Ambientalismo e crisi

Le transizioni, e l’ideologia ambientalista, hanno drogato anche i rapporti USA – UE Quanto pesano nella crisi attuale?

C’era un’America First di Trump, osteggiata e c’è un’America first, strisciante, subdola e quasi accettata per opportunismo, che riguarda Biden

L’ultima versione è la fonte di un allarme tardivo, un argomento che comincia ad affiorare, anche sulla stampa quotidiana, ma non si tratta ancora dell’elemento perturbatore, la Germania.

L’America First di Trump era stata giocata dalla Merkel, per ritagliarsi un ruolo, economico e di potere, anche alle spalle della UE, mentre L’America First di Biden viene affrontata – male e tardivamente – da NATO e Paesi europei, ma rischia di essere sfruttata, per un piatto di lenticchie di bibliche memorie, da una Germania in realtà interessata a una primogenitura, ad un saldo posizionamento per la ricostruzione dell’Ucraina.

Nel quadro attuale, conflitto europeo e contrasto indopacifico, quali sono gli interessi guida, quelli che al momento prevalgono?

Quanto è “pura”, incondizionata è la solidarietà all’Ucraina e quanto è solida la reazione all’espansionismo cinese, che non riguarda solo l’Indopacifico?

la Nato contrasta, apparentemente compatta, l’aggressione russa dell’Ucraina, ma si evidenziano approcci diversi, soprattutto dal punto di vista della rispettiva politica economica: l’Europa sta appena cominciando a recepire — quasi a rate — le conseguenze della debolezza di Biden che, proprio per mascherare tale debolezza, vuole assurgere a leader, mentore della deglobalizzazione selvaggia, riorientare la sua industria verso lo sviluppo sostenibile ed evitare il sorpasso tecnologico della Cina dirigista.

Il tema di fondo è il reshoring: quale, dove, come, quanto (e con quali compensazioni e, soprattutto, benefici immediati)

Reshoring come generazione di lavoro, priorità di molti paesi, in primo luogo il nostro, la cui necessità ed opportunità superano il dibattito sugli incentivi

Biden ha lanciato, od ha lasciato fare dall’establishment, una politica industriale segnata da un ritorno sussidi e incentivi che solo gli USA si possono permettere, in contrasto con i principi del free trade.

Un’Europa autolesionista ed accecata da ideologie radicali, minoritarie, aggressive al punto di influire nelle decisioni, che nell’agosto 2022, meno di sei mesi or sono, in pieno confronto con l’URSS rinata (non errore, ma neo URSS, voluto come indicazione..) da una parte e dall’altra con la Cina nell’ Indopacifico, lodò entusiasticamente Biden quando il Congresso USA approvò l’IRA, la legge che destina ben 370 miliardi di dollari al sostegno della transizione energetica e allo sviluppo green tech. Veniva interpretato come il ritorno, o meglio l’agognata adesione dell’America alla battaglia contro i mutamenti climatici, dopo il disinteresse, se non le resistenze, di Trump.

Un quadro di entusiasmo e consensi che però viene rotto dal più “amerikano” dei leader europei, Macron, quando, in visita alla Casa Bianca, rompe le uova nel paniere scagliandosi contro quella stessa legge, definita «killer delle industrie europee».

Sulla stessa linea di azione va poi considerato anche il Chips Act, la legge che stanzia ulteriori 100 miliardi di dollari per contrastare la supremazia cinese sugli Usa nei semiconduttori e per sostenere la ricerca nei settori avanzati.

Indirizzi che hanno acceso i riflettori, che hanno suscitato timori sia in Europa che in Asia, allarmando alleati e semplici allineati degli Stati Uniti: certamente consenso su una nuova politica antiglobalizzazione selvaggia, sulla riduzione della dipendenza dalla Cina, sulla necessità di alternative alle attuali forniture (praticamente esclusive) di sensori e altri sistemi elettronici, ma queste misure non avrebbero dovuto e non devono penalizzare le imprese europee, giapponesi (né taiwanesi né indiane)

Misure che minano anche tradizionali e non immediatamente sostituibili rapporti di licenza, fornitura e collaborazione industriale e commerciale, per quanto criticabili siano, esasperate dal divieto di esportare tecnologie di punta verso Pechino (quale definizione per le tecnologie di punta? Quale

reciprocità?), che rischiano di colpire senza compensazioni l’industria europea, ma soprattutto quella tedesca, rendendola più riluttante che mai ad una vera politica “di schieramento incondizionale”.

Cosa sta succedendo?

Stiamo di fatto tornando al protezionismo, l’amministrazione (affaristica) di Biden sta attuando quella che Trump minacciava ma trattava, comunque una risposta brutale condotta da dentro l’ “amministrazione”, la burocrazia, competenza non più solo minacce e velleità, con l’impiego di strumenti adeguati, e per questo più efficaci.

L’Europa, stordita e compiaciuta dalla supposta risposta ambientalista e dalla COP 26, ha tardato a rendersi conto che l’America stava passando dal suo tradizionale ruolo di fautrice del free trade e della globalizzazione a quello di potenza che decide di cambiare le regole, di combattere gli effetti perversi della globalizzazione, la ormai nota strategia della Cina, dove lo Stato pianifica e sostiene lo sviluppo tecnologico

Gli USA soli, senza coordinamento ma neppure condizionamenti, per la battaglia hanno scelto il campo della politica industriale con un piano destinato a mobilitare quasi 500 miliardi di dollari di sovvenzioni.

Che fare? La stampa quotidiana ha già affrontato questo aspetto, come notizia e non come frutto di una strategia: la UE, come evidenziato da autorevoli economisti, ha tre possibilità: andare allo scontro denunciando gli Usa davanti al WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, visto che è vietato sussidiare solo imprese locali; rispondere con sovvenzioni altrettanto consistenti come sembra voler fare la Germania e come ha semplicemente ma tempestivamente ha ipotizzato l’Italia, il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti; negoziare con Washington chiedendo che le imprese degli alleati dell’America non vengano penalizzate da questa nuova politica industriale, comunque una posizione difficile, subordinata e limitata caso per caso (tipico: le auto elettriche).

Impensabile in questo quadro ricorrere al WTO, tra l’altro in piena crisi operativa e di credibilità; rimane praticabile solo la via di un cambiamento di rotta di Bruxelles con l’apertura a grandi programmi europei di sussidi tecnologici e industriali, prima ancora che solamente ambientali.

Ma come farlo ? : vincoli o sparpagliati, come citava De Filippo nelle sue commedie, perché di commedia si tratta?

Lo spettro, probabilità più che ipotesi concreta, è una frantumazione della politica comune della UE coi partner che vanno ognuno per la propria strada; la battaglia si ridurrebbe all’entità dei sostegni che ogni Paese può mettere in campo e dove chi, come l’Italia, ha spazi di bilancio molto limitati, rischia di essere svantaggiato.

Gli spazi di manovra sono limitati, e girano un’altra volta intorno agli interessi del paese egemone e all’ambientalismo ed alla transizione, con visioni ed interpretazioni molto dissimili, dall’auto elettrica alle forniture energetiche.

Gli obiettivi sono diversi, e le mete distanti tra loro: l’amministrazione Biden punta sulla necessità di «rinnovare, rivitalizzare e presidiare» il primato economico e tecnologico Usa, con qualche apertura ad Europa, Giappone e Corea a seguire la stessa strada Usa di una politica industriale fatta di incentivi, magari in un quadro di coordinamento (e di qualche interessata mancia, near-shoring friendly reshoring).

Quando è sbagliata una politica industriale fatta di incentivi, mirata al rehoringed (riposizionamento), a rinnovata capacità ed autonomia delle industrie europee: non è stata questa la chiave del miracolo economico del secondo dopoguerra, il tessuto su cui è stata fondata la UE?

Non tutti sono d’accordo… e la Germania, al contrario del secondo dopoguerra, non è più un soggetto passivo… Gian Carlo Poddighe

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