Il Piano di Sicurezza

La priorità assoluta, nella situazione attuale ma anche nell’accezione e sensibilità dell’opinione pubblica è la sicurezza energetica, nelle sue varie forme, ma comporta anche la diversificazione e l’affidabilità delle fonti (aspetto su cui il nostro intervento si limita a scelte oculate) e soprattutto comporta le modalità del trasporto di questa energia da tali fonti, modalità che solo in parte sono terrestri mentre prevalgono quelle marittime, in superficie come sottomarine.

La marittimità del nostro paese è un aspetto, una componente essenziale, della nostra sicurezza e della nostra indipendenza, una caratteristica che assicura molteplici vantaggi e potere contrattuale alla nazione.

L’Italia non può certamente aspirare all’autonomia energetica, all’autosostentamento, né con le risorse tradizionali, né con il metano, neppure con le rinnovabili ma deve assicurarsi l’indipendenza nelle scelte delle sue fonti e nell’equilibrio strategico/economico che deriva da scelte libere, modulabili, negoziabili ed aggiornabili che possono essere facilitate sia dallo sfruttamento della posizione geografica sia dall’oculata gestione del peso che il paese può avere come distributore e possibilmente trasformatore di energia.

Il Paese non può permettersi il lusso ed i costi di essere solo consumatore di energia, deve pertanto assumere e garantirsi un ruolo (come aveva in passato) da coprotagonista nel mercato globale dell’energia, di qualsiasi natura essa sia, dal tradizionale all’innovativa.

La diversificazione delle fonti, e delle stesse modalità di approvvigionamento e trasporto, non solo assicurano posizione ed indipendenza ma comportano benefici, non ultimo quelle derivanti dalla possibile rivendicazione del ruolo di hub europeo (alternativa e complemento dell’hub del nord, condizionato dalla Russia.

La crisi energetica attuale, con l’inevitabile diversificazione delle fonti, potrebbe anche comportare

– e forse impone – il recupero – seppur in un contesto diverso – di quello spirito dell’alleanza atlantica che ha poi portato all’auge europea: questo non comporta certo l’assoggettarsi ad una nuova dipendenza ma va sviluppato come una partnership, con valore aggiunto per il socio italiano, non solo quale consumatore; le premesse esistono tutte, dalla già citata posizione geografica, all’ esistenza di infrastrutture già adeguate, alla tradizione di paese trasformatore, alle capacità naturali di stoccaggio.

Il ricorrente richiamo al rapporto del CoPaSiR non è un riconoscimento alla scrittura di nuovi Vangeli (energetici) ma la speranza che attraverso un comitato dove sono rappresentate tutte le componenti della politica, e dove finalmente si è raggiuta una faticosa sintesi, ci sia stata una presa di conoscenza e di conoscenze propedeutica per un dialogo che vada oltre posizioni sino ad oggi assunte solo in funzione di effimeri consensi puntuali ed elettorali.

Con l’emergenza è rispuntata la consapevolezza, e si intravede una via di uscita che, per quanto tortuosa ed in salita nel difficile e poco coeso contesto nazionale, si potrebbe percorrere: si potrà farlo solo se, come già citato, non solo si manterrà la strada del dialogo ma si assumeranno posizioni decisioniste, basate sulla logica ed il dominio della tecnica e non sul compromesso, in temi di interesse collettivo.

in tale contesto la stabilizzazione del sistema potrebbe essere raggiunta, in un quadro emergenziale, anche negando il diritto di veto locale e di gruppuscoli su temi di interesse generale, quali le infrastrutture strategiche. Si tratta di un traguardo fondamentale per assicurare nuovi investimenti e stabilire nuove alleanze.

Da anni l’approccio della politica energetica europea e nazionale ha a parole ed a priori privilegiato pseudo obiettivi qualitativi, quasi sempre molto ambiziosi, trascurando l’analisi accurata delle situazioni di partenza e della fattibilità tecnica ed economica con conseguente sottovalutazione degli ostacoli da superare e delle difficoltà di implementazione (ma anche di sopportazione sociale). Sono stati così fissati traguardi di riduzione delle emissioni di CO2, di riduzione della domanda, di aumento di peso delle rinnovabili soprattutto in termini percentuali.

Continuando sull’onda lunga di ideologia, demagogia e ricerca di consensi immediati, a metà 2022 tutta l’attenzione, europea ed italiana, è concentrata nel breve termine, sulle modalità di razionamento dei consumi per affrontare prossimo inverno (climatico e produttivo)

Ma dopo?

Sarà davvero facile affrancarsi dalla dipendenza dalla Russia, magari con più rinnovabili o, addirittura (con rinsavimento generale), con del nucleare?

Siamo preparati ad un percorso facile, impervio, di lunga durata?

Per affrontarlo è necessario pensare fin da ora ad azioni strutturali, sia a livello nazionale, dove la politica purtroppo si conferma debole, che a Bruxelles, dove dominano le divisioni.

Serve ripartire dalle basi e ricordare che le politiche energetiche devono puntare a tre obiettivi:

  • ambiente,
  • sicurezza,
  • prezzi.

L’ansia del cambiamento climatico negli ultimi decenni ha sbilanciato le scelte dell’Europa a favore dell’ambiente, senza portare grandi benefici, né alla riduzione delle emissioni di CO2 globali, né all’affermazione delle rinnovabili, che contano ancora troppo poco.

Fotovoltaico ed eolico in Italia, uno dei paesi più attivi, rappresentano nel 2022 il 6% dei consumi energetici totali e il 15% della domanda elettrica.

Mai come oggi, però, ci servono, perché ci aiuterebbero sulla sicurezza, l’altro obiettivo di cui ci eravamo un po’ dimenticati.

Allo stesso tempo, pur essendo state spesso sperpero di denaro, sono risultate convenienti, grazie a costi di produzione di 60 euro per megawattora, a fronte di prezzi in borsa sopra i 400 euro; non è stata preveggenza né pianificazione, solo la fortuna dei giocatori d’azzardo della speculazione, che avevano puntato tutto su premi ed incentivi, e già erano soddisfatti.

Sono oggi la speranza per contenere un po’ i prezzi dell’energia in Europa a famiglie e soprattutto a imprese che si trovano a pagare fatture fino a cinque volte superiori a quelle di Stati Uniti o Cina, ma le rinnovabili, eolico e solare, ci portano – come sono ed in mancanza di rapidi correttivi, sull’olrlo di un baratro, di un ricatto ancora peggiore di quello del gas da parte russa: se è questa la sola possibilità e probabilità di transizione energetica si rischia solo di arricchire ulteriormente la Cina e di aumentare ancor di più la nostra dipendenza e la nostra fragilità.

L’obiettivo della competitività dell’energia in Europa per anni e stato travolto dalla crisi del 2022 e ne risulta e risultera ridimensionato per decenni

Per un maggiore ruolo delle rinnovabili serve superare, difficilissimo, i loro limiti, non solo quelli – poco valutati, infimi rispetto ai tanto sbandierati dati di targa – dell’intermittenza e dell’assenza di accumulo, ma quelli della totale dispndenza da forniture straniere, extra UE, come è già stato sottolineato.

Per inciso, anche se esula dagli obbiettivi di questa analisi, la soluzione più facile e soprattutto immediata per l’Italia riguarda la sistemazione idrogeologica del territorio, trascurata per anni anche a fronte di enormi flussi di denaro per tecnologie e forniture straniere per fonti alterne di energia, e riguarda i bacini idroelettrici, grandi e piccoli, le dighe che, fra l’altro, servirebbero per il tema siccità e sarebbero rispandenti al tema della transizione e del cambiamento climatico.

Troppo valore aggiunto nazionale? Forse questo fa parte della spiegazione di scelte avventate.

Tornando al tema principale, il gas servirà a lungo nei prossimi decenni, anche perché i volumi che ci mancheranno dalla Russia sono enormi, e oltre a cercare nuovi fornitori, se avremo appreso e terremo conto della lezione, dovremo cercare e mantenere ridondanze di capacità ed infrastrutturali, oltre a differenziare le fonti: non si tratta comunque di estromettere la Russia, sarebbe un ulteriore rischio, si tratta di ridimensionarla e renderla ininfluente un termini di ricatto, di rischio geopolitico.

Per questo la produzione nazionale dovrebbe ripartire.

Le riserve di gas inesplorate, oltre a quelle già scoperte, sono enormi e convenienti con i prezzi attuali.

I due rigassificatori galleggianti prossimi (si spera) ad entrare in servizio, ciascuno da circa cinque miliardi di mc/anno soddisfano una piccola parte (poco più del 10% de lla domanda nazionale, purchè sempre a pieno regime) en avhe se dovessero essere affiancati da altri due di simile dimensione, o magari uno da solo su terra, non permettono al nostro paese quella sicurezza che deriverebbe dall’essere riconosciuto come hub energetico europeo.

Il futuro dell’energia mondiale sarà gas e questo sarà soprattutto in forma liquida.

L’espansione del TAP è partita e ben venga anche il nuovo gasdotto dal mediterraneo orientale, se qualcuno riuscirà a realizzarlo.

C’è un’altra emergenza che incombe sull’energia dell’Europa, quella del nucleare francese che sta invecchiando e che necessità di nuova capacità, altrimenti tutto il sistema elettrico europeo rischia di collassare (e la crisi della siccità del 2022 né evidenzia limiti e vulnerabilità).

Chi importa più energia elettrica dalla Francia è l’Italia, per questo il nucleare ci interessa da vicino e subito, molto prima del nucleare di nuova generazione, o da fusione.

Sembra fantascienza parlare di nucleare per l’Italia o per l’Europa, forse lo è, ma la crisi dell’inverno 2022 cambierà molte opinioni, farà cambiare posizioni, anche nell’incognita della politica italiana.

Il gas in Italia è al centro di confuse manovre.

Alcuni lo demonizzano in sintonia con la svolta europea verde; altri lo difendono e ricordano che la possibilità di estrarlo in zone di mare italiane è a portata di mano mentre la nostra politica, più che conscia delle criticità spinta dall’incontenibile aumento dei prezzi dell’energia, appare ancora una volta incerta nella definizione degli obbiettivi e nei tempi e modi di perseguirli: lo scenario dell’approvvigionamento dall’estero cambia di continuo e passa da EastMed all’alternativa (sballata ed esogena) di soli elettrodotti, alla più logica alternativa del gas liquefatto (GNL), che per l’ Italia potrebbe significare una svolta importante, in un’ipotesi di partnership transatlantica oltre che transmediterranea. Una riflessione si impone sull’uso da parte del nostro paese non solo delle risorse sul territorio, la più difficile (per la somma delle azioni di nymbi ambientalisti ecologi, paesaggisti e quanto altro), ma delle risorse sottomarine cui nessun Paese può e deve rinunciare, come nemmeno lo ipotizza la virtuosa Norvegia (2) sino a che la transizione ecologica giunga se non a termine almeno alla maturità, intesa come sostenibilità ed autonomia tecnologica e industriale. La stessa UE punta finalmente e decisamente alla diversificazione delle fonti, per affrancarsi dalla dipendenza russa, attraverso quella Energy Security dei Paesi mediterranei che potrebbe favorire l’Italia e va interpretata e sfruttata in questo senso; il nostro paese potrebbe essere il crocevia e la sintesi di due strategie e di due politiche di gestione, quella mediterranea e quella transatlantica. Gian Carlo Poddighe

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