Sempre nell’ottica di seguire il percorso di quelle potenze e medio potenze che si raggruppano in vario modo, Cina Russia ed India, è opportuno prestare attenzione all’appena concluso vertice di Samarcanda, che doveva essere un rilancio della SCO Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.
Prima di analizzare alcuni aspetti di quanto è emerso da questa riunione della SCO, principalmente un chiarimento tra Cina e Russia ed un riassestamento di posizioni e potere relativo, si può trarre una conclusione: l’interesse della Cina di Xi è guidare un rimescolamento dell’ordine internazionale, resistere al tentativo di accerchiamento da parte degli Stati Uniti, ma non è pronta a farlo in mare: malgrado gli sforzi non è né un Paese marittimo né (ancora?) una potenza marittima.
Da parte sua la Russia, in difficoltà se non perdente in terra deve dimostrare di essere ancora forte (certamente una delusione dopo che a febbraio Putin si era troppo spinto con Xi a magnificare quella che sarebbe stata la sua “operazione speciale”, una versione trionfalistica della propria forza militare e delle proprie capacità di rivincita sul teatro europeo), e deve cercare di dimostrare di contare, in mare, e questa è probabilmente la ragione dello show nel Mediterraneo dopo i rovesci in Mar Nero
La Cina intende contrastare anche con la «Shanghai Cooperation Organization» le varie alleanze asiatiche tessute da Joe Biden, tutte di “valenza” marittima.
La Russia serve a questa strategia geopolitica cinese, e questo può spiegare l’accanimento russo: se la Russia riuscisse a vincere in Ucraina (ma avrebbe dovuto vincere bene e subito), la Cina potrebbe contare su un alleato forte, e questo avrebbe dato potere contrattuale a Putin: se la Russia dovesse perdere, diventerebbeun vassallo della Cina, sempre utile al contrasto antioccidentale, utile ma privo di potere contrattuale.
Indipendentemente dalle premesse e dagli esiti della guerra in Ucraina, Pechino non può accettare che la Russia si dedichi a riconquistare l’antica egemonia dell’URSS nella regione euroasiatica e questo può spiegare l’azione diplomatica di Xi, che si può riassumere in pochi punti, come rilevabile dagli stessi comunicati ufficiali cinesi:
- Rilanciare le Vie della Seta in termini più “terrestri” di contiguità territoriale: nella visione originale le vie della seta sono sfociate in un pantano per via della pandemia e dei problemi di debito internazionale che affliggono sia la stessa Cina sia i numerosi Paesi coinvolti nel megaprogetto cinese, nei confronti dei quali – per suoi problemi interni – la Cina non può al momento applicare la strategia, del debito, lo strozzinaggio, che aveva caratterizzato le sue azioni.
- Xi intende anche rassicurare ed attrarre quattro repubbliche ex sovietiche (Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Tajikistan) non solo con l’originale dialogo sulla sicurezza incentrato sul contrasto al terrorismo e al separatismo ma oggi in termini economici.
- Il potenziale economico della Sco che abbraccia il 41 per cento della popolazione mondiale e il 24% del Pil globale. Nolo la piena incorporazione dell’Iran ma l’attenzione e la sensibilizzazione di Paesi “utili”, dalla Turchia all’Arabia Saudita, quali membri osservatori. Per Putin un passaggio che può aiutare la Russia a sfuggire all’isolamento sanzionato dall’Occidente, anche se questo può significare ad una forma di abdicazione all’organizzazione cara a Xi.
La Russia di Putin ha avuto tutto l’interesse a soffiare sulla conflittualità estendo le proprie aspirazioni e difficoltà estendendo l’inevitabile discussione sulla guerra in Ucraina alla situazione a Taiwan e su altre «questioni regionali e internazionali», con l’obiettivo di mostrare una «alternativa» al mondo occidentale.
Le operazioni in Ucraina vanno male e Putin ha bisogno di appoggio, e non deve essere rimasto molto soddisfatto delle interpretazioni cinese della «collaborazione senza limiti» promessa lo scorso febbraio da Xi.
Pechino ha dimostrato che non fa niente per niente: a Samarcanda di è discusso molto di gas; certamente Pechino ha accresciuto del 60% la sua domanda di gas russo e si calcola che comperi il 20% della produzione petrolifera di Mosca, ma a prezzi scontati e non remunerativi come quelli dell’Occidente.
Cina continuerà ad evitare ogni coinvolgimento nella guerra della Russia, soprattutto ora che la Russia è in difficoltà sul campo. Il sostegno diplomatico e politico offerto dalla Cina non è né sarà di aiuto reale, malgrado il balzo degli acquisti di forniture energetiche, ma se si dovesse prevedere una sconfitta, politica se non militare, di Putin occorre ricordare l’assioma che «non ci sono eterni alleati, né nemici perpetui, sono eterni e perpetui solo gli interessi nazionali della Cina».
Pechino con la SCO spera attrarre il mondo dei non allineati, pur sapendo che si tratta di un’accozzaglia disomogenea: ne fanno parte fieri avversari fra loro, dall’ India che ha un’accesa rivalità con la stessa Cina, ai contrasti tra India e Pakistan. I primi obbiettivi di attrazione sono l’isolata Mongolia, da coinvolgere per i futuri progetti energetici di comune interesse cino-russo, e il gigantesco Kazakistan, che, come dimensioni e quale fornitore energetico, comincia ad avere peso e relazioni internazionali proprie ed autonome, malgrado il suo inserimento nella CSTO, l’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva a guida russa.
Xi è intenzionato a sfruttare il peso, l’immagine, le pur ridotte risorse e la stessa collocazione geografica per rilanciare rapidamente l le vie della seta, Putin, per quanto in difficoltà, è deciso a non mollare un centimetro d’influenza nel suo giardino centrasiatico. (ambedue si sorridono reciprocamente ma su quest’area hli interessi non sembrerebbero del tutto coincidenti.
La dimostrazione di un indebolimento dell’influenza russa in Asia centrale accelera la penetrazione cinese, grazie a quegli investimenti in infrastrutture (Belt and Road o Nuove Vie della Seta) che l’Occidente non tenta neppure di contrastare con una sua proposta alternativa.
Xi e Putin continuano a fare fronte unito contro l’Occidente; tuttavia, i segnali di tensione aumentano ed emergono le «preoccupazioni cinesi» sulla guerra in Ucraina, che però l’equilibrio potrebbe essere cambiato, con segnali di tensione: nei resoconti ufficiali del summit in Uzbekistan il leader cinese non ha mai citato la guerra in Ucraina, pur in un quadro dove Pechino estorce forniture energetiche a buon mercato da Mosca («i cinesi sono dei negoziatori duri», ammette Putin)
Forniture e vantaggi economici non compensano le difficoltà di una congiuntura mondiale che penalizza la Repubblica Popolare Cinese.
Xi vede un ordine internazionale da abbattere in quanto dominato dall’America e considera l’Occidente come una civiltà in declino irreversibile, ed in questa linea non abbandona né può abbandonare la narrazione di Putin per cui la guerra in Ucraina è colpa della Nato.
Accettando questa visione, Xi ha minato peraltro tanto il suo rapporto con gli Stati Uniti (che rimangono un suo grande fornitore energetico) quanto con l’Unione europea: le ultime sanzioni di Bruxelles sugli abusi contro i diritti umani sono un ulteriore segnale.
Il gelo con l’Occidente è uno dei tanti venti contrari che Xi deve affrontare, insieme con un’economia in difficoltà e gli alti costi della sua rigida e spesso assurda politica sul Covid.
Il presidente cinese è peraltro convinto che la sua ostilità verso l’Occidente non avrà ripercussioni gravi perché tale sistema è incapace in realtà di liberarsi dalla dipendenza nei confronti del “made in China”.
Una certezza che riceve un parziale supporto dai dati: Xi trae conferma che l’ Occidente non possa fare a meno di lui, qualunque affronto lui infligga, e punta su una scommessa geopolitica che riguarda diversi scenari : la prospettiva di vittoria di Putin in Ucraina era lo strumento più favorevole per accelerare il ridimensionamento dell’Occidente, ma anche la situazione attuale ha comunque
«distratto» verso l’Europa risorse militari e attenzione strategica degli Stati Uniti, mentre anche le difficoltà se non una parziale sconfitta di Putin condannano una Russia impoverita al ruolo di colonia cinese. Putin e Xi scommettono, ognuno nel proprio ruolo, sul declino irreversibile dell’Occidente: tocca all’ occidente, e più alla UE che agli USA, dimostrare che si tratta di un calcolo sbagliato. Gian Carlo Poddighe
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