterno e nell’ambiguità in cui la si lascia continuare trova la sua forza di coesione. La prevalenza dell’interesse particolare su quello generale.
Manca anche una seria autocritica da parte di quella società che dovrebbe rifarsi se non al credo almeno alle radici ed alle tradizioni, quali valori da condividere se non propugnare , che riguarda proprio convivenza e integrazione: noi cristiani facciamo poco o nulla per difendere i nostri principi e magari farli capire agli islamici, anche se loro comunque di solito li rifiutano (salvo rarissimi casi, di alcuni dei quali sono proprio testimone, per pensiero e mano di illuminati parroci dedicati, più delle stesse amministrazioni locali, alle comunità…)
Noi siamo “aperti”, poi – quando si decidono passi come quello del 10 aprile – da una parte ci si mostra indignati mentre l’altra parte ci si mimetizza dietro la “civiltà”. Non sappiamo uscire dagli schemi e dai condizionamenti del ”politicamente corretto” per chiederci – per una volta seriamente – quali siano i valori fondanti in cui crediamo senza le solite superficialità!
La scuola Iqbbhal Masih, per esempio, ne è una conferma: demagogicamente la scuola è dedicata ad un giovane attivista contro la violenza del lavoro minorile, ma la comunità islamica che la frequenta non si è mai espressa, per esempio, sulle violenze domestiche ai danni delle minori che non accettano le scelte loro imposte, fenomeno di rischio femminile molto diffuso anche nella zona, e troppo spesso assurto agli onori della cronaca.
perché nessuno solleva questo aspetto? Quanta attenzione dedicano i solerti educatori ai problemi femminili delle comunità islamiche ed al rispetto della dignità femminile altrui, una zona dove molestie e violenze sono ormai comuni?
Sarà quindi anche vero che a Pioltello ci sono molti ragazzi di famiglie musulmane, ma tante di loro non sono osservanti e comunque la fine del Ramadan è prima di tutto una festa, una ricorrenza, così come tutti – atei compresi – festeggiano ad esempio l’Immacolata l’8 dicembre con un giorno di vacanza – ottimo per il “ponte” di Sant’Ambrogio – anche se non sono minimamente credenti, non partecipano quel giorno ad alcun evento religioso e di Sant’Ambrogio non sanno neppure gli atti e meno il secolo in cui è vissuto.
Se seguiamo il nuovo criterio guida di tanto illuminati educatori, perché nella stessa scuola di Pioltello gli alunni musulmani restano a casa per le vacanze di Natale o di Pasqua?
Anche questa è una totale ipocrisia visto che non celebrano i relativi riti, ma è proprio così che si crea una progressiva, lenta ma costante frattura sul piano della identità che per molti è fatale, normale o addirittura “segno di civiltà” come sostiene il sindaco locale.
Riflessioni che (ben al di fuori dei tornaconti elettorali) dovrebbero essere a base di una revisione critica di come vengono progressivamente cancellati i nostri valori comuni.
Non si deve e non serve ghettizzare, anzi, ma è ben strano che da una parte si invochi una società “laica” ed integrata e poi si favoriscano in qualche modo connotati sociali che identificano la diversità, con lo sfaldamento conseguente, appunto, dei caratteri identificanti di una comunità preesistente.
Esempi?
– Permettere il velo integrale anche se l’essere riconoscibili è obbligo di legge.
– Non ricordare con chiarezza e pubblicamente che un musulmano non può – se è coerente – integrarsi fino in fondo in Europa perché se osserva davvero il suo credo religioso si mette automaticamente in contrasto con alcune nostre leggi, dal diritto penale a quello di famiglia.
Questo aspetto è sempre tenuto oscuro e nascosto perché “politicamente scorretto” e quindi non se ne parla mai, eppure prima o poi andrà pur posto: come può una persona sinceramente islamica giurare fedeltà alla Costituzione e alle leggi dello stato italiano se hanno principi diversi dalla sua fede?
Ricordiamoci che se un cristiano vive in un paese islamico deve adeguarsi alle leggi del paese ospite, non può osservare le proprie se non nell’intimo della sua coscienza.
Questo perché quel paese vuole tutelare e difendere la propria identità, mentre da noi si sostiene progressivamente l’esatto contrario.
Nonsi può aprioristicamente sostenere cosa sia giusto o sbagliato, certo non ci si può poi lamentare per le conseguenti mille problematiche che nascono e crescono nel nostro paese proprio per questa incoerenza ed ipocrisia di fondo, questo rinvio continuo di chiarezza soprattutto nei confronti della comunità musulmana che alla fine passa addirittura per “vittima” anche se regolarmente ottiene poi quello che vuole.
Come italiani ci siamo dimenticati di essere (o meglio essere stati) una nazione di emigranti, emigranti ben prima di essere divenuti “stato”: non si tratta di replicare le vessazioni a cui gli emigranti sono stati spesso soggetti (anzi questo deve servire da guida per l’integrazione) ma di APPLICARE quei concetti di integrazione, di melting pot, che hanno permesso a queli emigranti di mergere, di raggiugere anche posizioni apicali nei paesi che gli hanno accolti: la via in questi casi è stata l’accettazione delle regole e DELLE CONSUETUDINI LOCALI, del modo di vivere localmente acquisito …. GIAN CARLO PODDIGHE
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