Perché l’Indopacifico, perché la Cina?

Per poterne parlare vi segnalo un (mio) lungo articolo appena pubblicato, reperibile e scaricabile completo di foto al link:
https://www.difesaonline.it/geopolitica/analisi/il-dragone-ha-imparato-veramente-nuotare
E’ motivo di attualità la via della seta (in tutte le salse) è ancor più di attualità, e meno conosciuta la variante I2U2 (Israele India + USA UAE), mentre sono motivo di incomprensione e quindi di polemica le nostre missioni in IndoPacifico (termine compreso da pochi), che non solo di natura militare ma soprattutto di carattere economico, a cominciare da quello energetico, visto che noi, come altri paesi, siamo passati da uno stato di dipendenza a tentativi di partnership con paesi di grande potenziale energetico, per finire al fatto che la nostra sopravvivenza dipende dalla libertà dei mari, la nostra più di altri paesi europei, libertà di traffici su tutti i mari.
Noi giungiamo tra gli ultimi a questa consapevolezza e ben venga dunque – finalmente – una risposta, la proiezione su aree vitali per i nostri interessi.
L’analisi del problema non poteva che cominciare dalla verifica della nuova supremazia navale, quella cinese, ma più che al numero delle navi occorre guardare alla loro rispondenza (diversa dalla mera efficienza) alla strategia cinese, quella della geometria variabile .
I leader delle Marine dei paesi interessati all’ Indopacifico, e noi siamo tra questi (anche per avere credibilità e potere contrattuale in qualsiasi scenario globale, a cominciare da quello occidentale di cui siamo e dobbiamo essere parte attiva, non tanto e non solo per motivi ideologici ma di mera convenienza) nell’indopacifico, stanno prestando attenzione alla mutevole geometria delle operazioni della PLAN, e le recenti dislocazioni nonché quelle programmate ne sono la dimostrazione.
Indopacifico e non solo: la via della seta è stata (quanto mai opportuno parlarne al passato), l’espressione della proiezione navale cinese nell’era della globalizzazione.
Una proiezione con i porti quali anelli di una catena logistica che ricorda la politica britannica delle stazioni di carbonamento (poli commerciali ed industriali, basi navali solo potenziali nella maggior parte dei casi) quali strumento e leva del proprio potere navale imperiale; la deglobalizzazione ha intaccato questa strategia…
Si impone una nuova politica globale, che per l’occidente è quella della ricomposizione di alleanze a blocchi, che per la Cina si è rapidamente evoluta in quella della tunica di facilitatore garante della “pace” (pax cinese però), già con più di un tentativo come nel caso del Golfo, dell’Iran, delle ambizioni in Siria ed Ucraina per essere più presente in Europa e nel Mediterraneo.
Un facilitatore e garante della pace che “offre” (ma sottilmente “impone”) una propria presenza, soprattutto navale: una politica globale incipiente che si è però scontrata immediatamente con la ricomposizione delle alleanze e ha impattato l’emergente incrocio di alleanze gravitanti sull’India, il paese se non “avversario” certamente “naturale contrasto all’espansionismo cinese”…
Non c’è stato scontro, ma certamente una immediata reazione economico/strategica che con la discesa in campo dello schieramento I2U2 (ossia il sistema minilaterale tra India, Israele, Usa, UAE) non è un semplice pizzino, ma l’attivazione di una solida alternativa alla strategia di espansionismo cinese, che agisce sullo stesso piano e con le stesse forme dei cinesi stessi.
La Cina, con la sua Marina, la PLAN, ha bisogno di propaganda, di visibilità, di affermazione, ma non ha ancora la credibilità di prima marina globale.
La Cina dipende dal mare per il proprio sostentamento, dall’energia alle materie prime, alle necessità alimentari della popolazione compresa la razzia delle riserve ittiche (fenomeno che ci riguarda e ci tocca), alle proprie esportazioni, ma non è (ancora) una nazione marittima, non ha (ancora) il dominio del mare e non è ineluttabile che riesca ad ottenerlo.
La globalizzazione, come è stata interpretata, era per la Cina una transizione egemonica, intesa come fase senza ritorno; nella recente sovrapposizione di crisi (pandemica, energetica, bellica) non si è verificato il collasso del sistema occidentale né la radicale trasformazione per successivi adattamenti a vantaggio della Cina: la sicurezza energetica perseguita con la diversificazione delle fonti, la dipendenza e la debolezza delle catene logistiche, hanno evidenziato come la libertà dei mari e dei suoi traffici sia uno dei valori (e dei pilastri) del sistema occidentale, a cui non si può rinunciare. Si è ancora in tempo.
La difesa dei nostri valori (arrestando le velleità egemoniche cinesi e recuperando l’iniziativa) comincia dall’Indopacifico: la presenza di forze alleate – soprattutto in quell’area di massimo interesse (cinese) che è la fluidità tra indopacifico e mediterraneo allargato e comprende Golfo Persico e MENA – va vista anche come la risposta e l’adattamento occidentale alla strategia cinese della geometria variabile.
L’equilibrio del sistema è (ancora) l’obiettivo possibile, il dragone sa certamente nuotare ma non copre tutta la piscina con le sue fiamme e deve condividerne l’uso anche con ragazzini ed anziani.
Venerdi 19, alle ore 21, ci sarà un dibattito sul tema, via zoom, sul sito di Difesa on Line (per chi volesse approfondire, dopo aver letto questo articolo)

Gian Carlo Poddighe

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