La prima domanda riguarda la Germania, ex locomotiva di Europa: membro convinto se non paritetico dell’UE e partner atlantico, o calabrone svolazzante tra tutte le opportunità, in competizione con tutti e tutto?
Se ci pensiamo bene in questo la Germania non è molto diversa dalla Cina, solo è un paese un po’ più democratico e con alternanza (non frequente) di governi.
La Germania deve la sua crescita all’Occidente, che la difese incondizionatamente durante la Guerra Fredda, quando il confronto tra i blocchi era al suo apice con tutti i rischi connessi, la Germania deve all’Occidente, agli Usa prima che alla UE, la sua rinascita, la sua ripresa, la sua riunificazione.
Quanto è riconoscente di questo e solidale nelle nove crisi?
Dopo che con la Conferenza di Helsinki era iniziato un percorso mirato a legare la Russia a una comune architettura della sicurezza in Europa, con la “Caduta del Muro” la Germania, finalmente riunita e finalmente sicura in un mondo che pensava ad una pace irreversibile, pensò di gestire in prima persona questo obiettivo, e ancor di più di gestire in ogni modo l’unificazione europea.
Se Gorbaciov propose di costruire una casa comune europea, filosofia che Eltsin e il Putin degli inizi hanno seguito, il sogno cominciò a svanire quando si stabili un intreccio troppo stretto con la Germania, o meglio: certi filoni troppo contigui della politica tedesca; quando Putin si è sentito sicuro di questo legame preferenziale, ha considerato di avere un potere contrattuale, l’appoggio di una supposta leadership europea di fatto, è cambiato, prima alzando progressivamente la posta e poi radicalizzandosi.
L’errore più grande, indotto dalla Merkel, è stato quello di pensare di poter gestire Putin, con una forma irragionevole di politica estera, fatta di interessi molto particolari, fatta di interazioni più che di reciproche concessioni.
È stata costruita un’immagine, è stato stabilito un canale preferenziale basato sul reciproco profitto e non sull’equilibrio del sistema occidentale con la Russia, non è mai stata presa in considerazione una sorta di follia imperiale che si è impadronita di Putin e della sua visione dei “pesi”, degli equilibri o dei riconoscimenti da ristabilire, con una classe politica tedesca che proteggeva e si beneficiava di un rapporto privilegiato .
Aspetti che si ripropongono e ritroviamo anche nei rapporti con la Cina, una replica di Deutschland uber alles, i rapporti bilaterali prima che gli interessi comunitari e la solidità di alleanze .
Solo adesso il nuovo governo tedesco (quanto stabile e quanto uniforme in una precaria compagine?) afferma che verso la Cina l’Europa deve fare una politica parallela a quella degli Stati Uniti, improntata al contenimento, ovvero, come dice Macron, deve stare in mezzo e fare una propria politica comune verso Pechino.
L’Europa sta chiarendo la sua politica verso la Cina, secondo una filosofia di minimizzazione dei rischi, ma in effetti anche di ambiguità
È sufficiente per contare o porta ad isolarsi? Il ruolo della Cina nel mondo è cambiato.
Se ricordiamo la Cina che essenzialmente seguiva i propri interessi economici e cercava di ampliare la sua influenza nello spazio asiatico-orientale, è evidente che ora rivendica un ruolo che prima, con grande opportunismo, faceva finta di rifuggire.
Vuole più influenza sulla scena internazionale, in Medio Oriente come nei Brics, in Africa come in America Latina.
Tutto ciò mette in discussione la struttura internazionale esistente, gli interesse dell’Europa come gruppo non compatto, l’Onu, il Fmi, la Banca Mondiale e il Wto.
Si rischia una spaccatura tra l’Occidente e il Sud globale, che la Cina vorrebbe guidare e l’ India le contende.
A questo nuovo contesto dobbiamo avvicinarci senza titubanze, senza dualismi: se guardiamo ai nuovi BRICS, ci accorgiamo che i loro membri non hanno – tutti – la stessa visione del futuro.
Non sono collegati dalle stesse ambizioni, da comunanze di interessi e da affinità o tradizioni: li lega una distanza diversa dall’Occidente, che in termini di ambizioni e sviluppo rimane il modello da perseguire, il miraggio del benessere
Non si emigra né in Cina né in India, figuriamoci in Russia …
Non fanno paura i BRICS come aggregazione (inesistente), sono le motivazioni –demagogiche e populistiche in gran parte dei postulanti – che devono incutere riflessioni se non timori
Il compito immediato dell’Occidente (è il G20 l’ambito opportuno?) è di non considerare perduti i Paesi che sono entrati o vogliono entrare nei Brics, ma “intrattenerli” o acquisirli come partner, visto
che per la maggio parte di loro il modello è l’Occidente stesso: ve lo immaginate un argentino, che notoriamente è un italiano che parla spagnolo e si crede inglese, che abbia il sogno di trasferirsi in Cina per migliorare le sue condizioni di vita? Lo stesso vale per molte migrazioni asiatiche ed africane che sono il nostro problema quotidiano. GIAN CARLO PODDIGHE
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