(Parlare a suocera perché nuora intenda)
Una convinzione radicata tra gli addetti ai lavori e sempre contrastata, sia – ovviamente – dagli ambientalisti che da altri settori sempre attenti alla ricerca di facili consensi, è sempre stata quella delle interferenze esterne sulla nostra poliyica nazionale, in particolare quella energetica.
Una posizione, e convinzioni osteggiata con indignazione, dalla politica alla Chiesa cattolica compresa, massime beneficiarie dei consensi, persino dai media che – anche per titoli e pubblicità – non hanno mai dato voce e spazio a quello che era un “segreto” gridato, evidente anche per deduzione a fronte di costosissime mobilitazioni e campagne di opinione.
I tedeschi hanno sollevato per primi il velo, da noi – visti gli attori in gioco e le complicità, non ultimi gli accordi elettorali – appare ancora difficile che si faccia mai chiarezza, neppure da parte del COPASIR.
In pieno sovrapporsi di crisi ed emergenze in merito all’energia, ed in gran parte al gas, ci si comincia a rendere conto che gran parte delle scarsità di cui soffriamo non deriva da carenze «fisiche», ma è provocate da scelte politiche sbagliate ed immediatamente c’è da chiedersi quanto ad arte, e nel caso perché e da chi.
Le ingerenze esterne non sono incubi di complottisti, giustificazioni dei perdenti, ma si evidenziano sempre più come strumenti di strategia globale, in questo caso energetico- finanziaria.
Una riflessione particolare deve riguardare il gas naturale: tutti i paesi europei, più o meno, contano con risorse proprie, più o meno grandi, più o meno accessibili, ed anche il gas lo abbiamo in casa, tedeschi inclusi
C’è da chiedersi perché non lo usiamo e ricorriamo ad acquisti fuori della porta di casa, indipendentemente dal fatto di essere anche diventati vittime dei ricatti di Putin.
C’è da chiedersi chi si avvantaggia, all’interno come fuori della porta di casa, e quali impulsi generino queste scelte e quali aiuti le consolidino: certamente nel caso del gas è stato fomentato ogni genere di paure irrazionali da parte di fanatici ambientalisti nostrani, e c’è da chiedersi chi li aiutati e come: le evidenze ci dicono che la Russia di Putin e dei suoi sodali, non solo russi, ha dato più di un sostegno, non solo «aiutini».
Negli ultimi decenni l’ambientalismo è stato tollerato essenzialmente come rifugio, quasi innocuo, di radical chic ed agnostici; negli anni è diventato un utilissimo contenitore di voti di scontenti e populisti sempre più ambiti da una politica sempre più decadente e priva di consensi.
Il mondo scientifico al riguardo non ha fatto la sua parte, da un lato con sprezzo e disattenzione di un mondo non ideologicamente condizionato, che non voleva “sporcarsi le mani” ed essere coinvolto in pregiudizievoli diatribe, dall’altro previlegiando per motivi ideologici e di schieramento anche tesi viziate se non assurde.
È facile parlare, apertamente e su basi concrete, di disaffezione dalla politica e dalla partecipazione democratica e di populismo pilotato, ma allora anche un certo ambientalismo ascientifico, con la massima espressione dei nimby, deve essere considerato nel quadro.
Nel momento in cui l’Unione europea ha (o meglio avrebbe) raggiunto un accordo sul razionamento (tagli – teorici – sino al 15% dei consumi) del gas in caso di emergenza, è utile mettere a fuoco il fenomeno parlando del paradosso tedesco.
È facile ed utile farlo, ma quanto siamo distanti? È forse la politica di “parlare a nuora perché suocera intenda”?
Il dibattito è ampio e profondo in molti paesi europei, mentre in Italia non appare come tema di dibattito elettorale, forse per la trasversalità del fenomeno e delle responsabilità.
Un fuoco che cova sotto le ceneri da tempo, quello del consenso e del falso consenso, delle ingerenze straniere nei momenti di crisi, dalla propaganda mascherata ai finanziamenti illegali, alle stesse accuse di interventi non solo nelle campagne elettorali ma sugli scrutini del voto, in particolare nei casi e modalità di voto elettronico.
Un fuoco latente che periodicamente ha generato fiammelle più che fiamme, subito spente da coperture e compiacenze, che spesso fanno pensare a ricatti incrociati che coinvolgono anche i media e le relative proprietà o finanziamenti.
Sull’energia, in Italia, c’è una lunga tradizione di assordante silenzio, soprattutto di aggressivo silenziamento della logica e dei dissenzienti, e dopo sporadici interventi negli anni c’era stato un minimo ritorno di fiamma, a marzo 2022, con scarsi riverberi; era solo la conseguenza delle fiamme che altrove si sono alzate con vigore, sia per l’intervento di due grandi testate straniere, Die Welt in Germania, scatenato forse da una resa di conti interna, e The Economist, settimanale che basa la sua inchiesta su una notevole massa di dati, che hanno generato una reazione a catena nei paesi colpiti.
Cominciando dallo slogan, «Germans have been living in a dream», The Economist ha messo in luce come la Germania, pur senza arrivare alla ricchezza di gas naturale della vicina Olanda, possieda comunque giacimenti di gas tutto rispetto, gli stessi che ancora all’inizio di questo millennio fornivano in media 20 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, a soddisfazione di un quarto della domanda nazionale.
Casualmente numeri e percentuali ed arco temporale che combaciano con aspetti della situazione e della politica italiana, e relative vicende … (sarà un caso, ma come diceva qualcuno a pensare male …)
Gli studi geologici dicono che le riserve gassifere nel sottosuolo tedesco contengono ancora almeno 800 miliardi di metri cubi, che non vengono “coltivati” mentre la produzione nell’ultimo ventennio è volutamente crollata, scendendo a quota 5 miliardi di metri cubi annui, cioè un decimo delle importazioni dalla Russia.
La Germania, insomma, si è messa in questa situazione di estrema dipendenza e ricattabilità da parte di Putin pur senza esservi costretta.
Sappiamo ormai se non tutto molto, certamente la sfrontatezza, dello spregiudicato ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder assunto da Gazprom in continuità del suo mandato, ma forse il caso non è isolato, neppure in Italia oltre che in altri paesi, con procedure, allettamenti ed incarichi che, al suo momento, furono stigmatizzati da Prodi, come ex Presidente U.E.
La Germania come snodo e come influencer di tutta la UE, sulla quale agire per il determinante (ed eccessivo) peso che stava assumendo nella UE: come Schroeder, tanti altri politici tedeschi, importanti ed in posizioni chiave, anche se meno famosi, si sono lasciati corrompere dal denaro russo e sono diventati lobbisti al servizio di Mosca, attivandosi per consolidare i legami di dipendenza.
Ma c’è un altro lato di questa storia, che coinvolge l’ambientalismo al servizio della Russia.
Una ragione per cui il gas tedesco, pur abbondante, non viene usato, è che per estrarlo bisogna fare ricorso alla tecnica detta hydraulic fracturing, metodo adottato dal 1947 negli Stati Uniti dove viene ampiamente utilizzato, che consiste nell’iniettare nel sottosuolo acqua in pressione mista con sabbia e qualche dose di solventi chimici.
Da molti anni l’opinione pubblica tedesca è stata martellata e convinta che il fracking, l’altra più semplice denominazione di hydraulic fracturing, sia pericoloso e dannoso per l’ambiente.
Si tratta di una paura irrazionale e antiscientifica, smentita da tutte le ricerche.
Il fracking venne adottato a lungo nella stessa Germania, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e non ha mai provocato un solo incidente con danni significativi all’ambiente.
Si tratta di un’induzione gratuita degli ambientalisti, una manipolazione di dati e realtà che ha portato persino ad opporsi alla commercializzazione ed all’importazione di GNL dagli USA in quanto prodotto con sistemi nocivi all’ambiente…
È evidente la strumentalizzazione che fa leva sulla supposta adesione a dettami scientifici a tutela dell’ambiente, ma solo quando la scienza non contraddice le pulsioni ideologiche, le convinzioni dogmatiche, soprattutto quando aiuta a diffondere ed amplificare angosce apocalittiche.
La mobilitazione contro questa tecnica di estrazione del gas ha avuto un apice quando nel 2008 (quindi in piena prima crisi ucraina ed acquisto allarme per la diversificazione delle fonti) la multinazionale americana Exxon propose di usare il fracking in un progetto di estrazione nella Germania occidentale.
I Verdi, opportunamente mobilitati, si misero alla guida delle proteste dando modo nel 2017 alla cancelliera Angela Merkel di mettere fuori legge il fracking, cancellando definitivamente una opportunità per il paese trincerandosi dietro la pressione sociale.
Per maggior sicurezza della spinta occulta e per rafforzare il consenso i Verdi non furono lasciati soli in quella campagna; nel diffondere allarmismo sui danni del fracking si distinse Russia Today, il canale televisivo di Mosca che da decenni è uno degli strumenti della propaganda russa in Occidente.
Russia Today diede spazio a reportage senza basi scientifiche, che attribuivano al fracking danni mostruosi: radiazioni, malformazioni alla nascita, problemi ormonali, scorie tossiche, avvelenamento dei pesci.
Lo stesso Putin in persona si schierò in prima linea, intervenendo in una conferenza internazionale per descrivere le (presunte) devastazioni del fracking.
The Economist cita il caso di un autorevole geologo tedesco, Hans-Joachim Kümpel, già Direttore del Consiglio superiore delle geo-scienze presso il governo di Berlino: «Alla fine rinunciammo a spiegare che il fracking è del tutto sicuro. I cittadini, che non avevano alcuna nozione di geologia, sentivano raccontare solo storie dell’orrore».
Sentivano raccontare storie apocalittiche e le accettavano, come l’accettano ancora, e questa forse spiega – in parte – l’inazione e la presa di distanza del mondo scientifico ed accademico.
Putin ha ottenuto quel che voleva non solo con la complicità ben remunerata di Schroeder e non solo con la collusione antiscientifica dei Verdi.
Oggi il governo Scholz, a cui partecipano i Verdi, è stato costretto a varare un impopolare piano di razionamenti dell’energia elettrica per l’autunno-inverno, con chiusure a rotazione delle fabbriche, mentre il gas tedesco è sempre lì: ampiamente disponibile sotto il suolo nazionale. I produttori tedeschi affermano che con l’uso di nuove tecnologie per il fracking, ancora più sicure, pulite e sostenibili che in passato, potrebbero contribuire a fronteggiare l’emergenza energetica raddoppiando l’estrazione in meno di due anni, tagliando importazioni dalla Russia per un valore di 15 miliardi di euro all’anno.
Quali saranno le nuove motivazioni e campagne contro? Sarà possibile, almeno nella situazione attuale in cui i Verdi di governo hanno dovuto prendere pragmaticamente decisioni per l’economia, dal nucleare al carbone?
Non sarà che in tale contesto i trafilamenti di dati ed intrecci siano il risultato di una resa dei conti tra verdi governisti e verdi ideologicamente schierati su posizioni di intransigenza?
Parliamo di Germania, ma le distanza dall’Italia, riflettendo un poco, non sono abissali, e la disinvoltura tedesca non ha nulla da invidiare da alcune situazioni nostrane: anche il martellamento, in modalità, contenuti ed induzione di timori, ha molte similitudini, continuità evidente, con le campagne che hanno portato alle proibizioni in Italia, cominciando dal blocco di attività in alto Adriatico per estendersi alla Puglia ed a tutte le altre aree di esplorazione e di estrazione italiane.
Le fiamme non si sono estinte, e dopo quasi quattro mesi stanno emergendo altri dettagli, e prove sul come GAZPROM abbia raggiunto quasi la posizione di monopolista nella fornitura energetica tanto in Germania quanto in altri paesi, più “permeabili”, Italia in testa.
Un fuoco che per emulazione od altri interessi si è esteso con inchieste (giornalistiche per il momento che sarebbe assurdo non venissero seguite da altri provvedimenti, sia a livello comunitario che nazionale) e con ampia diffusione di particolari (peraltro ancora scarsa in Italia).
Probabilmente Gazprom, ormai scoperta, sta al gioco delle inchieste giornalistiche del momento, contando proprio che siano un momento, cercando di limitare i danni (non certo quelli i immagine che nella situazione attuale non contano) al costo minore, quello di bruciare alcune delle pedine più esposte per tutelare nel possibile una ben ramificata e ben consolidata rete di contatti ed interessi.
Sono affiorate alcune delle modalità di finanziamento che dimostrano una volta di più come siano stati applicati canoni ed esperienze della guerra fredda, certamente facilitati da conoscenze e substrati che risalgono alla cultura ed abitudini delle “due Germanie” e delle contiguità relative…
Un’azione molto pragmatica: come ottenere risultati con bilancio costi/risultati molto favorevole, oltre ad assicurarsi la sottomissione per coinvolgimento? Pagando, apparentemente tanto, in realtà molto poco su un flusso di centinaia di miliardi di euro.
Pagando oculatamente, pagando la politica oltre che le persone chiave, queste ultime magari con incarichi prestigiosi quando potevano apparire, altrimenti in forme occulte, come il finanziamento delle loro campagne e dell’attività politica.
Pagando la politica e soprattutto il filone che si arrogava la “missione” di proteggere l’ambiente, a qualsiasi costo.
Come ha rivelato Die Welt come caso emblematico, ma non isolato, GAZPROM, il gigante che gestisce la fornitura del gas russo all’occidente, nel solo caso della Fondazione per il Clima tedesca, associazione ambientalista controllata dal politico della SPD Manuela Schwesig, che è anche presidente del Land del Mecklenburg-Vorpommern, ha pagato quasi 200 milioni di euro, denaro che è sceso anche in rivoli che sono andati a decine di aziende e fornitori della fondazione, pagando eventi e attività di comunicazione dell’associazione. Messa di fronte alle evidenze, GAZPROM è saltata sul carro dell’ingenuità e della trasparenza, riconoscendo e giustificando in “modo limpido” questi finanziamenti multimilionari affermando che si trattava di soldi destinati a guadagnare il consenso popolare necessario per terminare il gasdotto Nord Stream 2, bloccato dopo l’invasione dell’Ucraina (come se anche questo non fosse un’azione al limite dell’illegalità, certamente di interferenza negli affari interni da parte di un soggetto straniero).
Dati su finanziamenti recenti, ma totale oscurità ed omertà sulle azioni (obbiettivi e risultati) precedenti: di fronte alle evidenze la stessa Fondazione Climatica ha corroborato i dati alla redazione di Welt, ma anche in questa apparente apertura e collaborazione rimangono punti oscuri, altre ai precedenti, come la mancanza di informazioni on merito a 15 milioni di dollari destinati alla “Parte indipendente” della fondazione, le cui spese sono invece rimaste riservate.
Sarebbe ingenuo credere che con soli 200 milioni di euro, circa, spesi all’ultimo momento ed a crisi in atto, il Cremlino si sia comprato la politica tedesca, soprattutto quella della SPD e degli ambientalisti, condizionandone le scelte e facendo il bello e cattivo tempo.
È difficile che questo enorme flusso di denaro venga mai alla luce, come neppure i conti della joint venture NorthStream.
Non bisogna dimenticare che questi soldi hanno poi finito per condizionare tutta la politica europea sull’energia, visto che a Bruxelles non si muove nulla che non vogliano i tedeschi e, soprattutto, che non voglia la SPD.
Non è neppure credibile che non sia stata influenzata la SPD tedesca con l’intervento di Schroeder e ben più di 200 milioni pagati ad una fondazione collegata alla stessa SPD
Incendio e rivelazioni tardivi?
Non per questo inutili e meno inquietanti.
Per anni, negli Stati Uniti e in Europa, segnatamente in Germania e in Belgio (ma dovrebbe ragionevolmente pensarsi anche in Italia), diversi gruppi ambientalisti contrari all’energia nucleare, ma favorevoli al gas russo, sono stati finanziati da GAZPROM.
Risultato: pressione dei verdi sui governi, chiusura di importanti centrali nucleari soprattutto in Germania, e forte aumento della dipendenza dell’Europa dal gas russo, arrivata al 40% della domanda, in alcuni paesi come l’Italia ancor più.
Si tratta di un flusso di centinaia di miliardi di dollari, progressivamente esteso ad altri settori strategici, grazie ai quali Vladimir Putin ha liberamente finanziato il riarmo russo e, a valle, le aggressioni militari in Georgia, Crimea e Donbass, e da ultimo in Ucraina.
Sull’onda dell’Economist e di Die Welt si sono scatenate inchieste (sempre giornalistiche) in altri paesi: in Francia Dominique Reynié, direttore di Fondapol (Fondazione per l’innovazione politica con sede a Parigi), facendo da contraltare all’asservito “le Monde Diplomatique” ha pubblicato un’ampia ricerca sui punti di forza e su quelli deboli di 55 democrazie nel mondo, intitolata «Libertà: la sfida del secolo».
Tale ricerca, secondo gli autori, ha evidenziato come si siano tracciati finanziamenti GAZPROM a molte ONG ambientaliste, in particolare a quelle che in alcuni paesi hanno espresso ministri che hanno poi retribuito il favore schierandosi per l’uscita dal nucleare.
Il reportage, con alcune interviste e filmati, è consultabile sul web, per quel che vale l’affidabilità e la credibilità di questo mezzo.
L’inchiesta di Contrepoints sul tema rivela che GAZPROM, colosso con un fatturato di 160 miliardi di dollari l’anno e 13 miliardi di utili, ha finanziato per anni gruppi ambientalisti negli Stati Uniti, in Germania e in Belgio, movimenti indicati con tanto di nome e somme ricevute.
La conseguenza, l’11 marzo 2022, è stata una interrogazione al segretario del Tesoro, Janet Yellen, da parte di due deputati repubblicani Usa, Jim Banks e Bill Johnson, per chiedere
«un’indagine sulla manipolazione russa dei gruppi verdi americani, che sono apparentemente finanziati con denaro di provenienza oscura».
Tra le organizzazioni ambientaliste americane indicate nella lettera dei due deputati, spiccano Sierra Club e la League of Conservatives Voters Education Fund, «tutte massicciamente coinvolte nell’opposizione allo sfruttamento del gas di scisto negli Stati Uniti, per ridurne la concorrenza verso il petrolio e il gas russo. Esse hanno ricevuto dieci milioni di dollari l’anno dalla American Sea Foundation, riccamente dotata dalla società ombrello con sede a Bermuda», quest’ultima sospettata di essere lo schermo finanziario di Gazprom.
L’ipotesi che la Russia di Putin, tramite GAZPROM, finanziasse gli ambientalisti americani per alimentare una campagna di disinformazione contro lo shale-gas e l’energia nucleare, era già stato sollevata in passato da altri due deputati repubblicani, Randy Weber e Lamar Smith, che il 29 giugno 2017 avevano presentato un’interrogazione, senza esito, all’allora ministro del Tesoro, Steven Mnuchin, chiedendo un’indagine sull’origine dei finanziamenti russi, veicolati tramite i paradisi fiscali.
L’inchiesta francese non poteva non toccare la Germania evidenziando in forma più chiara, ma non per questo meno imbarazzate, il rapporto tra i gruppi verdi operanti in Germania e i finanziamenti russi.
Contrepoints ha scritto: «Le principali organizzazione ambientaliste tedesche Wwf, Bund e Nabu hanno costituito una fondazione ambientale (Naturschutzstiftung Deutsche Ostsee) insieme con la società Nord Stream Ag, consorzio che ha costruito il gasdotto russo-tedesco sotto il Mar Baltico. Tale fondazione è stata dotata di dieci milioni di euro da Gazprom». Risultato: «Le organizzazioni ambientaliste tedesche Wwf, Bund e Nabu sono diventate per anni strenue oppositrici dell’energia nucleare civile e dello sfruttamento del gas di scisto in Europa, ma non del gas russo».
Chiosa il giornale francese: «Il suolo europeo è pieno di gas di scisto e lo sfruttamento di queste riserve di gas avrebbe ridotto gli acquisti e la dipendenza dell’Europa dal gas russo, vale a dire da Gazprom.
Lo stesso vale per l’energia nucleare, che offre energia abbondante, non emette CO2 ed è un’alternativa al gas russo».
Contro ogni evidenza ed in barba a precedenti resistenze (grazie anche all’astensionismo ed alla perdita di credibilità dei partiti tradizionali) in Germania i verdi hanno vinto, hanno ottenuto la chiusura delle centrali nucleari tedesche, il bando del gas di scisto (a favore di quello russo, ovviamente senza spiegarne la differenza), ma forse il castello sta traballando sotto i colpi dell’emergenza e di una possibile divisione tra verdi governativi e verdi populisti (ed in Italia conosciamo modello e conseguenze).
Altrettanto evidente e forse più clamoroso il caso del Belgio; il ministro dell’Energia in carica, signora Tinne Van der Straeten, del partito ambientalista Groen, prima della nomina, era proprietaria al 50% di uno studio legale, che tra i grandi clienti aveva nientemeno che Gazprom (un conflitto di interessi che non fa impallidire ma soddisfa emuli nostrani).
«Quando è diventata ministro dell’Energia», scrive Contrepoints, «“Van der Straeten ha lavorato allo smantellamento completo del parco nucleare civile belga, in conformità alla ferrea volontà degli ambientalisti belgi, che per vent’anni si sono battuti per sostituirlo con le centrali a gas, alimentate da Gazprom.
Tuttora, in Belgio, i partiti verdi Ecolo e Groen sostengono in modo esplicito la sostituzione dei reattori nucleari con le centrali elettriche a gas».
Stranamente le inchieste citate non fanno riferimenti specifici all’Italia, anche se trattano delle implicazioni in e su tutti i paesi UE, ed anche se le “fotografie” dei fatti possono essere facilmente lette con tempi e didascalie italiani.
Il filone di inchieste si sta replicando lentamente e poco nel nostro paese, certamente molto fragile verso queste attività, ed è cosi che dal libro «Oligarchi» (Laterza), di Jacopo Jacoboni e Gianluca Paolucci, emerge che c’è stato chi avrebbe agevolato il gas russo, ostacolando apertamente il gas concorrente, dopo aver abbattuto quello nazionale.
Nel capitolo sull’oligarca Vekselberg, alcune pagine sono dedicate al gasdotto TAP (gas azero), contro il quale il populismo italiano con vesti di ambientalismo condusse una battaglia estrema, al limite del cruento, che si spense di colpo quando una società russa, la Lukoil, acquisì (come e perché?) una quota importante, il 10%, della società di gestione.
Facili conclusioni: scopriamo solo ora che la politica ambientalista, dal Nord Europa, al Sud Europa, quella dei buoni, degli etici, di coloro che vogliono salvare il mondo dal surriscaldamento, è stata solo una manovra pagata da Putin per venderci più gas, il suo. Gas ben pagato, manovra a prezzo di svendita fallimentare, viste le cifre in gioco, bilancio energetico europeo e nazionale ultra-negativo, con prospettive di vassallaggio.
Le conclusioni, e le prospettive, non sono solo negative e di taglio economico: si è già trattato come il mondo scientifico abbia di fatto snobbato le polemiche e le tesi sollevato dal populismo ambientale, forse anche per non essere travolto come accaduto in Germania.
Alla strumentalizzazione che fa leva sulla supposta adesione a dettami scientifici a tutela dell’ambiente, ma solo in termini opportunistici quando possono apparire in sintonia con le pulsioni ideologiche, le convinzioni dogmatiche, le prospettive apocalittiche, per anni non è mai stato opposto un contradditorio serio da parte del mondo scientifico titolato a esprimersi.
Questo ha dato spazio anche ad opportunismi, di carriera accademica o politica.
Solamente in tempi recenti, forse proprio come reazione etica e non solo per essere coinvolti nello tsunami che incombe, un gruppo di accademici italiani ha sottoscritto una sorta di manifesto, in pratica una sfida agli opportunisti distintisi in anni recenti per la loro compiacenza su tesi estreme, in molti casi presenzialisti forse lautamente appagati, con alcuni di loro espostisi come promotori di una proposta politica opportunamente ammantata in forma scientifica.
È interessante trascrivere integralmente tale manifesto, come ulteriori motivi di analisi sulle tematiche che si espongono in questo lavoro.
Noi sottoscritti, promotori la Petizione Italiana sul Clima, inviata nel 2019 alle massime autorità politiche e i cui contenuti hanno ricevuto, a livello internazionale, l’adesione del premio Nobel per la fisica Ivar Giaever e di 1200 studiosi in diverse discipline scientifiche, incluse le Scienze della Terra, la Fisica e la Chimica. E cioè:
Il clima attuale non è differente da periodi caldi già occorsi nel passato sia storico che geologico;
Eventi meteorologici estremi sono sempre esistiti.
Essi – siccità, inondazioni, frane, smottamenti, etc. – vanno combattuti con la prevenzione e l’adattamento, cioè con la cura e pianificazione del territorio e col governo delle acque;
In particolare, non è né necessario né consigliabile, anzi è dannoso, intraprendere, con l’illusoria pretesa di governare il clima, azioni di messa al bando dei combustibili fossili. Questi forniscono le risorse per l’85% del fabbisogno energetico dell’umanità: è stato grazie alla disponibilità di energia abbondante e a buon mercato che l’umanità gode del benessere materiale oggi raggiunto, e minore disponibilità d’energia significa, di fatto, ridurre quel benessere, cioè impoverirsi. Non esiste oggi alcuna tecnologia in grado di sopperire, se non in modo marginale e insignificante, all’energia che ci viene offerta dai combustibili fossili.
Grandi potenzialità avrebbe la tecnologia elettronucleare, consolidata da oltre mezzo secolo di uso in tutti i Paesi avanzati (in EU essa è la prima fonte di generazione elettrica, e negli Usa è la seconda dopo il carbone).
Tuttavia, il nostro Paese – unico al mondo – ha commesso l’errore di averlo abbandonato. Un errore al quale, prima o poi, si dovrà porre rimedio.
In ogni caso, proprio per quest’errore, è vieppiù impensabile che si intraprendano in Italia politiche di riduzione dell’uso dei combustibili fossili.
Si dovesse insistere altrimenti, pagheremo la scelta a caro prezzo, compreso l’aver stornato risorse che possono essere più utilmente impiegate per la prevenzione di calamità naturali, per esempio forti terremoti che sappiamo con certezza potrebbero colpirci in qualsiasi momento.
Al contrario, come abbiamo chiarito nella nostra Petizione Italiana sul Clima, non è certo e neanche quantificato l’impatto sul clima delle emissioni antropiche di CO2.
In occasione della recente guerra, le errate scelte energetiche dell’Italia – la rinuncia al nucleare e all’estrazione di gas in Adriatico, e l’impegno economico in costose e inefficienti tecnologie presunte alternative – stanno emergendo in tutta la loro drammaticità.
In ogni caso, non trova giustificazione alcuna una politica di riduzione, per così dire, unilaterale, delle emissioni di CO2: anche se la Unione Europea azzerasse oggi le proprie, la cosa non potrebbe avere sul clima alcuna delle conseguenze sperate, visto che la Ue emette meno del 10% delle emissioni globali.
noi sottoscritti, promotori la Petizione Italiana sul Clima, Firmato:
- Uberto Crescenti, Professore di Geologia Applicata, già Magnifico Rettore, e Presidente della Petizione Italiana sul Clima
- Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica
- Mario Giaccio, Professore di Economia delle Fonti d’Energia
- Enrico Miccadei, Professore di Geologia
- Giuliano Panza, Professore di Geofisica, Accademico dei Lincei
- Alberto Prestininzi, Professore di Geologia, Ambasciatore Italiano della World Climate Declaration «There is No Climate Emergency». email: alberto.prestininzi@uniroma1.it
- Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera
- Nicola Scafetta, Professore di Fisica dell’Atmosfera
Un contesto che fa pensare ad un ritorno ai metodi ed al clima della Guerra Fredda: gli attori sono praticamente gli stessi, e forse anche gli obbiettivi.
estratto da un testo di prossima pubblicazione:
SICUREZZA ENERGETICA – i rischi per l’Italia
Bozza completata il 15 Agosto 2022, h.16.00
Domanda il libro: «I russi si sono infilati nell’affare non riuscendo a farlo bloccare dai partiti italiani loro amici?». Finora nessuna risposta.
SCANDALO VERDE: GAZPROM ha pagato quasi 200 milioni alla Fondazione per il Clima per condizionare la politica energetica!
Come diventare il quasi monopolista nella fornitura energetica in Germania? Per quanto sopra, noi sottoscritti, promotori la Petizione Italiana sul Clima, SFIDIAMO A PUBBLICO CONFRONTO SCIENTIFICO
i Professori Carlo Barbante, Carlo Carraro, Antonio Navarra, Antonello Pasini e Riccardo Valentini, promotori di una recente Lettera Aperta della quale non condividiamo né la scienza né la proposta politica. L’oggetto del dibattito proposto sarà il contenuto della nostra Petizione, da un lato, e della loro Lettera, dall’altro. Il luogo sia una sede istituzionale, accademica o politica.
Ove i colleghi chiamati a confronto intendano accettare la sfida, son pregati di contattare, alla e-mail sotto indicata, il professor Alberto Prestininzi, Ambasciatore Italiano della World Climate Declaration: «There is No Climate Emergency» entro la fine del mese di agosto. Trascorso tale termine, a malincuore considereremo non colta la nostra sfida.
Firmato:
Uberto Crescenti, Professore di Geologia Applicata, già Magnifico Rettore, e Presidente della Petizione Italiana sul Clima
Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica
Mario Giaccio, Professore di Economia delle Fonti d’Energia Enrico Miccadei, Professore di Geologia
Giuliano Panza, Professore di Geofisica, Accademico dei Lincei
Alberto Prestininzi, Professore di Geologia, Ambasciatore Italiano della World Climate Declaration «There is No Climate Emergency». email: alberto.prestininzi@uniroma1.it
Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera Nicola Scafetta, Professore di Fisica dell’Atmosfera
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