Ma niente niente…

Da qui a qualche mese, salvo nuove proroghe, Jens Stoltenberg abbandonerà la poltrona di segretario generale della Nato per accomodarsi su quella di governatore della Banca Centrale del suo paese, la Norvegia. L’incarico gli sarebbe già stato assegnato e il passaggio sarebbe dovuto avvenire il prossimo settembre, ma la guerra in Ucraina ha portato a rinviare il tutto (almeno) fino al 2023. 

Il tema del dopo-Stoltenberg è saltato fuori per la prima volta il 14 giugno, quando i 28 rappresentanti dei governi che compongono la Nato hanno incontrato per la prima volta il presidente americano Joe Biden a Bruxelles. L’Italia ha le sue carte da giocare, ma ovviamente il risultato resta incerto, sia perché esiste una concorrenza sia perché i recenti eventi bellici hanno cambiato molte prospettive: se dopo la resa in Afghanistan e il ritorno dei Talebani al governo del paese era opinione diffusa che la Nato fosse in crisi, gli eventi ucraini hanno dato una nuova vitalità all’alleanza, con diversi paesi che aspirano a farne parte. La segreteria generale, dunque, non è più un ruolo di secondo piano nello scacchiere internazionale, ma un qualcosa di (quasi) fondamentale. 

Le speranze italiane si basano soprattutto su due fattori, entrambi molto politici: il primo è l’asse ormai stabile tra Draghi e Macron (benedetto anche da Mattarella lo scorso luglio, quando si recò in visita ufficiale a Parigi) il secondo è una vecchia promessa strappata agli Stati Uniti dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2014, quando Franco Frattini era in corsa per la segreteria generale ma venne infine battuto dal danese Rasmussen. 

Napolitano, nell’occasione, arrivò a lamentarsene con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che impegnò il suo paese a sostenere l’Italia in futuro. Questo credito non è stato ancora speso, e potrebbe tornare molto utile quando si comincerà a fare sul serio. 

Ci sarebbe poi anche un terzo fattore, ovvero il fronte mediterraneo che si verrebbe a creare con la Spagna (che ha Borrell all’Alta rappresentanza europea) e il Portogallo, che detiene la segreteria generale dell’Onu. Ma chi sono i nomi che potrebbe essere messi in campo? Per rispondere a questa domanda bisogna partire da un assunto tanto banale quanto imprevedibile, nonché tipico delle dinamiche politiche italiane, e che si trova nell’incastro perfetto di accordi tra le parti politiche, tempistiche e opportunità. Insomma, bisogna cominciare con il dire che molto dipenderà dalla piega che prenderanno gli eventi da qui alle prossime elezioni politiche. Un nome forte sarebbe, infatti, quello del premier Mario Draghi, che potrebbe incontrare sì il parere favorevole di molti paesi ma che potrebbe dover rimanere a palazzo Chigi. 

Dunque c’è la seconda pista, che porta diretta al segretario del Pd Enrico Letta: le possibilità che diventi premier sono ridottissime, quindi un incarico internazionale per lui potrebbe garantire molti accordi interni, e poi non bisogna dimenticare che tra lui e Macron esiste un filo diretto peraltro rafforzato dal fatto che, fino a qualche mese fa, Letta a Parigi ci insegnava e tutt’ora viene chiamato come ospite nei talk show francesi. 

Il terzo nome in ballo è quello di Matteo Renzi. Malgrado le canoniche smentite sul punto, l’ex premier da anni aspira a un posto di prestigio fuori dall’Italia. Il problema è trovare dei sostenitori interni, visto che la fiducia degli altri leader politici nei suoi confronti non è altissima (eufemismo). Attenzione però all’eterna logica tutta italiana del «promoveatur ut amoveatur»: mandare Renzi alla Nato vorrebbe dire toglierselo di torno, dettaglio non secondario e che ha un precedente al contrario, quando lo stesso ex segretario del Pd tagliò le gambe a D’Alema che voleva un posto da commissario europeo, scatenandone così l’ira funesta e creandosi un nemico giurato di non poco conto.  L’ultima parola, in ogni caso, spetterà al presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Certo diventa più chiaro l’incontro di Draghi/Letta di ieri a Palazzo Chigi, il discorso di Draghi oggi al Senato….insomma per citare la Prima Repubblica: a pensar male si fa peccato ma ci si indovina sempre!

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