Rinnovabili: una dura realtà, un’illusione radicata (e radicale)

Liberarsi del petrolio non è possibile in questa società, che ha bisogno di energia, e non in piccola quantità, i paesi “avanzati” (che godono e vivono di energia) e nemmeno tutti, che si vorrebbe confrontare ed imporre le sue scelte al resto del mondo, i più (che non hanno abbastanza energia), che agogna l’energia per sopravvivere e forse per migliorare.

Il dato di fatto è che dopo tanti anni dalla prima grande crisi energetica, e altrettanti passati a discutere il problema, l’energia utilizzata nel mondo dipende ancora per l’80% dai combustibili fossili e solo per il restante 20% dalla legna da ardere, dall’uranio, dalle cadute d’acqua e dalle cosiddette energie alternative (sole, vento, geotermia, ecc.)

Anzi, per essere precisi, il mondo dipende sempre di più dai combustibili fossili.

La transizione è la bandiera del radicalismo e dell’ambientalismo militante (e non di quello raziocinante) ed è utile esaminare il problema con la stessa ottica, anche quello della “lotta al capitalismo”

L’incapacità del capitalismo di risolvere questo problema è evidente.

Il nostro capitalista però non si dà per vinto: assodato che l’unica fonte di energia veramente alternativa ai combustibili fossili, alle cadute d’acqua e all’uranio c’è, ed è quella che ci arriva dal Sole, salta lo steccato, cavalca la novità (che non è vera innovazione, come sarebbe al contrario l’efficienza) e propone lui stesso allo stato di incentivare la costruzione di campi eolici, fotovoltaici o a specchi ustori.

Ancora una volta l’ambientalismo radicale si comporta come il rentier che dovrebbe invece combattere: drena dalla società, tramite lo stato, capitali per stimolare la propria industria asfittica.

Vorrebbe coprire migliaia di ettari di terreno altrimenti dedicabile al verde ed all’agricoltura (di un mondo affamato e bisognoso di ossigeno, con le piante che catturano la CO2) con nuovi impianti e non sposta

di una virgola il problema energetico, dato che il loro “rendimento” è pesantemente condizionato più dagli incentivi in denaro (anticipato) che non dal ritorno in energia (dilazionato in decenni).

In realtà nel bilancio energetico bisogna tener conto anche dell’energia spesa nel ciclo completo di realizzazione degli impianti, e questi per adesso sono a basso rendimento, restituiscono l’energia necessaria per costruirli in tempi troppo lunghi per il capitale.

Ad oggi la maggior parte delle ricerche attuali sulle fonti rinnovabili concorda sul fatto che alcune realizzazioni, come i campi eolici o fotovoltaici, hanno un ritorno in termini energetici di 10 a 1 (producono nel loro ciclo di vita 10 volte l’energia che è stata dissipata per costruirli).

A prescindere dal fattore tempo e dagli effetti collaterali di tali scelte, sembra un dato soddisfacente, in grado di offrire almeno in parte uno sbocco alla fame di energia del capitalismo.

Ma non è così: l’energia solare è estremamente dispersa e per captarla non occorre solo tempo, bisogna anche attrezzare spazi enormi, mentre i combustibili fossili o nucleari permettono di concentrare in aree ridotte la produzione di una grande quantità di energia.

Una società che potesse prescindere dal tempo, dallo spazio e dal denaro (progetti a lunghissimo termine senza l’assillo della legge del valore) saprebbe come utilizzare, ad esempio, un impianto fotovoltaico che restituisca il 10% dell’energia captata e, in vent’anni, il 1.000% di quella necessaria alla sua fabbricazione.

Il rendimento economico può non corrispondere al rendimento energetico.

Fonti alternative che faticano a captare e restituire l’energia dispersa che ci arriva dal sole possono essere tecnicamente valide, ma economicamente assai poco appetibili in ambiente capitalistico.

Ad esempio, riferendoci ad una delle peggiori fonti di un recente passato, se il prezzo del petrolio salisse ancora, diventerebbe economicamente razionale estrarre energia dagli immensi giacimenti di sabbie bituminose del Canada anche se si sa benissimo che il bilancio energetico è penoso rispetto a quello di un impianto fotovoltaico.

Una notevole quota del combustibile ricavato dovrebbe infatti essere utilizzata per scavare migliaia di tonnellate di materiali, per pompare e scaldare l’enorme quantità d’acqua necessaria alla loro lavorazione, per trasportare e accumulare i residui, ecc.

Ma il combustibile ricavato sarebbe disponibile subito in quanto concentrato di energia, ed è questo che al capitale interessa, un po’ come succede con il saggio di profitto: man mano che il capitalismo matura, il “rendimento” del capitale decresce, ma ciò non ferma affatto i capitalisti, che aumentano la massa del profitto per compensare la caduta del tasso, passando ad esempio dal 10% su 1.000 al 5% su 3.000 di capitale anticipato.

Lo stesso ragionamento applicato agli scisti bituminosi riguarda le terre rare, fondamento della transizione energetica e degli strumenti delle energie alternative: occorrerebbe disporre ed utilizzare o una consistente disponibilità di combustibili fossili o – inverosimilmente date le ubicazioni dei giacimenti – di una notevole quota dell’energia ottenuta dalle rinnovabili per scavare milioni di tonnellate di materiali, per processarli (tutte operazioni altamente contaminanti), per trasportare e accumulare i residui, utilizzando e contaminando molte risorse idriche, ecc. per disporre di materiali neppure utilizzabili immediatamente e direttamente in termini energetici, ma destinati ad ulteriori lavorazioni energivore … con grande soddisfazione del capitalista che ha scelto l’investimento attualmente più redditizio (e speculativo),

Nessuno dei due bandi pensa ormai alla più semplice, logica ed economica delle soluzioni: l’efficientamento nell’uso dei combustibili fossili, certamente soluzione di transizione, ma beneficiosa

per TUTTA la popolazione mondiale: basta, per me, ricorrere ad una esperienza personale, un esempio da terzo mondo (che è comunque la maggioranza, a cui ci si deve dedicare)

Cinquant’anni or sono disponevo di un veicolo di 6000cc di cilindrata, che usava benzina (al piombo) a basso numeri di ottani, consumava un litro ogni 3-4 km di percorrenza: oggi più comodo e di migliori prestazioni impiego un veicolo (obbligatoriamente ibrido anche se non sarebbe la mia scelta) che usa benzina “verde” e consuma (a basse andature) un litro ogni 15-16 km di percorrenza.

Non un passo avanti ma un viadotto sopra un abisso in termini di efficienza, che sarebbe ancora maggiore se questi ignoranti legiferanti avessero studiato e compreso che in termini di emissioni totali (e dissoluzione dei contaminanti) la migliore scelta sarebbe un motore endotermico a metano oppure un turbo-diesel di ultimissima generazione.

L’ira e gli strali degli ambientalisti è verso la mobilità (endotermica) senza pensare che questa è la speranza spesso la salvezza e non solo l’aspirazione delle popolazioni in via di sviluppo e che la mobilità elettrica per quanto chic non è meno inquinante (nel complesso) di quella endotermica (efficiente e concentrata) e pertanto la scelta dovrebbe essere quella di innovare (termine di moda) sia sulla strada della migliore efficienza dell’esistente, ed alla portata di quasi tutti (funzione anche sociale e di aiuto allo sviluppo) , sia concentrando maggiori risorse verso la ricerca di forme sostenibili, oltre che meno inquinanti (quelle attualmente promosse, compreso l’idrogeno, non sono sostenibili né nel tempo né economicamente né come diffusione né come soluzione generale e definitiva)

Paradossalmente (da un punto di vista razionale, non dal punto di vista della logica capitalistica), le energie da fonti rinnovabili non potranno essere utilizzate su larga scala prima che la disponibilità dei combustibili fossili non si dimostri così problematica da incidere sul saggio generale del profitto molto più gravemente di quanto non succeda oggi.

Non si può neanche immaginare di risolvere un tale problema se persiste una società basata sui tassi d’incremento della produzione e quindi del capitale.

Questo è uno dei casi in cui il radicalismo facilita il trasformismo e la sopravvivenza di una forma tradizionale di produzione capitalistica (esempio auto elettrica, pannelli e pale eoliche) frenando vera ricerca e sviluppo dell’umanità, non solo scientifico e tecnico ma anche sociale.

Ne consegue che, se la sete d’energia è tale che bisogna comunque ricercare fonti alternative al petrolio, l’unico modo per potervi accedere è quello di attendere che i combustibili fossili raggiungano un prezzo tale da rendere “competitive” le altre fonti, ma non è detto che le fonti alternative siano poi quelle imposte a priori dai radical-ambientalisti.

A oggi è sin troppo facile prevedere che sarebbe l’aberrato nucleare a prevalere (e risponde ad ogni logica, economica tecnologica, di contaminazione ).

Altre vie non sono date, e naturalmente prescindiamo da quel che significherebbe nell’impulso odierno a riempire la terra di impianti per una potenza installata ridicola, al limite pari a quella fornita dagli impianti attuali.

Ma il collasso avverrà certamente molto prima. GCP

(scritto il 22 agosto 2022)


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