Interpretare il Sud del mondo ed interagire con lo stesso

Global South : cosa è?
Come si pone e chi lo pone nel nuovo risiko mondiale?
Qual è la struttura ed il patto, qual è il programma, qual è il percorso?
Sono i BRICS come sede di reclami e rivendicazioni o è il G20 l’area del dialogo e non dello scontro?
Tante domande, solo le prime di una lunga serie di fronte alla faciloneria mediatica ed allo sfruttamento demagogico del dilemma sud/povero e nord/ricco, domande difficili da rispondere, che meritano un’altra sede, ma è invece opportuno cercare di capire cosa è (anzi sarebbe) il Global South e quali aree ne sono interessate, e non è detto che ne siano rappresentate.
Il dilemma, la vera domanda di fondo, riguarda chi guiderà il Sud del mondo, e la ricerca di una risposta alza il sipario su un confronto senza esclusione di mezzi e di colpi, che per la prima volta vede in difficoltà la Cina nelle sue aspirazioni egemoniche e in un percorso che credeva assicurato; queste note riguardano la crescente influenza dell’India e le sue aspirazioni (con un potenziale reale) di assumere la guida del Sud del mondo, forse per la prima volta senza toni di asservimento e neo colonialismo. Semplicemente Soft power
Dai primi anni di questo secolo la Cina ha attivamente corteggiato, qualcuno dice circuito, le nazioni più deboli e quelle eufemisticamente definite in via di sviluppo, in realtà offrendo loro solo un’alternativa all’influenza occidentale.
Solo quello, ma “solidarietà reale” poca, carità pelosa tanta, sfumature (o peggio) di neocolonialismo tante e sempre più evidenti
La formazione delle nuove classi dirigenti africane è uno degli investimenti di lungo termine a cui Russia e Cina si sono dedicate nelle loro università, indottrinando molti leader africani al pensiero antioccidentale; una semina il cui raccolto doveva concretarsi nei BRICS, una lunga azione di bassissimo costo e di grande visibilità , un mezzo propagandistico di grandissima rilevanza e di scarso impegno, con nessuna reale assunzione di responsabilità.
Una mossa ideale per la proiezione sul sud del mondo, grazie alla quale la Cina e la Russia competevano per assumere la leadership dei BRICS; una mossa con la quale l’Asia sembrava interpellare, coinvolgere, l’Africa, un esempio replicabile perché ancora qualche decennio prima conosceva problemi simili, non solo in termini demografici (problemi che in Asia si sono ridimensionati o attenuati).
Chi più poteva beneficiare di questa mossa? La Russia o la Cina, con l’India inizialmente solo sullo sfondo?
La crescita pilotata della Cina, la sua transizione dalla povertà all’apparente benessere distribuito (almeno quello urbano, tangibile per l’opinione pubblica internazionale, e da valutare in reali termini percentuali) con evidenti ambiziose iniziative di sviluppo globale sono state inizialmente fonte di ispirazione per molti paesi del Sud del mondo.
Il tempo trascorso e la stessa crisi pandemica hanno portato a scoprire le carte ed a ridistribuirle per un nuovo giro, con un nuovo giocatore emergente, rassicurante ma non dominante: l’India.
L’India si sta ora presentando alle nazioni in via di sviluppo con una diversa forma di leadership, sfidando il dominio della Cina e offrendo un diverso approccio, solidale, nei rapporti globali: la sua emersione come fautore di una sorta di nuova Global South Diplomacy la consolidano tra i protagonisti sulla scena mondiale.
L’India sta certamente guardando al sempre minore peso dell’ONU ed al proliferare di raggruppamenti minilaterali che sembrano non contare ma pongono interrogativi sulla rilevanza dell’ONU.
L’ONU è anche l’evidenza, la cartina di tornasole di un mondo diviso, una questione perenne, che pone in dubbio anche il peso reale della leadership di chi detiene il diritto di veto, aspetto che è andato a discapito soprattutto della Russia: una “questione” perenne, non affrontata, che forse spiega perché molti Stati membri delle Nazioni Unite si rivolgano sempre più a raggruppamenti multilaterali più ristretti come piattaforme alternative di visibilità e (forse) momentaneo potere contrattuale, nella speranza di creare veicoli per l’azione collettiva in un mondo frammentato.


Un’ immagine con una linea di rosso intenso che recentemente viene surrettiziamente riproposta sui media e corrisponde solo a demagogia e propaganda – una divisione netta pretestuosa che certamente non corrisponde alla realtà… non due fasce omogenee ma il Sud che andrebbe tratteggiato quale vasta area a macchie di leopardo.
Basterebbe pensare da un lato a Israele e Singapore incluse nel sud, al Qatar ed agli UEA, dall’altro al Messico ed allo stesso Brasile che vorrebbe essere leader ma non si considera certamente un paese del sud del mondo. (fonte:web)
Le ambizioni dell’India
Le aspirazioni di influenza dell’India sono apparse evidenti nel momento che ha assunto la presidenza del G20.
L’india ha sparigliato le carte quando ha parlato di pari dignità, di leadership diffusa, di partecipazione in prospettiva ben diversa di quella formale e di minima ricaduta dell’ ONU, dove bisogna certo essere presenti ma…
L’India ha certamente valutato la citata proliferazione di organismi minilaterali, e la necessità di fare le scelte più convenienti (per l’India), ed ha pertanto gestito e frenato la riunione dei BRICS ed in immediata successione ha fatto del suo meglio per essere la voce del Sud del mondo come elemento caratterizzante e motivo della sua presidenza del G20: per il primo ministro Narendra Modi una doppia affermazione, nazionale ed internazionale ed una ipoteca su un suo ruolo nel tempo.
Modi ha sottolineato l’importanza del dialogo con le altre nazioni del Sud del mondo al fine di affrontare efficacemente i loro problemi, facendosi portavoce del fatto che la maggior parte del Sud del mondo non fosse rappresentata al tavolo del G20.
L’India ne è stata la voce e la proiezione in questa sede, dopo aver di fatto frenato (opportunamente?) l’allargamento del tavolo dei BRICSnel corso del 15^ vertice di Johannesburg, incontro del quale il Primo Ministro Modi ha però approfittato per affermare come il Sud del mondo non debba solo essere un termine diplomatico, ma la continuità, la storia condivisa di questi paesi contro il colonialismo, lo sfruttamento e l’apartheid, base sulla quale rimodellare le relazione.
Azione in due tempi, due pesi, due misure, senza scivolare nell’ambiguità, quasi un miracolo diplomatico, coronato dal successivo defilamento della Cina dal G20.
Per incoraggiare una crescita equa, l’India ha invitato l’Unione Africana (UA), che comprende tutte le cinquantacinque nazioni africane, ad aderire al G20 come membro ufficiale, in forma paritetica all’Unione Europea (UE).
Questa proposta ha trovato il sostegno del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, ed è stata venduta dal Primo Ministro Modi quale iniziativa concreta, primo passo di un nuovo percorso, per trasformare il G20 in un consesso più aperto al “resto del mondo”, una sede dove i “più poveri” possano avere voce, evidenziare i loro problemi, esporre eventuali soluzioni, e non essere solo gli eventuali beneficiari di misure altrove disposte.
L’India come voce del Sud del mondo
L’emergere dell’India come leader del Sud del mondo richiede un impegno attivo con la politica regionale all’interno delle nazioni in via di sviluppo.
L’India riconosce la diversità all’interno del Sud del mondo e adatta le sue politiche a diverse regioni e gruppi. Mira a colmare il divario Nord-Sud concentrandosi sui risultati pratici piuttosto che sulle battaglie ideologiche, allineandosi con le mutevoli dinamiche globali.
Le recenti e le nuove sfide dal Sud del mondo
La lunga parentesi pandemica, parentesi anche nella lenta crescita e delle ridotte speranze di molti paesi del sud, ha esacerbato le divisioni esistenti, lasciando molti paesi ad affrontare isolatamente nuove sfide, nonostante isolati progressi .
Non solo una stasi nelle speranze di crescita e di sviluppo, ma crisi quando i paesi sviluppati del Nord del mondo hanno imposto iniziative di transizione energetica con proibizioni, con modelli che sono ben lontani da speranze di crescita di molti paesi, lasciando le nazioni meno sviluppate a sopportare le conseguenze delle diverse interpretazioni dei cambiamenti climatici, interpretazioni spesso unilaterali più che cambi reali.
Non ci si deve pertanto meravigliare se il Sud del mondo è insofferente verso l’ambientalismo ipocrita dei paesi occidentali, ed in particolare della UE: vogliono puntare subito e soltanto sulle energie rinnovabili, e chiedono al Sud di fornirne i mezzi, di adeguarsi a modelli che non sono consoni alle sue aspirazioni, al modello sperato, mentre si trasuda ipocrisia e paesi avanzati (non è solo il caso eclatante della Svezia) cominciano a rinoscere che sarà impossibile per molto tempo fare a meno di energie fossili.
Non a caso la verde Germania è tornata al carbone ed è corsa compralo in Sudafrica quando non ha più potuto né sfruttare le proprie riserve né ricorrere alla Russia.
Comportamenti anomali, non esemplari, che contribuiscono alle ragioni per cui le classi dirigenti africane preferiscono o preferivano il pragmatismo della Cina: rinnovabili, si, ma non rinunciando né ai fossili né a centrali nucleari e a carbone, con disponibilità a fornirle e gestirle nel Sud del mondo (ex terzo mondo).
I conflitti, come la guerra Russia-Ucraina, con conseguenze geopolitiche durature se non permanenti, hanno subito avuto un impatto sul cibo, sull’energia e sulla stabilità finanziaria dei paesi meno sviluppati.
Il potere degli Stati Uniti negli affari globali, ma ancor più la credibilità degli Stati Uniti, sono stati messi in discussione, prima per errori intrinsechi della politica interna americana e poi per un’attenta e persistente azione capillare cinese, mentre, con o senza addebiti e attribuzioni che sono stati gli strumenti di una lotta ideologica, le disuguaglianze storiche persistono, ostacolando la convergenza globale.
Il potere e l’influenza della UE, spesso oscurati da venature di un passato coloniale di alcuni dei principali attori, sono risultati trascurabili nel complesso, e quasi sempre mirati a specifici obiettivi, puntuali e quasi sempre su basi bilaterali di singoli paesi appartenenti alla UE
La Belt and Road Initiative (BRI) cinese ha sollevato crescenti perplessità e domande sul suo vero intento e benefici (benefici mai condivisi).
La Cina, a lungo vista come un campione del Sud del mondo, ora affronta critiche per le sue azioni, in particolare attraverso la BRI quale strumento die evidenti politiche di “trappola del debito”.
Molte nazioni in Asia e Africa hanno sperimentato le ripercussioni di queste azioni, con infrastrutture critiche, fondamentali per lo sviluppo locale, passate brutalmente di mano, come il porto di Hambantota in Sri Lanka, il porto di Mombasa in Kenya e aree in Pakistan, Tagikistan e Kirghizistan.
Azioni brutali nei “paesi minori”, non distanti però dalla pervasiva occupazione e condizionamento di interi settori, dall’energia ai trasporti, in atre aree, come in America Latina, con Venezuela e Argentina in testa, ma anche nello stesso Brasile.
Qualche paese ne è stato consapevole, qualche regime ha taciuto e tace e ne ha approfittato per consolidarsi.
Ciò ha offuscato l’immagine globale della Cina; in particolare dopo una tradizionale affinità e una posizione di riferimento consolidata di questa potenza, tra africani si è aperto un vivace dibattito riguardo ai modelli di sviluppo orientali.
L’India è pertanto emersa come sostituto della Cina, più ancora che essersi prima proposta e poi imposta in tale ruolo.
Al contrario, l’India ha fermamente sostenuto la causa del Sud del mondo, un sostenitore affidabile che ha colpito richiamando i concetti di famiglia quando il suo ministro degli Esteri, Subrahmanyam Jaishankar, ha paragonato il Sud del mondo a un’unità familiare, con l’India che assume un ruolo centrale al suo interno, quello del buon padre di famiglia
L’impegno dell’India nei confronti del Sud del mondo è stato posto come obbiettivo inderogabile, sia di politica interna come di politica estera (un intelligente gioco della stessa materia su due fronti).
Se l’Africa è la componente nevralgica del Sud del Mondo, nessun paese come l’India, paese multietnico, può rappresentarne le istanze; mentre l’Occidente tende ad omologare, ad appiattire gli aspetti e soprattutto le problematiche e le aspettative di questo continente come se fosse una nazione (dimenticando che si tratta di un conglomerato di diversità la cui superficie è superiore a Stati Uniti, Cina e India messi insieme), solo l’india si pone come interprete di ciascuna delle 55 nazioni (e duemila etnie) che lo conformano, con la promessa e la condizione di prestare attenzione alle voci dei protagonisti africani, ai dibattiti che si svolgono tra loro. Gian Carlo Poddighe

Lascia un commento