Gas e scacchiera geopolitica

La valanga di notizie, molte manipolate e molto manipolate sul cosiddetto accordo sull’emergenza gas europea, mi spinge ad anticipare parte, la più pertinente con quanto si tratta oggi sui giornali, del lavoro in corso sull’energia e sul gas, come studio geopolitico e geostrategico.

La “guerra del gas” è soprattutto guerra economica, che si gioca anche con la disinformazione come strumento tanto di mobilitazione o smobilitazione dell’opinione pubblica quanto di influenza sui mercati finanziari (una sorta di governo supremo con giudizi inappellabili).

Una guerra che si gioca con le armi appropriate, anche alternandole di volta in volta: costi e prezzi ma soprattutto domanda ed offerta (e la Russia domina l’offerta) e sulla domanda ed offerta possono  giocare pesantemente ansie se non isterie indotte, una sorta di guerra psicologica dove la controinformazione è essenziale.

Una controinformazione con la disinformazione come metodo, che per quanto riguarda l’Italia ha aspetti evidenti, dominando con molte tradizioni e radici ancora della guerra fredda i media nazionali, la cui indipendenza non è certa né generalizzata:  esempi quotidianamente sotto gli occhi e l’udito di tutti, come i supposti ed inesistenti rischi ambientali dei rigassificatori, i costi del processo GNL, la colpevolizzazione dello shale gas, il minor potere calorifico del GNL e, molto peggio anche come qualità, del gas algerino; la lista sarebbe lunghissima, con aspetti risibili, ma è un’attività continua che ha complici sia veri che inconsapevoli, ed ha presa; fake news da entrambe le parti a cui si oppongono in forma più scoperta illazioni come la salute di Putin.

I protagonisti di questa disinformazione popolano anche le testate più autorevoli, senza che nessuno verifichi un minimo di attendibilità del pubblicato.

Risulta evidente dallo scacchiere, dagli attori identificati e dalle dinamiche geopolitiche già delineate che ancora in un futuro a medio termine se non a lungo termine, Europa e Russia siano e saranno ancora unite dalla leva dell’energia.

Il potere Putin ha due supporti, risorse naturali (esportazione di comodities con poco valore aggiunto locale) e forza militare, e sulla trave stesa tra questi due supporti vuol far transitare il recupero della grandezza della Russia, la “sua” nuova Russia

Il valore aggiunto e la conseguente modernizzazione della Russia e della società russa secondo modello occidentale sono indirizzi che se non rigettati sono del tutto secondari per Putin come padre della nuova grande Russia; l’obiettivo è quello di sfruttare le risorse per estendere la propria influenza sugli altri Paesi, a partire dagli ex satelliti.

Una strategia ben chiara e consolidata, che aveva indotto Putin, con forte opposizione e scontri interni e molte vittime illustri, a ricondurre sfruttamento e commercializzazione delle risorse nell’orbita statale (e di una sua ristretta cerchia), in quanto strategici e funzionali alla proiezione geopolitica del Paese.

Il “mercato” come pluralità di interventi (comprese le joint ventures in Russia) sembra che per Putin non esista o non abbia valore, essendo tutto assoggettato alla visione imperiale e di potere, con la conseguenza della stagione di nazionalizzazioni e scontri con gli oligarchi che va ricordata ed analizzata in merito alla traiettoria ed impiego di GAZPROM, lo strumento attraverso il quale Putin ha consolidato il proprio controllo potere e uno dei cardini per ricollocare, quantomeno nelle intenzioni, la Russia nel novero delle grandi potenze.

L’energia, in questo gioco, è stata, dovrebbe essere (e sarà?), il fulcro di una leva per ritorsioni, ricatti e minacce, specie nei confronti dei Paesi dell’ex orbita sovietica: Ucraina, Georgia, Lettonia, Estonia, Lituania e via dicendo, usata in vari modi negli ultimi decenni dalla Russia: i gasdotti e la chiusura (o apertura) dei rubinetti del gas come arma geopolitica.

L’esempio più eclatante (2006,2009, 2014 solo per i passaggi più significativi, che non potevano essere ignorati dall’ Occidente) è stato il continuo confronto tra Kiev e Mosca in merito alle forniture di gas che ha avuto effetti destabilizzanti per l’Europa occidentale, soprattutto quando l’Ucraina era un nodo fondamentale di smistamento e transito delle forniture di gas russo seguendo il concetto di stile sovietico della concentrazione.

Il North Stream, in grado di collegare la Russia alla Germania senza passare per l’Ucraina, è stato costruito anche e soprattutto per evitare la dipendenza da tale concentrazione, sempre vulnerabile ed inaffidabile, lasciando mani libere a Putin per i suoi disegni basati sulla convinzione di divisioni e minime reazioni dell’ Occidente: purtroppo le omissioni ed ancor più le complicità e le speculazioni occidentali (Europa ed USA) in questo disegno sono evidenti, con effetti nefasti, ed alla luce dei fatti sono stati i presupposti per lasciare mano libera alla Russia per schiacciare l’Ucraina.

Con queste avvisaglie, subito recepite e poi man mano trascurate, sottovalutate per l’ ”effetto calmiere” tedesco, l’obiettivo europeo di diversificazione è stato ben identificato per poi registrare risultati deludenti, in pratica usando il paraocchi ed accettando l’alternativa contingente ma non risolutiva (cedendo al ricatto russo tedesco) un diverso percorso di accesso ai consumatori europei (un percorso costoso e di taglieggiamento sui prezzi), ma non intervento sul lato della diversificazione dei fornitori. Una strategia europea, inizialmente chiara, coesa, mai implementata con le necessarie decisioni, con la conseguenza che nell’inverno del 2021-2022 (prima e non come conseguenza del conflitto che sarebbe scoppiato) un combinato di miopie europee e speculazioni russe aveva portato i prezzi del gas verso quote record, e di queste forniture record solo il 22% del gas russo passava ancora dall’Ucraina, un cambio epocale rispetto all’80% del 2009.

In parallelo la quota di gas consumata dall’Unione europea di provenienza russa era passata dal 26% nel 2010 al 35% nel 2020, fino al 42% nel 2021, con picchi estremi per l’Italia, vicini al 50%; un bilancio che ha influito e sta influendo notevolmente sullo scontro poco indiretto non tanto tra UE e Russia quanto ormai tra NATO, a sostegno dell’Ucraina, ed il potere militare di Mosca.

Oggi la sfida riguarda la sicurezza energetica, seguendo in termini geopolitici le possibilità di ricezione delle forniture del gas, dal Mediterraneo al Mare del Nord, tenendo conto e passando per le future sfide di inflazione e obiettivi green (facilmente manipolabili dagli avversari).

Un panorama che vede, come sempre verrebbe da dire, l’Europa in una posizione di estrema debolezza; priva di materie prime e colpita dal rialzo dei prezzi, è allo stesso tempo la realtà più attiva nella lotta al climate change, una transizione più ideologica che logica e tecnologica che si è trasformata in un pericolosissimo boomerang, lanciato anche da mani occulte.

Un percorso ambizioso non esente da trappole e trabocchetti che passa non solo per il ruolo rilevante della Cina nella filiera delle rinnovabili, ma anche per la discrasia tra la diminuzione degli investimenti in esplorazione ed estrazione di fonti fossili e un ancora insufficiente sviluppo parallelo delle fonti pulite a colmare tale diminuzione.

Gli Stati Uniti sono il riferimento, osteggiato da molte parti, anche qui per preconcetti ed ideologie più che per motivazioni logiche, tecniche e strategiche: quantomeno, con la ormai datata rivoluzione dello shale gas hanno raggiunto l’autosufficienza energetica; come fonte sicura sono inoltre distanti migliaia di chilometri da aree di instabilità ed oggi dai focolai di guerra in Europa orientale.

La diversificazione – tanto delle fonti come ancor più delle modalità di approvvigionamento rimane, in ogni caso, l’obiettivo principale, per l’Italia così come più in generale per l’Europa.

Il gas naturale liquefatto, GNL, di qualsiasi provenienza, da quella statunitense a quella qatariota, potrebbe aiutare nell’obiettivo di alleggerire la dipendenza da Mosca; viene osteggiato da una una delle tante fake news, indotte leggende metropolitane: al di là dell’ effettiva differenza di prezzo, per squalificare tale fonte troppo spesso si esibisce un confronto del prezzo via gasdotto, al netto degli enormi investimenti in infrastrutture, con il prezzo spot comprensivo di trasporto: un confronto del tutto illecito ed inappropriato.

Al GNL, oltre al prezzo elevato (?) vengono addebitate limitati disponibilità rispetto al fabbisogno, nonché scarsità di infrastrutture ricettive sul lato dell’import (rigassificatori), il vero problema almeno nel caso italiano.

Vi è poi la sempre maggiore rilevanza strategica dei giacimenti del Mediterraneo e in generale dei Paesi del Nord Africa, a partire dall’Egitto, con la variabile turca, aggressiva e sinora fuori controllo.

In merito, bisognerà porre attenzione al ruolo della Turchia, che se riuscisse a ritagliarsi il ruolo di hub energetico – in qualità di centro nevralgico di passaggio di gasdotti – potrebbe disporre di un ulteriore ricatto, oltre a quello dei migranti, nei confronti dell’Unione Europea.

Vi è poi il tema delle rinnovabili, concentrate se eoliche e solare senza orientarsi verso il dual use del ripristino e potenziamento degli invasi e dell’idroelettrico, neppure nell’ormai persistente problema dell’incalzante siccità. L’altra soluzione, l’energia nucleare, vede l’Europa divisa tra Paesi come la Francia che sin da subito hanno deciso di investire su di essa e Paesi come l’Italia (all’estremo opposto, della totale illogicità) che vi hanno rinunciato – adducendo ogni volta che sarebbe troppo lungo il tempo per adottarla.

Le rinnovabili sono poi la base di enormi speculazioni, di una sopravalutazione e di una mistificazione dei dati ma soprattutto sono fonte di nuova dipendenza e di nuovi problemi, non minore quello dello smaltimento, più grande – in volume e costi – di quello stesso delle scorie nucleari, né – pur marginali – tra le stesse vengono considerati i RSU (termovalorizzatori).

Per le rinnovabili non mancano implicazioni geopolitiche, a partire dal sinora incontrastato dominio strategico di Pechino nella relativa filiera.

Una situazione drammatica, più che complicata, non risolta neppure dopo l’annosa discussione europea sulla tassonomia, che ha “sdoganato” il gas (oltre che il nucleare); la geopolitica del gas rimarrà centrale ancora per molti decenni, a cavallo tra le sfide geo-strategiche e quelle climatiche, non essendo possibile immaginare un mix energetico di sole fonti (pseudo)pulite né nel breve né nel medio periodo.

Quello che si intravede è un possibile spostamento del baricentro energetico, come fonti, da Est a Ovest (GNL statunitense) e Sud (Paesi africani, a partire dall’Algeria), spostamento che dovrebbe favorire la sponda sud della UE ed in particolare l’Italia, anche rispetto alle spinte del Levante allargato della Turchia (se e quando la politica italiana saprà e potrà agire con tempestività).

Un intreccio tra geopolitica, economia e obiettivi green che apre una partita difficile tra esigenze e risposte nell’immediato e visioni a lungo termine, invece che ambizioni demagogiche immediate, irreali ed illogiche.

Un campo di gioco (ed un’area prevalentemente marittima) su cui l’Italia non sempre ha saputo muoversi, frenata da pulsioni e cavilli burocratici interni. Una zavorra ancor prima che un dilemma per il nostro Paese, che per essere privo di materie prime dovrebbe essere particolarmente abile e rapido nello scegliere consapevolmente, sul filo della logica, della consapevolezza, dell’intelligenza e della creatività quali strategie adottare dopo decenni di miopia e di rinvii.

Esigenze e necessità risposte nell’immediato e visioni a lungo termine che comportano una nuova strategia a cui l’Italia ha (e speriamo che invece non avesse) saputo interpretare assumendo posizioni e ruoli proattivi nella UE: un governo che nel marasma europeo sembra (o purtroppo sembrava) avere delle idee e delle proposte ciò che può fermare Putin o almeno dissuaderlo per indurlo a più miti consigli.

Serve determinazione, che non è solo quella dichiarata per eliminare per sempre la nostra dipendenza dalla Russia; non solo ci vorranno almeno un paio d’anni per rendere teoricamente e tecnicamente possibile l’indipendenza europea dal gas russo, e questo sarebbe il corretto potere contrattuale, anche con effetto economico calmierante.

Il problema non si limita alle quantità, e con maggiore consapevolezza alle forme di trasporto, ma va inquadrato anche nelle modalità di acquisto, che sotto l’interessata influenza NorthStream non sono state le più indovinate, basta ansare, o meglio tornare, ai numeri.

Fino al 2020 l’Europa importava via gasdotto 150 miliardi di gas russo con contratti pluriennali, che erano il supporto, la garanzia ed il pay back dei finanziamenti ricevuti (dai tedeschi), e la Russia è sempre stata molto attenta a non violare, sia per non pagare le penali nel caso non lo consegnasse nell’arco dell’anno, sia per non alienarsi completamente la fiducia dei mercati, delle compagnie private, soprattutto, clienti ed interlocutori ambiti dai russi.

A questi acquisti si sommavano circa 40 miliardi di mc che gli europei compravano “a pronti”, secondo necessità, esattamente quei volumi, peraltro molto redditizi, che – al contrario di quanto avvenuto con assoluta normalità negli anni precedenti – la Russia ha smesso di soddisfare dall’estate 2021, senza che questo potesse essere considerata inadempienza contrattuale.

Mancata consegna, illogica in un quadro di prezzi in aumento, incremento addebitabile agli acquisti della Cina – impegnata in un imponente piano di metanizzazione – che stavano saturando il mercato del GNL, assieme ad altri fattori, alcuni globali ma – per limitarsi al contesto europeo- altri contingenti come la scarsa ventosità del Mare del Nord (ahi ahi ambientalisti e loro calcoli!!!) e il ridotto apporto del nucleare francese, con acquisti imprevisti, addizionali, di metano per la produzione di elettricità.

150 più 40 miliardi di mc di gas, quindi 190 miliardi di mc destinati all’Europa che la Russia avrebbe sul groppone, senza aver ancora finito di pagare i finanziamenti ricevuti (essenzialmente dalla Germania) e non saprebbe cosa fare se la UE smettesse di comprarlo.

Ma la UE, tra le tante responsabilità di singoli stati come collettive, aveva puntato una pistola alla tempia (omicidio o suicidio) al sistema compiacendosi e crogiolandosi con gli impossibili traguardi 2035 – 2050 di “liberazione” dai fossili: la nostra scelta, se così fosse, di decrescita felice è stata vista come una minaccia vitale dalla Russia lasciata senza compensazioni dalla UE, che l’ha spinta a comportarsi di conseguenza.

Non è un’assoluzione della Russia e della sua aggressione, né un confondersi con lo stuolo di amici e seguaci nostrani di Putin che affermano, contro le sanzioni, che smettere di comprare gas russo non risolverebbe il problema perché potrebbe essere venduto su altri mercati.

È falso, ed è incredibile come i moltiplicatori di notizie, i media nazionali, non facciano mai alcuna verifica su questo.

La Russia dispone di solo due impianti di liquefazione, in posizioni estreme e non favorevoli, uno nell’isola di Sakhalin, vicino al Giappone, e uno nella Siberia Artica.

Le sue esportazioni di GNL sono residuali (39 miliardi di mc in un mercato globale di 500 miliardi nel 2021) e non è in grado di espandere la produzione senza le tecnologie occidentali, così come si dovrebbe parlare con molta cautela del mercato cinese come succedaneo, visto che tale mercato è già rifornito da anni via gasdotto da Sakhalin e da Paesi ex sovietici, come Turkmenistan e Kazakhstan (nel complesso circa 50 miliardi mc nel 2021).

In tale contesto è stata solo propaganda (peraltro ripresa o fatta riprendere con risalto dai media nostrani) la notizia che nel primo semestre del 2022 la Russia avrebbe aumentato del 63% le esportazioni alla Cina dai giacimenti nella costa del Pacifico, con gasdotti costruiti dal 2011 per rifornire Vladivostok dall’isola di Sakhalin. Si tratta di quantità minime, visto che da statistiche mondiali aperte e note da quei giacimenti la Russia avrebbe consegnato nel 2021 alla Cina circa 10 miliardi di metri cubi ed anche ulteriori 6 miliardi (più 63% all’anno) non è confrontabile e non è un succedaneo dei 190 miliardi di metri cubi di normale fornitura all’Europa (di cui circa 150 miliardi take or pay, quindi denaro contante e sonante, di fatto anticipato).

Per inciso stiamo parlando delle stessi tanto vituperati volumi delle produzioni italiane di gas, che in questo caso, secondo soloni e commentatori di turno sono significativi per l’equilibrio del mercato globale, addirittura un indice, mentre nel caso nostrano sarebbero insignificanti… due pesi e due misure sempre per valutare le strumentalizzazioni e la controinformazione in atto, di cui dovremmo essere testimoni attenti, su eventi che in ogni modo ci riguardano.

Il gas che dalla Russia va, o si vorrebbe far andare, verso la Cina è prodotto da giacimenti diversi da quelli che forniscono l’Europa, e non sono collegati, e qualsiasi ipotesi in tal senso ha bisogno di tempo, di tecnologie e di capitali di cui oggi la Russia non dispone; si tratta di stendere altre decine di migliaia di chilometri di gasdotti di dubbia fattibilità e ritorno economico, su un orizzonte temporale molto lungo, oltre un decennio, valutazione di tempi lunghi già nota ed evidenziata per i due progetti dalla Siberia centro-artica, verso la Mongolia e il nord della Cina.

Un quadro a lungo termine che avrebbe altre implicazioni, non sfavorevoli per l’Europa: qualora la Cina, e magari anche l’India, fossero soddisfate per le loro esigenze di crescita da gas russo fornito via gasdotto, si libererebbe tutto il GNL – oggi più di 200 miliardi di mc – che Pechino e Delhi al momento comprano via navi metaniere, volumi e vettori disponibili per nuove rotte, presumibilmente in Europa, sommandosi alla rete di diversificazione ed alternative già attivata.

Non sono dettagli, e non è un quadro né segreto né difficile da disegnare ed interpretare, che ci si scorda troppo spesso di illustrare e comunicare e questo fa crescere dubbi, e non solo dubbi, sul catastrofismo pro-Putin gestito da uno stuolo di pseudo esperti e neo-soloni energetici nazionali, di grande presenza ed alto gradimento mediatico.

La “guerra del gas” è soprattutto guerra economica, che si gioca anche con la disinformazione come strumento tanto di mobilitazione o smobilitazione dell’opinione pubblica quanto di influenza sui mercati finanziari (una sorta di governo supremo con giudizi inappellabili).

Una guerra che si gioca con le armi appropriate, anche alternandole di volta in volta: costi e prezzi ma soprattutto domanda ed offerta (e la Russia domina l’offerta) e sulla domanda ed offerta posso giocare pesantemente ansie se non isterie indotte, una sorta di guerra psicologica dove la controinformazione è essenziale.

Una controinformazione con la disinformazione come metodo, che per quanto riguarda l’Italia ha aspetti evidenti, dominando con molte tradizioni e radici ancora della guerra fredda i media nazionali, la cui indipendenza non è certa né generalizzata: esempi quotidianamente sotto gli occhi e l’udito di tutti, come i supposti ed inesistenti rischi ambientali dei rigassificatori, i costi del processo GNL, la colpevolizzazione dello shale gas, il minor potere calorifico del GNL e, molto peggio anche come qualità, del gas algerino; la lista sarebbe lunghissima, con aspetti risibili, ma è un’attività continua che ha complici sia veri che inconsapevoli, ed ha presa; fake news da entrambe le parti a cui si oppongono in forma più scoperta illazioni come la salute di Putin.

Dal punto di vista marittimo (e navale) della crisi l’uso politico e strategico dei gasdotti e dei relativi rubinetti sposta sempre di più l’interesse dei paesi utilizzatori verso altre forme di trasporto, come quello marittimo del GNL.

Si delinea pertanto un quadro di traffici in aumento esponenziale (e non solo per l’ipotesi di nuovi collegamenti con la Cina di cui sopra, non certo immediata) e non a caso gli armatori, categoria abituata a ragionare a lungo termine pur non perdendo le occasioni puntuali, stanno ordinando sempre più navi per il trasporto del GNL e navi più grandi, unità con variabili ed evoluzioni tecnologiche che vanno dall’ impiego del GNL in circolazione come carburante sino alla più difficile autoproduzione di idrogeno.

Dimensioni della navi con una crescita da tenere strettamente sotto osservazione perché condiziona il dimensionamento dei rigassificatori e dei loro servizi e potrebbe mettere subito in crisi le infrastrutture esistenti e quelle in fase di approntamento.

Un quadro che secondo gli esperti dovrebbe portare se non al crollo ad una riduzione e stabilizzazione dei prezzi mondiali del gas, con nere prospettive per l’economia russa per i prossimi decenni, poco diversificata e basata sull’esportazione di comodities, tra cui gas e in misura minore di petrolio.

Una decisione formale dell’Europa di non essere più dipendente dal gas russo è la minaccia più seria per convincere Putin a finirla con la guerra all’Europa e all’Occidente, convincerlo che partecipare e non prevalere né scherzare con l’arma energetica sarebbe l’opzione più conveniente, mantenendo una quota di mercato: il governo italiano, in asse con gli USA ed addirittura con una relativa maggiore accettazione se non credibilità, ha lavorato in tal senso: sarà ancora possibile?

Ma – soprattutto – quale sarà il ruolo ed il peso contrattuale dell’Italia nella dura e difficile corsa all’hub energetico del Sud Europa, al cento del Mediterraneo, da consolidare, o a Levante, già molto attivo?

Al di là della propaganda, che sembra quella delle magnificazioni della guerra fredda, la Russia – come si è evidenziato – non ha grandi possibilità di rimpiazzare la UE e di vendere ad altri Paesi il gas sino ad oggi fornito agli europei via gasdotto (residuale quello che può esportare via nave) se non tra molti anni e a fronte di grandissimi nuovi investimenti non si sa quanto alla sua portata.

Una situazione reale di potere contrattuale, di mercato, verso Vladimir Putin che – se potesse ridursi ad una decisione politica – svincolerebbe le imprese dall’obbligo di ritiro del gas.

Mantenere rapporti commerciali con gli importatori europei di gas è quindi fondamentale per la Russia, che non a caso ha addotto la causa di forza maggiore (impugnata dagli importatori) per la riduzione delle forniture dal gasdotto baltico, riportando i flussi a livello normale dopo la quasi vana esibizione muscolare.

Senza inventare nulla, semplicemente ricompilando quanto evidenziato da vari (e seri) analisti, Putin ha avuto tre opzioni per l’uso ricattatorio delle forniture di gas, e con il passare del tempo non è detto che le possa mantenere ed esercitare a suo piacere:

  1. chiudere del tutto i rubinetti innescando gravi difficoltà all’ Europa che non sarà in grado di fare a meno del suo gas almeno per due anni, nella migliore delle ipotesi sino all’inverno 2023-2024 (l’Italia no di certo, con i problemi locali dei nimby). Sarebbero necessari razionamenti e altre iniziative di risparmio, come quelle proposte dalla Commissione europea, che prevede tagli del 15% a imprese e famiglie (prima volontari poi obbligatori in caso di blocco).

Decisione russa che peraltro che può dare vantaggi immediati d’indebolimento della volontà dell’Occidente di supportare l’Ucraina ma suicida, perché precluderebbe per tanto tempo, se non per sempre, la ripresa delle vendite verso l’Europa. Suicida soprattutto perché innesca un quadro di complete sanzioni, perché con la mancata consegna del gas dei contratti pluriennali (i 150 miliardi) la Russia sarà chiamata a pagare i danni e se non paga il sequestro dei suoi beni sarà automatico, così come il restringimento del credito del quale la Russia ha estremamente bisogno.

Alcuni dei grandi progetti tanto economici quanto neo imperiali si basano sul finanziamento o investimento straniero: non poter accedere ai circuiti finanziari toglierebbe fattibilità e remunerazione ai programmi/progetti di sviluppo dell’Artico e dell’Estremo Oriente i cui presupposti sono l’attrazione di capitali giapponesi, sudcoreani) e cinesi, tutti già in osservazione ed in stand by per gli effetti delle sanzioni, con ritardi che possono essere il preludio al ritiro. La stessa Cina, che ha assicurato solidarietà ed ha aumentato le importazioni di idrocarburi, che consentono immediato respiro alle casse russe, non vuol rischiare di veder congelata la propria liquidità e sta valutando come evolveranno programmi ed accettazione degli investimenti in Russia.

  • aprire al massimo i rubinetti, saturando di gas l’Europa, anche se provocherebbe un crollo dei prezzi. La Russia è il produttore che può reggere meglio una caduta dei prezzi, che potrebbe spazzare via almeno parte delle concorrenza, quella dei fornitori emergenti: i suoi investimenti produttivi, attuali, sono in gran parte ammortizzati e nel breve periodo può compensare grazie agli extra profitti incamerati dalla scorsa estate con le quotazioni folli che ha scientemente determinato.

Questa mossa metterebbe in crisi ogni concorrente nonché le trattative/iniziative in corso per approvvigionamenti alternativi, non solo e non tanto per la realizzazione di impianti ed infrastrutture, quanto per le forniture attualmente in definizione.

Per inciso, anche in questo caso sarebbe opportuno e conveniente continuare i programmi infrastrutturali per essere pronti in ogni caso e opportunità futuri.

Più in generale per i paesi europei non si tratta soltanto di sottoscrivere nuovi contratti di acquisto pluriennali, come quelli che si stanno trattando con l’Algeria e altri Paesi, ma implicano programmi pluriennali di investimento e sviluppo in nuovi giacimenti da parte dei produttori, condizione per il futuro di questi paesi e per l’accensione di nuovi prestiti e finanziamenti non solo mirati alle opere ma allo sviluppo socioeconomico.

Parte di queste forniture sono già state sottoscritte, e questo ha già ridotto la dipendenza dalla Russia, ma chi si azzarderà a firmare nuovi contratti e a che prezzi se oltre alle forniture obbligate (che dovrà consegnare entro l’anno) la Russia ricominciasse a offrire anche il gas a pronti?

Sono altri 40 miliardi di mc, minimo, perturebbero il mercato.

Con un prezzo del gas che tornasse vicino agli storici 20 euro MWh, rispetto ai 160 euro MWh attuali, quale governo potrebbe rifiutarsi di comprare quello russo sotto la pressione di imprese, opinioni pubbliche e degli amici del “ravveduto” Putin, come sarebbe subito consacrato?

In ogni caso, se la Ue, ammesso che decida di muoversi compatta senza nessun salto in avanti come nel passato, decidesse di comprare tutto da tutti, dove lo metterebbe?

La capacità degli stoccaggi è limitata, e nonostante la presente situazione di carenza di gas non si ha notizia di investimenti per la loro espansione. (criticità che dovrebbe essere affrontata, comunque, come già si fa con gli stoccaggi strategici di petrolio).

  1. adottare una politica di “stop and go” collegata alle forniture e posizioni militari e alle vicende politiche interne dei Paesi europei, con una altalena continua delle quotazioni che crea confusione e conflitti per la fissazione comune dei prezzi a livello europeo (la richiesta di un “tetto” che vede l’Italia in prima linea, con forti opposizioni malgrado alcune concessioni solo a Spagna e Portogallo.

È l’opzione evidentemente scelta, per il momento, da Putin, una posizione attendista sperando e forse forzando la posizione e la compattezza degli “avversari”: è del tutto curiosa e degna di profonda riflessione la “coincidenza” della caduta di Draghi, tra i più fieri difensori dell’Ucraina e sostenitore del “price cap”, con la riapertura dei rubinetti del Baltico.

Il più grande vantaggio per Putin dello “stop and go” è il clima d’incertezza che determina nelle scelte politiche ed economiche, oltre che nelle opinioni pubbliche importanti nei paesi democratici e facile oggetto di mirate campagne mediatiche, alle quali si sta assistendo.

La gestione delle incertezze e la difficoltà di prendere decisioni con impatto sul medio-lungo termine sono tra i fattori di maggior debolezza delle democrazie.

Di fronte a questi scenari la scelta più opportuna è quella di proseguire con convinzione sulla via della diversificazione dal gas russo almeno nella misura necessaria per raggiungere possibili ridondanze e rendere eventuali mancanze non determinanti e rapidamente sostituibili.

la diversificazione per provenienza e tipo di gas, purtroppo poco rispettata, resta sempre la soluzione migliore insieme alla ridondanza delle infrastrutture.

                              Gian Carlo Poddighe

Queste note fanno parte di uno studio in corso: Diversificazione ed hub energetici: La situazione nel Mediterraneo – i rischi per l’Italia

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