Tra tutte le esternazioni di nostri “corrispondenti ad hoc”, commentatori a distanza o frettolosamente inviati sul posto, quando il Sudamerica bisogna invece conoscerlo da dentro (il sincretismo magico di Garcia Marquez..) si distingue Katy Watson, corrispondente della Bbc a Sao Paulo, che sottolinea come non si tratti solo di una protesta per la sconfitta elettorale di Bolsonaro, del resto già archiviata nel relativamente lungo passaggio tra elezioni ed assunzione dell’incarico:
“Molti sostenitori con cui ho parlato negli ultimi mesi hanno detto che lui è meno rilevante di quanto fosse. I manifestanti più radicali vogliono soprattutto che Lula torni in carcere, non che sia al palazzo presidenziale”.
Non è solo il reportage attuale, della Watson, è vita vissuta, la foto degli ultimi 25 anni:
Lula fece benissimo nel suo primo mandato, una sorta di governo di concertazione nazionale, malissimo nel suo secondo mandato come propulsore e protettore continentale del radicalismo e dell’autoritarismo,con un’occupazione ossessiva del potere e deriva verso la corruzione come strumento di potere, nazionale continentale.
Il caso Odebrecht che travolse tutta l’America latina, e non solo, dimostra quali erano gli strumenti di questa proiezione : un “processo” che ebbe il suo apice con gli eccessi e portò all’impeachment del suo successore, Dilma Roussef da lui designata e sponsorizzata.
C’è paura per il ritorno a quel quadro, e ce ne sono le premesse per come Lula ha iniziato il suo terzo mandato
Lula non è più il simbolo della democrazia dei lavoratori come era stato nel suo primo dato, è il simbolo del potere che corrompe (ma gli europei sono legati ai miti, da Che Guevara in poi, passando per Castro, Allende e Chavez…)
Lula è stato liberato dal carcere, dove scontava una pena per corruzione che ne inibiva anche i diritti civili, ed ha potuto candidarsi grazie ad un’artifizio, una “compiacenza” di una giustizia (locale) non certo indipendente
C’è paura per il radicalismo, la visione (erronea ?) che Lula sia un radicale, considerato che ha iniziato un mandato di vendette più che di rivendicazioni, che sta alimentando l’ira.
Jair Bolsonaro è stato un fenomeno di incapacità, di oscillanti superficialità, incapace, nel suo mandato, di canalizzare la coscienza popolare, di preparare una forma di concertazione, ma comunque ha raccolto, per quanto impopolare il 50% dei voti, soprattutto del Brasile che conta, che produce
Non è solo il simbolo, odierno e sfruttato opportunamente di questa ira […] alcuni sostengono che Bolsonaro è irrilevante:
Lula, cosciente di questa ira e dell’opposizione montante ha lasciato fare, ha scientemente evitato di essere a Brasilia e di verificare le misure di ordine pubblico
Queste manifestazioni sono state utili a Lula, e saranno sfruttate per rafforzare un terzo e criticabilissimo mandato di Lula come polo del radicalismo e dell’accentramento del potere sudamericano.
Tutti dimenticano che l’esercito in Brasile è “legalista” (solo esercito, perché le altre FFAA sono irrilevanti, numericamente e politicamente) e lo ha dimostrato non schierandosi con Bolsonaro nè prima nè durante, nè adesso
La stessa corrispondente BBC spiega che il Brasile è un Paese dove il governo militare è ancora molto accettato da una parte della popolazione: “Allora, sebbene in molti sensi sembra uscito dal manuale di strategia di Trump, ci sono profonde radici brasiliane in tutto questo, e un ritorno alla paura di un “contesto già vissuto”, di cui i paesi vicini sono specchio
L’accostamento a quanto avviene in Perù è totalmente sbagliato, anche se l’elezione di Lula, alla lontana, potrebbe nel suo momento aver indotto l’ex presidente Castillo ad aver una sponda più vicina e più importante de semidittatore Messicano e del suo sodale Evo Morales, in vero attore delle rivolte della regione di Puno, dove le distinzioni tra i due paesi sono irrilevanti
Gian Carlo Poddighe
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