GAS passaggi e responsabilità della dipendenza dalla Russia

Cosa ha portato dalla consapevolezza e dalla strategia di diversificazione del 2005/2006 alla soggezione, ancor più che dipendenza, del 2020/2021?

Molto più di una induzione al suicidio, nemmeno assistito, solo stupido, cieco e doloroso.

Si è trattato di influenze esterne, strategia altrui o “semplice” (ma per questo colpevole) incapacità?

Certamente alla nostra classe governante sono venuti a mancare il pensiero e la programmazione strategici e non ci si è curati di avere un sostegno di tecnici, analisti e think tank che non fossero ossequienti seguaci.

Con il trauma dell’inspiegabile caduta del Governo Draghi sono passate quasi inosservate non solo le sue recenti azioni ma soprattutto le sue dichiarazioni, continue e non ultimo nel suo discorso conclusivo al Senato, quando reclamava per la sua compagine di essersi mossa con grande celerità per superare l’inaccettabile dipendenza energetica dalla Russia, conseguenza di decenni di scelte “miopi e pericolose” (letterale, dal discorso del premier al Senato).

Draghi ha giustamente rivendicato di essere riuscito In pochi mesi a ridurre le importazioni italiane di gas russo dal 40% a meno del 25% del totale, con la volontà (e la speranza) di azzerarle entro un anno e mezzo (azzerare la dipendenza non significa in senso stretto né recidere né perdere opportunità qualora venissero offerte).

Gli indizi sul percorso al baratro, gia evidenziati in precedenza, sotto guida esterna quanto nazionale, sono evidenti, specie se si osservano le statistiche sulle importazioni di gas, fornite dal ministero dello Sviluppo economico.

Se, dopo aver visto le premesse di cautela e di preparazione strategica adottate nel 2005/2006, si osserva con attenzione e sotto una diversa luce Il periodo che va dal 2010 sino all’attualità, si constata che in applicazione dei programmi tracciati per la sicurezza energetica del paese sino al 2010 l’Algeria, con la Sonatrach, era il principale fornitore di gas dell’Italia, grazie al gasdotto TRANSMED, alimentato da estrazioni nel deserto (Hassi R’mel) ne traversa quasi tutto il territorio, entra in Tunisia per poi attraverso il Mediterraneo collegarsi a Gela alla rete nazionale.

Per avere un’idea dell’importanza di queste forniture, basti considerare che nel 1998 esse rappresentavano il 54,2 % del totale del fabbisogno italiano. Poi erano progressivamente diminuite fino a divenire, nel 2010, pari al 39,7 %. E infine crollare al 12,2 % nel 2014.

Un piccolo grande crimine, con il senno del poi. Anche perché, nel frattempo, il rimpiazzo con le forniture dalla Russia era stato totale.

Le forniture dalla Russia, con la prima crisi ucraina in atto ed inascoltata come lezione, nel 2010 erano scese al 19,9 % del totale, considerando che nel 1994 pesavano per il 46,4 %, un apice che si voleva evitare di ripetere.

Un inversione di tendenza che ci ha portato sulla china del disastro, per scivolare in modo continuo fino a sfiorare il recente 50%.

Quali forze e perché hanno gestito allora il grande cambiamento? soprattutto in un quadro italiano di forte instabilità politica e disattenzione ed impreparazione dei soggetti emergenti che farebbero ipotizzare una forte influenza sia esterna sia di tecnocrati designati di volta in volta alla guida delle strutture critiche del paese.

Evitando strumentalizzazioni ideologiche e di schieramento, con valutazioni e conclusioni che ciascun cittadino deve trarre come elettore, l’inversione si manifesta nel giugno del 2011, quando il pompaggio attraverso i gasdotti di Tarvisio (Tag 1 e Tag 2), il collegamento per il gas dalla Russia, attraverso l’Ucraina, è a un punto di minima fornitura, registrando flussi di solo 869 milioni (standard) di metri cubi di gas, un dato di partenza, un minimo cautelare, mentre a fine novembre il flusso risulterà quasi triplicato, al punto da far chiudere l’anno con flussi pari a 22.952 milioni (standard), un incremento del 96% con un bilancio di fornitura di quasi 5 miliardi in più rispetto all’anno precedente.

Forniture sottratte alla SONATRACH (ma anche all’ENI quale socio paritetico, quindi componente nazionale di valore aggiunto) che, nello stesso periodo, diminuiranno di un importo corrispondente.

Una sorta di gioco delle tre tavolette che è complicato seguire nel modo e nei passaggi chiave, ma comunque i tempi possono essere indicativi, essendo evidente che i cambi presuppongono la sottoscrizione di nuove intese e che tra la loro firma e l’esecuzione esistono tempi fisiologici di implementazione.

Il 2010 (luglio) vede la visita in Italia dell’allora presidente russo, Dmitrij Medvedev, uno dei protagonisti e fautori della linea dura odierna: periodici e normali rapporti diplomatici, o altro? Non è dato saperlo ma sta comunque il fatto che più o meno a partire da quella data le forniture di gas russo cominciano ad aumentare, anche se, almeno per il 2010, non recuperano il calo che si era registrato, “forse” (si spera) in applicazione dei famosi indirizzi 2005/2006.

Il salto si verificherà l’anno successivo con una crescita continua (sotto gli occhi di tutti e comunque di tutta la numerosa classe politica avvicendatasi – sin troppo -alla guida del paese) sino a raggiungere l’apice del 2018 (48,4% del totale delle acquisizioni italiane) per poi scendere

leggermente nel 2021 (39,9%) non per volontà ma per le traumatiche conseguenze di due anni di lockdown.

Un salto non solo in quantità, ma anche di spostamento dell’asse e dei circuiti di fornitura, che non riguarderanno solo accessi con relativo intervento/apporto italiano, come quelli di Tarvisio, ma un progressivo appiattimento e consegna delle chiavi (e della fissazione dei prezzi) al monopolio tedesco-russo di NorthStream, totalmente alieno a interessi, partecipazioni influenze di soggetti terzi, come quelli italiani o altri paesi utenti.

Le incapacità della politica italiana in materia energetica non sono un problema attuale, risalgono al regime e forse ben prima, con il fulgido esempio della Libia, serbatoio inesplorato per quanto in qualche modo probabile: grazie ad un visionario, contestato e glorificato post mortem come Enrico Mattei, l’Italia, per i suoi rifornimenti energetici l’Italia si è sempre affidata alla sua creatura l’ ENI, stato nello stato, che ha dato una certa continuità al sistema ed è stata capace di intervenire su tutta la filiera, ed in tutto il mondo: dalla ricerca dei giacimenti di petrolio e di gas, alla relativa estrazione e distribuzione.

Cosa rappresenta l’ENI nella necessità nazionale di sicurezza, continuità ed autonomia energetica? Attore, guardiano, esecutore della strategia energetica nazionale, o origine di questa strategia o non strategia?

Al di là di dubbi o sospetti che emergono da un’analisi, logica e non ideologica, della situazione energetica del paese in questo primo ventennio del secolo, chi è e qual è la struttura che è delegata dal governo a definire strategia energetica ed indirizzi di politica ed azione, e poi la loro implementazione?

Al di là della continuità in successione nella gestione delle due entità, qualche dubbio può sorgere anche dalle evidenti sovrapposizioni tra ENI ed ENEL, quest’ultima con una marcata connotazione o deriva da produttore elettrico a colosso energetico, nello stesso periodo considerato, seguita a ruota da altri gruppi italiani o da gruppi stranieri entrati nel redditizio mercato italiano.

Tornando all’alternativa del momento, la ritrovata ancora di salvezza, l’Algeria, lo stesso gasdotto, il cui tratto nel deserto si chiama simbolicamente Gazoduc Enrico Mattei, è di proprietà della società TRASMED SpA, partecipata al 50 % tra la stessa ENI e la Sonatrach.

Analogamente un tratto del gasdotto che trasporta gas dalla Russia, terminale a Tarvisio, è gestito da una joint venture costituita sempre dall’ENI e dall’austriaca OMV.

L’ENI non poteva pertanto ignorare cambi di indirizzo che toccavano la sua gestione ed i suoi bilanci, esponendola a rischi relativamente maggiori di quelli dello stesso Paese, e pertanto l’ENI non può non averlo segnalato ai vari Governi in carica, proprio perché non è certamente l’ENI di Mattei e la sua governance è legata a doppio filo ai governanti di turno.

Per evitare il ripetersi di errori e sanare le basi della crisi attuale sarebbe importante capire quel che realmente è successo, in quegli anni, considerati gli sviluppi della scelta su diverse forniture.

Oggi siamo tornati, duramente e costosamente alle origini, quasi ad Enrico Mattei, richiamato almeno dal gasdotto a lui dedicato, saremmo tornati dal Nord fuori dal nostro controllo al Mediterraneo con almeno migliori prospettive, ma occorre guardare ai numeri ed invertirli, per poi azzerarli, possibilmente con una scelta oculata tra fonti e metodi di trasporto per evitare nuove dipendenze e scongiurare ricatti sempre latenti e pertanto possibili.

I numeri forniscono chiare indicazioni; le forniture russe sono passate da flussi di 14.964 milioni di metri cubi, nel 2010, ai 28.988 milioni di metri cubi del 2021, con un incremento del 93 % mentre quelle algerine, invece, si sono ridotte nello stesso periodo da flussi di 27.670 milioni di metri cubi a flussi di 22.584 milioni di metri cubi, scendendo del 19 %.

L’ Algeria è la nuova Mecca di pellegrinaggi europei, italiani in testa (anche sei i russi non mancano dal proscenio), ma la situazione non è la stessa di quando noi italiani l’avevamo praticamente emarginata.

La crisi ucraina ha mostrato come sia indispensabile sviluppare progetti a lungo termine per ridurre la dipendenza energetica basata sugli idrocarburi e, contemporaneamente, diversificare gli approvvigionamenti in chiave partecipativa, eventualmente condividendo anche lo sviluppo di fonti di energia alternative e sostenibili, per non lasciare scoperto per il futuro il partner fornitore del momento dell’emergenza.

Un futuro di transizione energetica che è molto meno vicino di quella che una martellante propaganda vorrebbe far credere, e per questo bisogna pensare ad alleanze e collaborazioni di ampio respiro e lontano orizzonte temporale.

Quella dei Paesi fornitori è una visione dell’emergenza energetica di segno opposto alla nostra ansia, quasi una nuova opportunità; paesi come l’Algeria, che dipendono fortemente dall’export di commodities di alto reddito ma con scarso valore aggiunto (non dimenticando che questa è stata una delle scatenanti della crisi energetica e dei rapporti con la Russia, del tutto diversa e separata dalla crisi Ucraina): per questi paesi ed in questi paesi sta maturando la consapevolezza e la necessità di intraprendere un percorso di diversificazione a livello di produzione interna, di incremento del valore aggiunto locale, una politica necessaria al mantenimento della propria stabilità ed a garantire uno sviluppo socio-economico di diversa natura da quello precedente, fallimentare sino ad oggi.

In questa doppia diversificazione, gli accordi da stipulare devono prevedere, in una strategia win win ed in una sana politica di implementazione con occhio alla stabilità, anche progetti volti a favorire un incremento nelle fonti energetiche green e rinnovabili per far fronte non solo all’ esportazione ma anche alla domanda locale di maggiore energia, domanda legata allo sviluppo e propedeutica a nuovi scenari anche nel mercato del lavoro nazionale.

Non si tratta solo sfruttare questa finestra di opportunità per candidarsi da parte dell’Algeria come un fornitore europeo di gas e dell’Italia come partner e tramite di questo bene essenziale ma di stabilire alleanze e legami a spettro più ampio.

È questa riflessione sulle misure da adottare per continuità e stabilità che ci deve far tornare alla svolta del 2010: di cosa si è trattato?

Di una convergenza di interessi poco strategici ma settoriali e di lobby che si è sovrapposta alla crisi dell’intesa europea per i nuovi indirizzi imposti dai tedeschi, o di un diverso indirizzo strategico italiano? ma – allora – quale sarebbe stata la contropartita per un’Italia isolata e perdente per la propria sicurezza energetica?

Sarebbe importante avere un quadro degli accordi e delle modifiche contrattuali che hanno portato a quei cambiamenti, non tanto per responsabilizzare chi ha firmato i relativi contratti, ma se a quella svolta corrispondeva un “pacchetto” di misure e se lo stesso comprendeva altro, compensazioni: joint venture, investimenti specifici in altri settori e via dicendo, senza dimenticare di analizzare quali erano state le motivazioni addotte, quali era lo specchietto costi/benefici per giustificare uno shift di quelle dimensioni.

Non si tratta di una inchiesta o di uno scoop scandalistico, ma siamo di fronte alla denuncia da parte del presidente del Consiglio, nella massima sede istituzionale del Paese, nella sede aulica del Parlamento, di “scelte miopi e pericolose” in un settore, come quello dell’energia, da sempre esposto alle interferenze più inquietanti, quelle che meritano la necessaria chiarezza e trasparenza.

Un paese senza formazione del pensiero strategico e senza strategia è un paese debole, per se e per la comunità di cui fa parte, mentre un paese con solo strategie finanziarie, che mira solo ai dividendi di una pace anche fittizia è lontano dalla solidarietà che impongono alleanze e patti comunitari ed è – alla fine – una minaccia per qualsiasi partner .

Le pulsioni e gli interessi finanziari possono essere in determinanti momenti una spinta ed un collante ma non sono strategie e questa è stata non l’arroganza ma la debolezza tedesca che ha alienato la solidarietà europea, che ha stravolto l’originale spirito europeo che proprio intorno e riguardo l’energia aveva le sue basi e la sua forza, subordinando ed appiattendo ideali e strategie ad un comitato di affari.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto le pagano tutti, ma forse ci sono ancora troppi nostalgici e qualche voglia di emulazione, oltre al rimpianto di una pace artificiale e redditizia per pochi.

Non bisogna mai dimenticare che la cooperazione in campo energetico è alla base del processo di integrazione europea, il quale iniziò con l’obbiettivo politico di ridurre il rischio di conflitto attraverso la gestione comune dell’energia.

Il Trattato di Parigi del 1951 istituì la CECA, Comunità  Europea del Carbone e dell’Acciaio, quando il carbone era ancora la prima fonte energetica autonoma dell’Europa distrutta dalla guerra e sull’orlo di un nuovo conflitto, mentre uno dei Trattati di Roma del 1957 istituì l’EURATOM, la Comunità Europea dell’Energia Atomica.

Alla luce del disastro attuale ci rimane solo la speranza di un’inversione di tendenza, l’auspicio che un immediato maggiore impegno e maggiore collaborazione a livello sia statale sia comunitario nel perseguimento della sicurezza energetica europea possa costituire un fattore in grado di ridare fiato alla solidarietà ed a una nuova fase di integrazione politica ed economica. 

Gian Carlo Poddighe (estratto di uno studio di imminente pubblicazione: Gas ed hub energetici: La situazione nel Mediterraneo – i rischi per l’Italia)

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