Dopo aver valutato la contemporanea presenza in TV, su canali diversi, di Bersani e Schlein, con l’apoteosi mediatica e di ascolto del “vecchio PC”, mi sono “ritrovato tra le mani” un articolo, certamente uno dei siluri incrociati che attualmente scuotono il PD, ma è una chiave di lettura interessante
Una chiave di lettura che ci sposta dall’ Italia agli USA, al radical chic nostrano ed al molto elastico woke statunitense, di interpretazione opposta a seconda di chi lo usa. Una visone tutta DEM statunitense, che ben comprendono coloro che hanno vissuto negli USA od in America Latina negli ultimi decenni : sembra la replica dell’interventismo Carteriano che portò al disastro Venezuela o quello più recente che va da Obama alla lunga mano Soros.. La domanda di fondo, italiana, è comunque : DI CHI E’ IL PD? CHI RAPPRESENTA IL PD? Non certo la classe operaia che era la giusta stampella dell’equilibrio democratico. Siamo in piena guerra fredda, che si voglia riconoscerlo o meno, e le interferenze esterne, spesso incrociate , si sentono ormai pesantemente
Non c’è niente di peggio che sprecare le proprie potenzialità.
È questo il motivo per cui, se dovesse fallire, la parabola discendente di Elly Schlein rischierebbe di fare molto più male di quelle dei vari Zingaretti, Bersani, Epifani e Letta.
La leader arcobaleno non è solo giovane anagraficamente, come già Matteo Renzi, ma anche nelle battaglie proposte, che includono tutto ciò che è “pop” oggi: dalla lotta alla omotransfobia, fino alla giustizia climatica.
C’è un filo rosso, neanche troppo nascosto, che lega Schlein con l’ideologia squisitamente statunitense che vuole proseguire testardamente nella convinzione che la storia sia davvero finita, e che dunque l’unica cosa da fare sia quella di puntare tutto nella creazione di nuove possibilità per i propri cittadini, nuove libertà.
Ovviamente lasciando da parte beghe internazionali, posizionamenti negli scacchieri, e intrighi di potere.
Purtroppo per chi vorrebbe lasciarsi l’ineluttabilità dei giochi di forza in politica, essi continuano a dettare i tempi, e se tu non cominci a giocare, allora sarai oggetto di un gioco che non comprendi.
Si aprono così le polemiche dettate dall’indecisione.
È il caso di Paolo Ciani, neo-vice-presidente del gruppo democratico alla Camera nominato anche per fare uno sgarbo al Presidente della Regione Campania De Luca, che nel ruolo voleva suo figlio Piero.
Ciani è dichiaratamente contro l’invio di armi in Ucraina, elemento che si aggiunge alla spaccatura del Partito Democratico al Parlamento Europeo di qualche giorno fa: in quella circostanza otto eurodeputati Pd si erano espressi a favore, sei si sono astenuti, uno ha votato contro.
Nel frattempo Schlein si affretta a dire che la linea del partito non cambia, ma la sensazione è che manchi una leadership forte, proprio mentre i bonacciani cominciano a chiedere “più collegialità” nelle scelte da prendere.
Si diceva di Vincenzo De Luca, però.
Come scrive l’otto giugno Concita De Gregorio su La Stampa, sembra che lo scontro principale sia proprio con lui adesso.
Il vento del cambiamento ha portato la neo-leader a scendere in Campania per dire all’uomo forte del sud che no, non ci sarà un suo terzo mandato sostenuto dal Pd.
Da qui è cominciata la guerra aperta e il figlio Piero è solo il primo fra i caduti.
“Schlein è una radical chic senza chic” si sente dire da Napoli, e in attesa della risposta chi ha votato per il cambiamento a sinistra cade nuovamente nello sconforto, mentre il resto degli interessati già prende i popcorn.
È presto per dire se Elly Schlein sarà un bluff.
Ed è pur vero che la situazione di confusione nella quale versa il partito è responsabilità solo in minima parte sua: è da anni infatti che manca una solida proposta politica che non si limiti unicamente a specchiare atteggiamenti spregiudicati provenienti dall’altra parte della barricata.
Va detto tuttavia che pure lei ci sta mettendo del suo: la Schlein si pone in una posizione ambigua, a metà fra la necessità di ricompattare le truppe (facendo pace con il centro e con il medesimo establishment che le avrebbe preferito Bonaccini) e la volontà di far saltare il tavolo.
Perché la tentazione di giustificare la propria vita politica con la necessità di portare al grande pubblico temi divisivi è grande.
Ed è grande perché può funzionare.
Così sostiene Davide Arcidiacono in un articolo pubblicato sulle nostre colonne digitali.
Il Pd, purtroppo per il suo leader, non è un piccolo partito, ci sono interessi da far convergere e storie personali da rispettare, specialmente dal momento che i diritti sembrano essere al centro dell’agenda politica.
È questa contraddizione che sta portando la segretaria a cercare di compiere equilibrismi al limite del sovrumano.
In attesa del sostegno da oltreoceano, Elly Schlein è costretta a equilibrismi sovrumani per conciliare la propria vocazione radicale con le logiche di palazzo.
Nel frattempo è fondamentale non buttare il bambino con l’acqua sporca.
Il Partito Democratico non fa male ovunque, al contrario sembra che nei grandi centri abitati sia in grado di proporre amministrazioni solide, che convincono l’elettorato, nonostante l’indecisione che abita da tempo in via del Nazareno.
È il caso di Damiano Tommasi, ex calciatore convertitosi alla politica, che governa da un anno in una città come Verona.
E da poco è anche il caso di Giacomo Possamai, impostosi a soli trentatré anni come il sindaco più giovane della storia vicentina.
Dietro a questi successi c’è la mano di Giovanni Diamanti, figlio di Ilvo, co-fondatore di Quorum e Youtrend, oltre che stratega politico.
Lo abbiamo raggiunto per fargli qualche domanda, nel tentativo di capire se il “modello Vicenza” fosse replicabile anche a livello nazionale.
In altre parole, se i problemi di Roma possano essere risolti con le idee nate e sviluppatesi in Veneto.
«La realtà è che le partite amministrative e comunali spesso sono davvero solo partite amministrative e comunali. Quindi le dinamiche nazionali incidono, incidono sempre, ma possono essere comunque superate a livello di peso da logiche locali.
Alla fine quando votiamo un sindaco votiamo una persona che risolva i problemi della città più che una persona che ci rappresenti politicamente.
Parlare di politica nazionale quando ci si candida a fare il sindaco è, a mio avviso, un segnale di debolezza. A maggior ragione se si è un sindaco uscente»
«Il centrodestra sta puntando all’egemonia culturale. Ma un conto è provarci, un altro riuscirci»
«Il modello Vicenza non è un modello. A Vicenza ha vinto una campagna squisitamente vicentina, il che vuol dire che lo schema di alleanze non è replicabile. Un’alleanza che parte dalle liste civiche, e una coalizione che va dalla sinistra di coalizione civica, che comprende anche Verdi e sinistra italiana, fino a una lista che prende il nome dell’ex vicesindaco di Forza Italia»
Quindi se il partito dei sindaci rimane un’idea viva nella teoria piuttosto che nella pratica, ciò che serve al Pd è dunque una pacificazione interna.
Del resto Schlein ha cominciato da pochissimo, e questo le viene riconosciuto anche da chi non la sostiene apertamente.
Il prossimo traguardo è quello delle Europee del 2024, vero spartiacque potenziale fra una segreteria da coronare e una da cestinare.
Un banco di prova innanzitutto per le capacità affabulatorie e comunicative di Schlein, che in questo si sta facendo aiutare da una società americana, da tempo investita a tempo pieno nella costruzione della sua immagine.
Come ricordato in questi giorni da Luigi Bisignani, c’è Social Changes dietro alla leader democratica. Ovvero la stessa società che ha curato parte delle campagne di Barack Obama negli Stati Uniti.
Scrive Bisignani su Il Tempo del 4 giugno 2023, “Elly potrebbe resistere” all’attuale tempesta qualora Social Changes dovesse “alzare il tiro, sostenendola”, molto più di quanto non abbia fatto sinora.
Un salvagente lanciato da oltreoceano la cui affidabilità ha sinora consentito la sua nomina, ma per il consenso nazionalpopolare è tutta un’altra storia.
La medesima società, ricorda Annarita Digiorgio su Il riformista dell’otto giugno, ha già sostenuto con successo Nicola Fratoianni con una donazione da centodiecimila dollari durante l’ultima tornata elettorale.
Nessuno sa chi finanzi i finanziatori: ovvero da dove peschi i soldi Social Changes.
Dove vanno a finire, però, è sotto gli occhi di tutti.
È il gioco della politica italiana aggiornato agli anni Venti, “una partitocrazia senza più partiti”, solamente leader di scatole vuote e tanti finanziamenti privati, specie dopo che quelli pubblici sono stati banditi dall’ultima ondata di qualunquismo che ha sconquassato il Paese.
Luigi Tivelli, che di uomini al potere ne ha visti passare tanti, e che da quell’ultima ondata era stato messo alla berlina per via delle sue conoscenze, è stato raggiunto da Francesco Subiaco, che l’ha interrogato come si interroga un vecchio saggio per conoscere la direzione verso cui si muove il mondo.
Sono insegnamenti che farebbe bene ascoltare, non solo a chi si interessa della cosa pubblica, ma anche a chi, per merito o fortuna, si ritrova a doverla gestire.
«Il dilettantismo, prodotto dagli errori di ideologie scellerate come l’incompetenza al potere e “l’uno vale uno” hanno svilito e debilitato il ruolo della politica.
Oggi assistiamo al ritorno, finalmente di un governo politico, forte di una solida maggioranza confermata dal voto popolare, ma ciò non basta per risolvere i veri problemi della classe politica. Occorre ricostituire una sana classe politica capace di affrontare i problemi del presente e proiettarsi sulle sfide del futuro»
Oggi in Italia vige una partitocrazia senza più partiti»
“E per fare ciò occorre raggiungere tre obiettivi: rilanciare il senso della memoria storica senza cui né si può capire il presente né progettare il futuro; risanare il divorzio tra politica e cultura attraverso una formazione politica che sappia essere tecnica, culturale ed integrale; promuovere una cultura del merito capace di selezionare una classe politica preparata e capace”
GIAN CARLO PODDIGHE
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