Riflessioni economiche, un po’ distanti dal gioco dei soldatini, che sembra prevalere tra pseudoanalisti, commentatori televisi e strateghi da tastiera (i leopard hanno oscurato le visioni ed annebbiato i cervelli): quanto può reggere la Russia, come sistema, e quanto può influire sulla stabilità politica oltre che economica? Scusate la trattazione di getto ed in diretta, con inevitabili errori di battitura, in merito a scontro bellico e guerra economica – gli effetti delle sanzioni sul gas russo
Il gas è stato per decenni uno dei maggiori proventi dell’ economia russa, certamente quello di maggior valore aggiunto, in particolare grazie alle esportazioni verso la UE ed al patto di ferro relativo al NorthStream, in pratica un monopolio verso il miglior mercato (dei gonzi).
Se qualcuno aveva dei dubbi sugli effetti delle sanzioni e del price cap, un primo sommario consuntivo delle esportazioni energetiche russe, limitandosi per il momento al gas, deve rassicurare sull’efficacia di tali misure, a breve termine (malgrado lo shock e le speculazioni iniziali) e soprattutto a lungo termine
Nel 2022, in seguito al conflitto Russia-Ucraina, si è scatenata guerra commerciale de facto tra UE e Russia, le esportazioni di gas di Gazprom verso l’Europa si sono fortemente contratte, di ben 90 miliardi di metri cubi in un solo anno, riduzione in volumi compensata inizialmente dall’abnorme crescita dei prezzi, ma sollevando interrogativi sulle prospettive nel breve termine.
Gli europei si sono affrettati, oltre ogni previsione, a cercare fonti alternative, ma per la Russia sorgono dubbi non solo sulla reale capacità di ricollocare la sua produzione di gas nel breve termine ma soprattutto su come, se non del tutto, la Russia può reindirizzare i volumi verso mercati alternativi.
La produzione di gas della Russia è certamente condizionata dalla domanda ma è comprimibile sino ad un certo punto, a fronte del calo complessivo delle esportazioni; Gazprom è risultata la più colpita, mentre le compagnie petrolifere russe e i produttori di gas indipendenti si sono affrettati a rispoleverare alcuni dei progetti a lungo accantonati e hanno effettivamente aumentato la produzione di gas nell’anno -sull’anno.
Ciò ha comportato il riemergere di una capacità produttiva di gas di riserva molto significativa per Gazprom, stimata in circa 117 miliardi di metri cubi per il 2022 su base annua.
Vale la pena notare che, sebbene questo importo rappresenti uno dei più alti da un decennio, è inferiore ai circa 150 miliardi di metri cubi di capacità produttiva inutilizzata che Gazprom aveva nel 2015 e nel 2016.
L’improvvisa (ed imprevista nei calcoli di Putin) chiusura del mercato europeo delle esportazioni di gas e un eccesso di la capacità produttiva inutilizzata rappresenta un problema significativo per Gazprom (e per il Cremlino), con minori ricavi dalle esportazioni di gas e l’insostenibile costo opportunità degli investimenti inattivi.
Gli strateghi russi del gas hanno tentato di mitigare il problema, a cominciare dalla trattativa per un nuovo contratto da 50 miliardi di m3/anno (bcma) con la Cina.
Il problema reale è come trasportare questi volumi, mancando le infrastrutture necessarie, mancando gli investitori per progetti faraonici di dubbia reddittività. (i grandi finanziatori, ad est, erano giapponesi e coreani, che ottemperando le sanzioni hanno ritirato il loro appoggio).
Sono state ipotizzate consegne dilazionate di gas attraverso il gasdotto Power of Siberia-2, ancora in fase progettuale, sono state fatte offerte all’ambigua Turchia, quale hub alternativo a quello del NorthStream, di rivendere il gas rub quale nuovo hub quasi-globale, sono state avviate trattative per scambi a termine di gas con il Kazakistan e l’Uzbekistan per avviare al più preso un flusoo di esportazioni verso la Cina.
Programmi che però sottraggono alla Russia il totale controllo delle forniture e dei flussi, come aveva con l’Europa.
La Russia non ha margini di tempo per le necessarie alternative, ed è dubbia anche una finestra minima di due, massimo tre anni, indispensabile per correggere le criticità e gli anelli deboli della sua strategia di esportazione del gas (compresa la realizzazione di nuove infrastrutture).
Su tutto incombe la minaccia di una netta riduzione dei ricavi da esportazione (e quindi anche delle risorse a garanzia dei nuovi investimenti), a maggior ragione dopo la imprevista caduta dei prezzi, che ha limitato il bilanciamento volumi/ prezzi che aveva caratterizzato – grazie anche alla speculazione – i primi mesi del conflitto.
Ciò potrebbe potenzialmente costringere la Russia a svalutare il rublo e anche ad aumentare i prezzi interni del gas per aumentare la base imponibile che diventerebbe quindi soggetta a un prelievo fiscale statale più elevato, riducendo in ultima analisi la stabilità macroeconomica della Russia e infrangendo lo storico contratto sociale sulla fornitura di gas al mercato interno.
Il risultato netto di tutto ciò è che la Russia ha perso più della metà del volume fisico delle sue vendite di gas all’Europa, dove i prezzi sono tornati ai livelli precedenti a febbraio. Questo potrebbe potenzialmente far perdere alla Russia 50 miliardi di dollari di affari annuali nel 2023.
Per quanto riguarda il petrolio, se quello degli Urali continuerà a essere scambiato con uno sconto del 30%-40% rispetto al Brent – e anche se il Brent dovesse costare attorno ai 75 dollari al barile –, la Russia potrebbe vedersi sottrarre altri 100 miliardi dai proventi delle esportazioni di petrolio. Potenzialmente, dunque, quest’anno la perdita totale sarebbe di 150 miliardi di dollari.
In generale, la riduzione dei proventi delle esportazioni di energia rallenterà anche la crescita del Pil reale della Russia, producendo un doppio colpo sul lato fiscale, dato che anche le entrate tramite tasse sono diminuite: un risultato complessivo disastroso dell’azzardo ucraino, un colpo durissimo (e forse irreversibile) per la stabilità macroeconomica russa, accelerando il malessere e il declino del Paese. Un effetto boomerang peggiore della stasi e dei costi del conflitto? Gian Carlo Poddighe
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