In merito al diritto/dovere della Difesa e dei necessari impegni di risorse il nostro è un limite culturale, viziato dall’ideologia, piuttosto che un limite “tecnico” .
Dopo quasi ottant’anni da un guerra assurda, da una ripresa costosa ma felice e dopo quarant’anni che ci hanno illusi di essere irreversibilmente immuni dalla guerra, è molto difficile accettare il cambio di paradigma.
La pace non è dono divino né un’elargizione, né russa né cinese né statunitense, è qualcosa che dobbiamo difendere e conservare, prima da soli e meglio se con alleati.
Richiede consenso continuo, consapevolezza del suo valore, una sorta di plebiscito quotidiano (e relativa comunicazione, aggiornamento dei concetti, manutenzione non propaganda).
Colpisce il silenzio della politica, ma non deve stupire in quanto tale silenzio è frutto non di un calcolo, dell’educazione ma dell’ incapacità, dell’impreparazione dovuta alle ideologie, capaci solo di annebbiare le menti, partendo da opposti estremismi, persino con le bende sugli occhi degli striscioni arcobaleno.
Come se la crisi energetica non fosse già una guerra che ci riguarda da vicino e di cui siamo parte attiva, come se – al pari della guerra in Ucraina – si trattasse di parentesi che presto si chiuderanno e tutti torneremo più belli e sicuri di prima.
Una cosa, sacrosanta, è non eccitare isterismi. Altra è rimuovere la realtà.
L’equilibrio fra i due errori è, o dovrebbe essere, l’arte della politica.
Per fortuna le Forze armate italiane ragionano ancora su come convivere con la scomoda realtà per cui le guerre non le decidiamo più noi ma ci vengono imposte dal nemico – recenti casi di interventi decisi da altri, da quelli più vicini quali la Jugoslavia, la Libia , a quelli più lontani, Libano, Somalia, Iraq, Afghanistan, dove era comunque “giusto” esserci.
Per fortuna le Forze armate italiane ragionano già su dove essere e stare per difendere e conservare la pace, ma devono essere comprese come valore della nazione, non come accessorio o corpo estraneo, a cominciare da quando, senza troppa pubblicità, anzi senza la necessaria pubblicità ed assunzione di responsabilità, si cerca di rifornire con armi e munizioni adeguate i magazzini svuotati per aiutare la resistenza ucraina, passaggio che ci ha permesso di comprendere che non avevamo strumenti non sempre aggiornatissimi (e, brutalmente, di liberarcene, non sempre con bella figura).
Occorre ripensare la guerra, e al suo posto, prima di tutto nella nostra formazione, identità e formazione di cittadini e poi nella cultura politica europea contemporanea.
Non esiste più educazione civica, volontariato, servizio militare che avvicini e democratizzi abitanti di regioni diverse e soprattutto diversi strati sociali.
Eppure, la formazione, e non una cultura astratta dall’identità e dalla partecipazione, sarebbe il modo per non trovarsi di nuovo davanti all’emergenza o ad un sogno spezzato senza nessuna strategia per poter ricostruire il benessere su basi più solide e più universali.
Se c’è una cosa che gli ultimi eventi ci stanno insegnando è che non bisogna arrendersi mai, che la difesa della propria libertà ha un costo ma è la condizione/necessità da perseguire ogni sogno.
Non è solo una speranza, deve essere lo scopo, la consapevolezza delle “cose” ma anche degli ideali per cui vale la pena di vivere, per scoprire duramente che si tratta anche delle stesse per cui vale la pena di morire.
È facile parlare di popolo, qualcuno parla di cittadini, pochi parlano di nazione, e in questa confusione si può scegliere di vivere da servi su questa terra, ma una nazione esiste quando esiste la libertà, in quanto capace di autodeterminarsi, esiste finché tale comunità ha valori insiti e condivisi ed è capace di lottare per gli stessi, in primis per la libertà (non solo propria ma anche di chi solleva la mano in cerca di aiuto).
Se questo non avviene l’agglomerato di persone cessa di esistere come nazione, ed allora nemmeno coloro che se ne riempiono la bocca potrà parlare di popolo.
Qualcuno è convinto che coloro che vestono o hanno vestito la divisa, che si battono ancora per parlare di diritto/dovere della difesa non siano altro che dei guerrafondai, magari spostando il problema alla contrapposizione sinistra/destra/sinistra di un paese che dopo ottant’anni non ha ancora saputo porre fine ad una guerra civile devastante, corrosiva. guerra ancor più crudele che si è sovrapposta, spesso trasformata in faide locali e di potere, ad una guerra inutile ed estranea ai nostri interessi .
Nulla di più errato, non esistono guerrafondai tra coloro che veramente hanno servito e servono il paese, in divisa e non.
Sono coloro che conoscono le immense potenzialità distruttive dei moderni armamenti, sono coloro che consapevolmente sono i primi assertori della “PACE”.
Sono quelli capaci di mettersi in gioco, di mettere in campo le più avanzate competenze e conoscenze per assicurare il massimo della protezione dei cittadini e del Paese.
La situazione attuale, il sovrapporsi di crisi, le transizioni urlate ed imposte da minoranze devono insegnare che, se si vuol godere della pace, si deve essere sempre pronti a difendere la Libertà…, anche a costo dell’impopolarità
La “difesa”, termine onnicomprensivo per non parlare di militarismo ed evitare di parlare di Forze armate (magari con un po’ di ipocrisia) è la precondizione per la libertà e il benessere sociale.
Dopo alcuni decenni di “pace” troppi la considerano un diritto acquisito e troppi si sono abituati a darla per scontata:
Una sorta di diritto, nemmeno un dono divino, che è dovuto, non ha un prezzo di acquisto, anche se è stato un bene pagato a carissimo prezzo dalle generazioni precedenti e da qualcuno, in forma diversa di quelle ancora sulla breccia, dopo innumerevoli devastanti conflitti.…
Le generazioni che ci hanno trasmesso in dono la possibilità di preservare valori, tra cui l’identità, la propria cultura, le tradizioni.
Valori da difendere non con esibizionismi, non sotto i riflettori, ma con l’assunzione di responsabilità la parcellizzazione dell’impegno, in modo che ciascuno contribuisca nel possibile, retribuendo e trasmettendo il dono che abbiamo ricevuto, un dono che è fragile.
C’è forse una parola arcaica, che definisce tale impegno: è PATRIA
Da tempo non la sento più usare
Scrivo questo perché appartengo alla generazione “sandwich”, quella che ha appreso ed imparato da quelli che la guerra l’avevano combattuta e vissuta, che entusiasticamente pensavano al futuro e ci preparavano anche a combattere per difendere tale futuro, quella che aveva ben chiare ed ha vissuto veramente, spesso con ansia, le minacce che ci circondavano, consapevoli di non essere veramente preparati ad affrontarle.
La generazione “sandwich”, perché abbiamo ancora avuto modo di vedere le distruzioni della guerra appena passata e di avere la percezione di una guerra vicina, che ogni giorno ineluttabile.
Ineluttabile era la guerra, non la pace… eppure guardavamo al futuro, speravamo nella pace, ne conoscevamo il valore.
La differenza, se si tornasse alla “cultura della difesa” (e si può”), è che oggi si può essere preparati ad affrontare le minacce che ci circondano, e questo significa PACE Gian Carlo Poddighe
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