Cosa è successo veramente all’ospedale Al Alhi ?

Nel caso dell’ospedale non si tratta neppure di fake news, ma di manipolazione, sfruttando un incidente ed amplificandolo, con la complicità di una rete predisposta da tempo ed ideologicamente schierata, forse sarebbe meglio dire corrotta.
E’ molto difficile poi confrontarsi con smentite e logica su una notizia magnificamente ed opportunamente diffusa con tempestività, indipendentemente se falsa o falsata: chi agisce per primo mette la controparte in difficoltà, meglio se ha predisposto per tempo una opportuna rete di supporto ed amplificazione.
Non solo l’origine (il lancio fallito) ma anche la regia delle riprese e del numero di vittime, con numeri incompatibili con le stesse caratteristiche fisiche degli spazi la logica e la cautela non hanno spazio in guerra e meno in un conflitto dove prevale il terrorismo, ed i metodi del terrorismo, basati su messaggi spaventosi ed opportunamente mirati e sfruttati come detonatori.
Al di la da esperti di comparsate televisive, che discernono su armi sofisticate, ci troviamo di fronte ad un copione noto, quello del terrorismo, che va assolutamente confuso con le corrispondenze di guerra (anche queste non sempre attendibili, ed orientate dal lato del fronte dove si colloca, o può collocarsi, il corrispondente.
E’ curioso come lo stesso giornale di cui riporto l’articolo, quasi una smentita, abbia riportato con ben altra enfasi ed evidenza, nell’immediatezza dei fatti, la notizia di un attacco, di un massacro, di centinaia di morti…. Senza neppure
rilevare come nell’immediatezza dell’evento i “coloritori” ed i protagonisti delle riprese non fossero medici o pompieri ma solo miliziani …. Con il senno di poi non si costruisce nè la verità ne la pace … ed in questo momento, anche
in Italia, ogni impegno è nell’attizzare il fuoco, l’insofferenza se non un vero proprio odio. … ed un supposto massacro intenzionale da ricondurre a tragedia, senza neppure soffermarsi sui responsabili. Gian Carlo Poddighe
Da La Repubblica:
“L’esplosione è avvenuta nel cortile dell’ospedale Al Ahli, fondato nel 1882 dalla diocesi episcopale di Gerusalemme e dove si sono rifugiati centinaia di civili. Non sta nella parte della Striscia che l’esercito ha dichiarato zona più o meno sicura, quelle aree verso cui da una settimana spinge a spostarsi gli abitanti del nord. La clinica è però almeno a sud di Gaza City.
Alle 9 del mattino il viceammiraglio Daniel Hagari, portavoce delle forze armate, riunisce i giornalisti internazionali per illustrare la ricostruzione israeliana di quello che è successo 13 ore prima, alle 18.59 di martedì, una striscia di fuoco — nei primi video diffusi da Gaza — che arrossa il buio. Hamas ha accusato subito il nemico di un massacro — i fondamentalisti intervengono al posto del ministero della Sanità, considerata la fonte ufficiale — e denuncia oltre 500 morti. Cifra molto ridimensionata da una fonte dei servizi segreti di un Paese europeo: «È molto probabile che siano tra i 10 e i 50», dice all’agenzia France Presse.
Nei filmati apparsi sui canali digitali si sente il fischio di un proiettile in arrivo fendere l’aria, poi lo scoppio. La televisione Al Jazeera, di proprietà del Qatar, diffonde la ripresa da una telecamera fissa in cui si vede un razzo lanciato da dentro il territorio palestinese che esplode in aria e si fionda giù all’indietro in una scia di fiamme, pochi secondi dopo sullo sfondo compare il flash della detonazione. Un analista consultato dalla televisione britannica Bbc commenta: «L’incendio sembra generato dal carburante di un razzo più che da un ordigno».
Il dialogo intercettato
«Cosa?». La prima reazione non è una domanda, è stupore, incredulità.
«Dicono che appartenga alla Jihad islamica», risponde l’altra voce in arabo.
«È nostro?».
«Sembra proprio di sì».
«Chi lo dice?».
«I resti corrispondono a un razzo locale, non israeliano».
«Ma in nome del cielo non poteva trovare un altro posto per esplodere».
A parlare sarebbero due comandanti di Hamas intercettati dall’intelligence militare. Hagari ha reso pubblica la conversazione, mentre il mondo arabo — la gente nelle strade, i leader nei palazzi del potere — continua a ritenere Israele responsabile.
Ieri mattina, con la luce del giorno, i palestinesi hanno rilanciato le immagini del piazzale colpito, il danno materiale maggiore visibile sono le auto bruciate. Non si scorgono crateri di grandi dimensioni, la maggior parte dei palazzi attorno sembra intatta — qualche finestra in frantumi, tegole rovesciate sul tetto di un edificio a un piano — rispetto alla devastazione che dovrebbe causare un missile israeliano. Se è stato il razzo della Jihad Islamica a fare da miccia, potrebbe aver centrato un deposito di combustibile o si trattava di un’arma più potente con più propellente nei serbatoi: le vittime sopravvissute presentano i segni di ustioni, i volti anneriti dal fumo nero dei combustibili.
I boss della Jihad Islamica, la fazione più legata all’Iran dentro a Gaza, replicano che gli israeliani «mentono»: «L’angolo dell’impatto e l’intensità del fuoco dimostrano che si è trattato di un attacco dall’aria». Hosam Naoum, il vescovo anglicano di Gerusalemme, dice che l’ospedale aveva ricevuto nei giorni scorsi almeno tre ordini di evacuazione, ma «che il personale medico non aveva voluto andarsene». Ammette: «Non siamo esperti militari, chiediamo solo che la gente veda quello che sta succedendo, ne abbiamo abbastanza di questa guerra».
L’esercito israeliano dichiara di aver individuato 450 casi di razzi ripiombati dentro la Striscia in queste quasi due settimane, è successo anche in altri conflitti tra lo Stato ebraico e Hamas. Durante i due mesi di scontro tra luglio e agosto del 2014, nove bambini erano stati ammazzati mentre giocavano in un parchetto vicino al campo di rifugiati Shati, la Spiaggia. Pochi minuti dopo la strage, miliziani con il passamontagna nero erano apparsi, avevano avvolto i resti del proiettile in un telo e l’avevano portato via. «Hanno voluto nascondere la prova — sostenevano testimoni locali — che fossero stati loro».
Anche l’intelligence americana — scrive il New York Times — propende per l’ipotesi di un disastroso incidente interno, precisando che si tratta di «conclusioni preliminari». Gli analisti avrebbero utilizzato i rilevamenti dei satelliti dotati di sensori a infrarossi che raccolgono migliaia di dati per rilevare in diretta eventuali lanci: lo stesso sistema aveva fornito le prime prove che l’aereo della Malaysia Airlines in volo sopra l’Ucraina nel 2014 era stato abbattuto da un missile di fabbricazione russa.
Nella battaglia digitale delle versioni, la ricostruzione israeliana è contestata via social media non tanto nei dettagli, viene messa in discussione la credibilità dei portavoce militari ricordando l’uccisione di Shirin Abu Akleh, la giornalista di Al Jazeera morta durante la battaglia a Jenin, in Cisgiordania, l’11 maggio dell’anno scorso: l’inchiesta interna aveva impiegato quattro mesi per ammettere che la reporter «poteva esser stata colpita accidentalmente dai soldati», anche se «non è possibile determinare in modo inequivocabile l’origine degli spari».”
19 ottobre 2023 (modifica il 19 ottobre 2023 | 19:19)
Lascia un commento