Dalla Cop27 forse arriva un accordo

Sono ore decisive alla conferenza Onu sul clima, in Egitto. Il vertice – che avrebbe dovuto chiudersi ieri e ha rischiato il fallimento per le profonde divisioni tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri – ora va avanti ma è ancora in stallo, dopo una lunga notte di negoziati tra i delegati dei quasi 200 Paesi presenti.

Sembrerebbe che sia stato trovato l’accordo su uno dei punti più importanti, il fondo per le perdite e i danni causati dal cambiamento climatico. Ma in mattinata l’Ue aveva addirittura minacciato di ritirarsi e di lasciare il tavolo denunciando che non si riuscisse neppure a mantenere gli obiettivi fissati dagli accordi precedenti.

Ora, almeno a sentire fonti europee, è stato raggiunto l’accordo sul ‘nodo’ sul quale hanno ruotato buona parte delle discussioni delle due settimane, ovvero i risarcimenti da dare ai Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico. È stata anche diffusa una bozza di testo che pero’ deve ancora essere approvata nella sessione finale e che comunque desta ancora molte perplessità.

Il punto chiave che irrita in particolare l’Ue sembra essere la mancanza di indicazioni ai Paesi perchè aggiornino i loro piani nazionali di riduzione delle emissioni. Al vertice Cop26 dello scorso anno a Glasgow, si erano impegnati a farlo ogni anno, ma il testo attuale non lo richiede; inoltre non c’è alcun appello per l’eliminazione graduale di tutti i combustibili fossili.

Le organizzazioni ambientaliste sono anche insoddisfatte per quanto riguarda l’impegno alla ‘mitigazionè, ovvero gli sforzi per aumentare i tagli le enmissioni. “Non vogliamo che 1,5 gradi muoia qui oggi”, ha detto a un certo punto il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans: evocava il rischio che potesse non essere mantenuto l’obiettivo dell’accordo di Parigi del 2015, ovvero mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai tempi preindustriali, e idealmente a 1,5 gradi. “È meglio non avere un risultato che averne uno cattivo”, ha aggiunto, minacciando il ritiro dell’Ue.

Anche Canada, Nuova Zelanda e Norvegia hanno tutti affermato che non sarebbero scesi a compromessi sull’obiettivo di limitare il riscaldamento alla soglia chiave di 1,5 gradi, il grado di riscaldamento che, secondo gli scienziati, è il limite oltre il quale sarà la distruzione del pianeta.

Per quanto riguarda il cosiddetto fondo ‘loss and damage’, è stata la questione che ha tenuto divisi i diversi blocchi per l’intera Cop27. Da tempo i Paesi più colpiti dalla crisi climatica (che sono anche paradossalmente quelli che inquinano meno) chiedono di creare un nuovo fondo per aiutarli a pagare i danni.

Il ‘nodo’ principale ora non riguarda più se creare o meno il fondo, ma con quali criteri si decide chi dà e chi riceve i soldi. Un gruppo di Paesi, tra i quali la presidenza egiziana, vuole basarsi su una classificazione del 1992, che includerebbe Cina, Kuwait e Qatar come “Paesi in via di sviluppo”; mentre il blocco europeo insiste sulla necessità di una classificazione aggiornata, basata cioè sulla situazione economica attuale e non quella di 30 anni fa

L’Ue – affiancata anche dagli Stati Uniti – insiste affinché la gamma di donatori del fondo ‘sinistri e danni’ sia aperta a tutte economie con la capacità finanziaria di contribuire a tale strumento, ovvero anche la Cina, attualmente il Paese che è il più grande emettitore di gas a effetto serra, e l’Arabia Saudita. Ma Pechino e Riad, nonostante la sostanziale crescita degli ultimi 30 anni, puntano i piedi.

Resta anche il tema di chi potrebbe beneficiare degli aiuti: la parola “vulnerabilità” è stata fondamentale in questi negoziati, perché l’Ue si vuole impegnare a finanziare il fondo solo per danni nei Paesi più vulnerabili, una categoria da definire sulla base di due criteri: il Pil pro capite del Paese e la misura in cui risente dei fenomeni legati alla crisi climatica. La posizione opposta – riflessa nei testi finora presentati dalla presidenza egiziana- propone come destinatari della compensazione climatica tutti quelli considerati “in via di sviluppo” nell’Allegato I della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, ovvero anche Cina, Arabia Saudita Arabia, Qatar e Kuwait.

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