Come dibattito e soprattutto come contributi, metto al corrente di un tema di interesse generale da approfondire e sviluppare.
La crisi energetica e la sovrapposta crisi bellica hanno spostato la soluzione del composito problema energetico (diversificazione dell’approvvigionamento, sicurezza ed autonomia) dalla terra al mare, ossia da sistemi rigidi vincolanti e ricattabili, quali gasdotti, a sistemi flessibili e di maggiore controllo dell’utente quali i trasporti marittimi.
Il mare riguarda in effetti anche sistemi rigidi, quali condotte e reti sottomarine, e trasporti marittimi veri e propri che a loro volta condizionano anche la forma in cui l’energia può essere prodotta e più facilmente essere trasferita,
Il mare condiziona pertanto le scelte relative ai vettori energetici più opportuni
L’opzione dell’idrogeno non è solo tecnica ed asettica, politicamente corretta ed ideologicamente approvata, ma rientra nelle fattibilità e capacità del trasporto marittimo, o via mare (nel nostro paese in particolare è difficile pensare alla produzione massiccia di idrogeno verde, di cui saremo sempre dipendenti dall’estero).
L’eventuale scelta dell’idrogeno deve prendere pertanto in considerazione il dominio delle tecnologie, la capacità di applicarle e gestirle ovunque, le possibilità e capacità di trasporto marittimo o di trasporto attraverso il mare (nonché tutti i costi di tale filiera, diretti ed associati).
Sopra e sotto il mare: pertanto infrastrutture, ma anche verifiche, protezione, difesa, impegni onerosi che ricadono su varie espressioni e competenze dello Stato, che ricadono e gravano anche sulla Marina Militare e per i quali occorrono nuove risorse, dal personale alla preparazione ed alla valutazione di opportunità e minacce, sino a – probabilmente- nuova unità e mezzi specializzati.
Scelte a grappolo che non possono essere improvvisate né ideologiche e frettolose, ma il risultato di una strategia che ne affronti e valuti tutti gli aspetti .Oggi l’ideologia sta deviando l’opinione pubblica: vengono presentate soluzione tanto miracolose quanto irrealizzabili, come fattibilità e costi; abbiamo bisogno di soluzioni economiche e vicine se non immediate e ci troviamo di fronte, in tutti i settori energetici, ad affabulatori che manipolano la crisi energetica attuale, spesso come se dovessero proporre, al commerciante od al padre di famiglia che non sa come pagare le bollette, il dilemma se comprare come auto ecologica una Ferrari o una Porche.
L’idrogeno fa ormai parte delle mode, e delle dichiarazioni avventate: forse è una speranza (bisogna vedere con quale priorità e su quali base), può essere una sfida ma non è certamente ancora una soluzione per la tanto manipolata transizione energetica e non è il toccasana per accelerarla.
L’auspicio di avere, entro il 2050, un’Europa “net-zero” (e quindi con un’impronta di carbonio netta pari a zero, eliminando del tutto le emissioni di CO2) e con “una qualità dell’aria migliore”, si accompagna a sensibili impatti sotto il profilo economico, non sempre tenuti in considerazione.
In una sorta di furia ambientalenergetica si scartano soluzioni “mature”, dalle applicazioni del gas, GNL incluso, immediate ed a portata dell’esistente (e del “portafoglio”), sino al nucleare, in particolare di ultima generazione, tacciato tra l’altro ed in ultima istanza di “tempi lunghi”, mentre si spinge per l’idrogeno, costoso, i cui tempi sono almeno pari e comunque lunghi per le tecnologie di
processo lungo tutta la filiera, compreso il trasporto, tutte da definire.
L’idrogeno è teoricamente un’ottima soluzione in quanto vettore energetico in grado di veicolare l’energia da una forma ad un’altra (a prescindere dai rendimenti), e può essere prodotto dall’energia rinnovabile in eccesso e immagazzinato in grandi quantità per lungo tempo senza decadimenti, come ad esempio nel caso delle batterie. Una delle sfide fondamentali da vincere, affinché diventi uno dei vettori protagonisti della transizione
energetica, è però la gestione dell’immagazzinamento, trasporto e distribuzione dell’idrogeno stesso,
considerato che è anche pericoloso: una delle caratteristiche dell’idrogeno è l’infiammabilità; reagisce infatti con tutti gli agenti ossidanti: ossigeno, cloro, protossido d’azoto etc., ed in tutti i casi le reazioni sono accompagnate da un elevato sviluppo di calore.
Occorre quindi fare molta attenzione, perché in presenza di una fonte di innesco le reazioni possono diventare esplosive, criticità che richiedono soluzioni ingegneristiche sofisticate e l’adozione di rigorose condizioni di sicurezza per garantirne un uso sicuro, ergo non può essere un prodotto di uso
generale e diffuso da parte di utenti finali.
Ai critici dell’alternativa nucleare (che verrà trattata in altra sede, lasciando da parte il gas, quale combustibile di uso comune) va ricordato che se rischio esiste, nel caso del nucleare è concentrato
nella sola generazione (il reattore, in mano a specialisti) mentre nel caso dell’idrogeno è presente e
diffuso su tutta la filiera ed il suo impiego finale non può essere trattato alla stregua di altri combustibili, come nel caso troppo e troppo superficialmente citato dell’autotrazione.
L’idrogeno è abbondante in natura ma non si trova libero, puro; appena è libero, subito trova un altro elemento differente cui aggrapparsi e con cui formare una molecola.
Libero, l’idrogeno è una rarità, e c’è un solo modo per ottenere idrogeno: staccarlo dalle molecole in cui è combinato: per farlo serve energia, ma deve essere tanta, economica, non altrimenti utilizzabile.
Un produzione massiccia di idrogeno ha ostacoli di tempo (quello per raggiungere la maturità tecnologica su tutta la filiera e -forse-la sicurezza sufficiente), ma anche, e va detto chiaramente,
implicazioni politiche, quasi premessa di una sorta di nuovo ordine mondiale, di nicchia se non totale, che potrebbe definirsi di neocolonialismo.
Un nuovo colonialismo, seppur ammantato come politicamente corretto e fonte di sviluppo, ma sempre colonialismo, che ricorda molto la catena del carbone e delle stazioni di carbonamento di perduta memoria.
Un neocolonialismo economico/finanziario, una nuova dipendenza dei “paesi oggetto” (molti di quelli che definiamo sottosviluppati).
n parallelo interessante: se la Cina fa neocolonialismo con la “via della seta” e lo strumento del debito, la UE (e non tutto l’Occidente) vorrebbe farlo con la transizione energetica … due pesi e due misure?
Tralasciando, ai fini di queste analisi, le infinite contese tra gli stessi ambientalisti sui “tipi” di idrogeno, le sue origini e le sfaccettature di colore che lo definiscono, ci si limita alla più “ambita”,
l’idrogeno verde, definito in tal modo per la produzione mediante processi con emissioni di CO2 molto basse, con l’ulteriore variante dello slogan di un ministro italiano che sosteneva come l’idrogeno ottenuto con il sole fosse più verde di quello ottenuto con il vento.
Qualunque ne sia l’origine uno dei problemi maggiori legati all’idrogeno verde riguarda i costi di produzione, o meglio ancora il costo degli elettrolizzatori e delle altre componenti di impianto, e quindi il costo dell’energia elettrica rinnovabile che li alimenta.
L’eventuale produzione di idrogeno verde quale contributo (contributo e non soluzione) per raggiungere l’ancora fantomatico obiettivo zero emissioni del 2050 richiede (all’Europa) enormi investimenti in conto capitale in “paesi terzi”, per produzioni destinate prevalentemente se non totalmente all’esportazione.
Un caso atipico è quello dell’Australia che avendone le condizioni, al pari di altre risorse energetiche eccedenti i consumi interni, sta puntando ad una produzione massiccia destinata all’esportazione, in particolare al Giappone, ma ancora senza aver risolto il problema del trasporto (ovviamente solo marittimo).
Un bel rompicapo con troppe e poco maneggevoli incognite per una sorta di moderno “project financing”.
La prima domanda è se gli attuali progetti sono “autosostenibili” senza garanzie ed interventi esterni ed indipendentemente dai condizionamenti della politica interna dei paesi ospitanti.
Con quali altri progetti e possibilità di finanziamento si devono confrontare, anche limitandosi al solo settore “green” e di transizione energetica (ed ambientale)?
Si può condurre l’esercizio ipotizzando la fattibilità/sostenibilità di un progetto di produzione di idrogeno destinato all’esportazione su scala mondiale: assumiamo come parametri del prodotto la generazione di 1 GW di energia solare destinata a produrre idrogeno verde da convertirsi a sua volta
in 250.000 T/anno di ammoniaca verde per l’esportazione verso l’utente finale; costo stimato 2 miliardi di dollari, da investire in conto capitale e crediti nel paese X , probabilmente, nel migliore
dei casi, un paese “in via di sviluppo”, molto spesso in aree instabili se non di crisi, e quindi con un “rischio politico” (e pertanto monetario/finanziario) non trascurabile.
Ammoniaca verde quale forma più facile di trasferimento, non certo quale soluzione di maggior rendimento energetico: vettore in quanto fissatore dell’idrogeno gassoso, perché ciascuno dei suoi atomi di azoto si lega a tre atomi di idrogeno e pertanto, anche se a su volta pericolosa, l’ammoniaca
è un liquido facilmente trasportabile e stabile a temperature e pressioni atmosferiche.
Transizione energetica, pertanto, ma non ottimizzazione energetica: l’ammoniaca come tale non è un buon combustile e, va stigmatizzato, riconvertire l’ammoniaca esportata in idrogeno per acciaierie
o veicoli a celle a combustibile richiede molta energia.
Finanziatori e investitori guarderanno sia ai precedenti del paese (stabilità, credibilità, PIL e debito estero) sia, ancora più facile, immediato e stringente, valuteranno l’incipiente progetto dell’idrogeno verde rispetto a progetti di tecnologia consolidata, se non matura, che possono portare gli stessi
benefici, magari a meno rischio ed in tempi minori: certamente il confronto sarà con il GNL e l’eolico, offshore o inshore, comunque progetti su larga scala e tecnicamente complessi, il primo maturo il secondo incipiente.
La prima immediata considerazione, se con constatazione, è che il GNL è un prodotto comunque destinato all’esportazione ed è una garanzia tangibile e medibile, mentre l’eolico è prodotto generalmente se non prioritariamente domestico; il GNL è economico su base autonoma (progetto economicamente autosostenibile) mentre sia l’eolico offshore che l’idrogeno verde richiedono forme di intervento e sostegno pubblico (del “governo sede” in primo luogo) immediato e per molti anni a venire e non si può ipotizzare un ritorno superiore al loro costo di capitale (mentre il project financing deve essere attraente per la remunerazione del capitale investito ed i tempi di immobilizzazione).
Come analisi ed esercizio stiamo ipotizzando possibilità di project financing, quindi legati al prodotto, alla sua collocazione certa, ad un prezzo remunerativo: il GNL spunta prezzi noti, legati a borse delle materie prime, mentre nulla è certo per l’idrogeno, per il quale è più probabile che venga negoziato a
un prezzo fisso, simile all’eolico offshore, almeno sino a tutti i prossimi anni ’30.
Si potrebbe prendere in considerazione l’indicizzazione del prezzo dell’idrogeno verde collegato ai combustibili fossili concorrenti, ma dato che l’idrogeno verde è destinato a contribuire alla graduale eliminazione di questi prodotti, questa soluzione sembra inappropriata, poiché introduce rischi esogeni e comporterebbe un aumento dei costi.
La struttura commerciale del business dell’idrogeno verde dovrebbe quindi mutuare esperienze, e rimanendo nell’innovazione inevitabilmente i precedenti dell’eolico offshore, in particolare in relazione al prezzo, ma anche dal GNL ove rilevante, fondamentalmente i contratti take-or-pay.
Le questioni chiave che dovranno essere affrontate per rendere bancabile un progetto di esportazione di idrogeno verde sono i rischi politici, di prelievo e di completamento (oltre che di buona esecuzione) del progetto.
Dato che il progetto dipenderà per la sua fattibilità dal sostegno del governo del paese importatore in termini sia di mercato che di prezzo, i finanziatori dovranno prima di tutto essere in grado di assicurarsi che la legislazione sia tutelante, solida e duratura.
La sicurezza giuridica su due fronti, paese utente e fondamentale finanziatore (di fatto “soggetto” dell’operazione), e paese produttore (di fatto “oggetto” dell’operazione).
Il prodotto, l’idrogeno, è allo stesso garanzia e strumento di scambio, ma quali le modalità di acquisto? libero mercato? prezzi concordati? come quando e quanto nel quadro delle normative (UE per quanto ci riguarda)?
Se l’acquisto comporta gare d’appalto per l’importazione di idrogeno verde si attiveranno molte offerte di fornitura e il raggiungimento del prezzo minore e del costo di consegna più basso sarà fondamentale, ma per il successo di un project financing la remunerazione del capitale e quindi un prezzo compatibile è condizione essenziale.
Un circolo vizioso, visto che solo un finanziamento efficiente può dare un importante contributo alla minimizzazione dei costi, e quindi un accettabile costo della transizione energetica e della sostituzione dei carburanti …
Si può oggi dire che la politica opportunista e la spinta mediatica incentiva una buona parte dei gruppi finanziari e molti investitori, istituzionali e non, a investire in progetti di transizione energetica, ovviamente e subordinatamente al rispetto dei requisiti di bancabilità (che si tratteggiano a parte) ed il tutto lascia sperare che in tal caso possa esserci liquidità adeguata a finanziare il processo
dell’idrogeno, della taglia ipotizzata come di scala maggiore.
Fondamentale per ottenere il minor costo del capitale, e di conseguenza il minor costo dell’idrogeno, sarà massimizzare il livello di indebitamento per tutta la durata del progetto, ed il modo migliore per farlo è ottenere il rapporto debito iniziale/capitale (DER) più alto possibile e ridurre al minimo il tasso al quale il debito deve essere rimborsato (e qui si pone il tema dell’impiego di garanzie e risorse pubbliche, non solo “paese oggetto” ma anche paese utente, e pertanto soggetto).
L’intervento sul rapporto debito iniziale/capitale (DER) può essere fatto o garantendo un debito a lungo termine (scadenza ventennale?) e/o assicurando che il debito possa essere rifinanziato una o più volte durante lo sviluppo del progetto e la vita del programma.
Certamente su progetti di questa natura i finanziatori saranno alquanto prudenti nelle prime transazioni (soprattutto se non vengono offerte serie garanzie di completamento, che vanno carico dell’utente finale e dell’impiantista che quasi inevitabilmente né sarà espressione) e potrebbero offrire condizioni più favorevoli man mano che si consolidi una certa familiarità con il settore.
Certamente i progetti, anche in funzione del mix soggetto/oggetto potranno godere ed avere qualche possibilità di scelta tra diverse fonti di finanziamento prestatori per ottimizzare il proprio debito.
I prestatori agevolati, tipicamente di riferimento/proprietà del paese utente/importatore, possono essere disposti a offrire scadenze lunghe a tassi agevolati, mentre le agenzie di credito all’esportazione possono offrire sia la mitigazione del rischio politico del paese ospitante, se necessario, sia scadenze
lunghe per promuovere in compensazione esportazioni dal loro paese d’origine.
Il debito delle banche commerciali o dei project bond può contribuire a creare concorrenza e fornire l’equilibrio del fabbisogno finanziario. I promotori di qualsiasi progetto, quali investitori iniziali, dovrebbero anche considerare la cessione di una quota del loro capitale, a premio, a investitori con una minore propensione al rischio/rendimento (come i fondi infrastrutturali) nel momento in cui il progetto viene materialmente definito ed il processo, anche nell’ intera filiera, presenta segni di maturità/affidabilità, minimizzando in tal modo i rischi.
Tale passaggio ha il duplice vantaggio di aumentare il rendimento del capitale proprio e di consentire di riciclare più rapidamente il capitale in nuovi progetti.
Guardando al futuro, sulla base dello sviluppo del GNL e dei settori rinnovabili, non si può prevedere che l’idrogeno verde possa diventare commercialmente appetibile senza sostegni governativi e/o comunitari, nella migliore delle ipotesi fino alla fine degli anni ’30 né diventerà una merce scambiata
a livello globale fino a qualche decennio o più dopo.
Assumendo l’assenza di interventi sul mercato, quanto sopra comporterebbe un aumento del costo dell’idrogeno a causa dell’aumento del costo del capitale a seguito della maggiore esposizione al rischio.
Questo anche nel caso che alcuni mercati regionali (come nel particolare caso dell’Australia), con bassi costi locali o indicizzazione dell’idrogeno all’elettricità, potrebbero indurre una certa accelerazione ai programmi, ma sempre in un quadro generale di tempi lunghi.
Cosa si può desumere da questi passaggi preliminari: che l’idrogeno è ancora e certamente un problema tecnico, di tecnologia non matura nella produzione, rischiosa nel maneggio, nel trasporto e nell’utenza, ma soprattutto presenta incognite non apprezzabili (e quindi inaccettabili ancor più costose) che lo rendono proponibile e fattibile solo con pesanti investimenti e immobilizzazioni
pubblici: è questa la priorità? è questa la migliore utilizzazione e la risposta più veloce per le risorse pubbliche, in un quadro di acuta crisi energetica e di urgenze?
È questa la migliore risposta a una transizione comunque necessaria e con tempi ridotti?
Se pensiamo alla crisi energetica attuale, spesso è come presentare al commerciante che non sa come pagare le bollette, il dilemma se comprare come auto ecologica una Ferrari o una Porche.
Nessuna soluzione può essere unica e definitiva, la transizione energetica deve essere sostenibile e mirata alla diversificazione ed all’autonomia dei paesi industrializzati, nel minor tempo ed al minor costo possibile, e l’idrogeno al momento non sembra soddisfare questi requisiti.
La transizione energetica sarà graduale e avverrà nell’ arco di alcuni decenni, e sarà un parto difficile e doloroso: alcune soluzioni sono a portata di mano, quale il gas nelle sue varie forme, comunque un miglioramento rispetto ai fossili “tradizionali”: si tratta già di un passaggio costoso e difficile, che
non esclude di trovare un equilibrio con altre fonti né di rinunciare a sperimentazione e innovazione, ma non si può fare né un salto nel buio né buttare via il bambino (oggi il gas, già domani il nucleare) insieme all’acqua sporca, e l’acqua sporca può riguardare anche tanti miraggi (o speculazioni)
spacciati come innovazione e soluzione. Gian Carlo Poddighe
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