La sequenza è ormai chiara: invasione, legittimazione (popolare), annessione. È lo schema che la Russia di Vladimir Putin aveva già utilizzato nel 2014 per la Crimea, e che oggi vuole ripetere con i territori ucraini occupati, sostenendo dei referendum popolari per l’annessione dei territori di Kherson, di Zaporizhia, Donetsk e Lugansk. Con i referendum, il cui risultato appare scontato, Mosca potrà così riconoscere come Stati indipendenti, dopo Donetsk e Lugansk, anche gli altri due, potendo così sottoporle alla dottrina militare russa.
L’iniziativa russa sembra quasi una sorta di contrappasso, considerato che proprio l’Ucraina, nel 1991, dopo aver proclamato l’indipendenza, sancì la sua definitiva uscita dall’orbita sovietica con un referendum/plebiscito che ottenne quasi il 93 per cento di voti favorevoli. Il referendum ucraino seguiva peraltro quello russo sull’Unione Sovietica riformata (in sostanza una federazione di repubbliche indipendenti con un comune presidente oltre a funzioni di rilievo, per esempio quelle militari, centralizzate) votato, nel marzo 1991, da oltre il 76 per cento, nonostante il boicottaggio dei Paesi baltici, dell’Armenia, della Georgia e della Moldavia).
E quando si parla di referendum farlocchi, la memoria corre immediatamente a quello promosso nel 1938 dalla Germania hitleriana per l’annessione dell’Austria, con il quale Adolf Hitler voleva suggellare, a posteriori, l’unione dell’Austria con la Germania realizzata de facto tra il 12 e il 13 marzo, quando il Reich aveva proclamato – peraltro in spregio a ogni convenzione e a ogni dettato diplomatico – l’annessione (Anschluss) della nazione austriaca, invadendo il Paese che diventava, a tutti gli effetti, una provincia tedesca. Allora chi scimmiotta Adolf? Giorgia o Putin?
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