Le implicazioni geopolitiche e geoeconomiche per l’Italia.
Un tempo si parlava di Mare Nostrum, oggi abbiamo persino qualche difficoltà per passarvi, e dobbiamo tutelarci al riguardo. Una tempo il Mediterraneo era solo luogo di transito, oggi è luogo di produzione e di consumi, fondamentale per l’Italia e la comunità di cui fa parte. Abbiamo già visto la dipendenza e le difficoltà del nostro paese nel Mediterraneo orientale: per quanto riguarda la fascia MENA ed il Mediterraneo come collegamento tra Suez e Gibilterra, nel Mediterraneo centro occidentale la situazione non è né migliore né tranquilla, è solo meno esplosiva, escludendo le incognite di Tunisia e Libia. In quest’area agiscono nuovi attori, diversi ed esterni, ed i propiziatori del “cambio” – dopo decenni di lenta penetrazione cinese – sono oggi tre, in varie forme ed intensità: Cina, Russia e Turchia.
Tale constatazione non può che portare alla conclusione che L’Italia deve riscoprire il suo ruolo e la sua proiezione in questo mare. La Sicilia è lo snodo tra le diverse aree del Mediterraneo, è l’espressione di questa proiezione italiana, ma sinora è stata la dimostrazione di tutte le contraddizioni e gli errori commessi dalla nostra politica, quel che è peggio tanto nazionale quanto estera. L’esame della situazione siciliana diventa l’analisi delle nostre relazioni, siano dipendenze o siano rivendicazioni, con quell’area marittima critica che è il Mediterraneo.
Ormai non si può neppure parlare di potere marittimo, ma nell’immediato solo di sopravvivenza e tutela e, forse, di coinvolgimento europeo. La Sicilia – inspiegabilmente – ha avuto sinora un ruolo marginale nei traffici commerciali (colpa della carenza di infrastrutture di collegamento) ma ha comunque un ruolo di primo piano nella produzione energetica, nella logistica dell’energia e nella gestione globale dei collegamenti sottomarini (reti cavi e condotte).
Totali traffici merci nel Mediterraneo per settore geografico
Mediterraneo centro settentrionale
63 milioni/T verso oriente
98 milioni/T da oriente
Mediterraneo sud occidentale Mediterraneo sud orientale
48 milioni/T verso oriente 86 milioni/T verso oriente
42 milioni/T da oriente 111 milioni/T da oriente
Statistiche pre-COVID (2018/2019) Fonti SRM e Suez Port Aut.
Oggi la Sicilia può diventare trainante, ha nuovamente l’opportunità di essere determinante come produzione e come servizi nell’economia nazionale ed importante nell’economia europea. Quale hub riconosciuto, purché da parte italiana si sappia consolidare tale riconoscimento, può contribuire a soddisfare le necessità energetiche del paese con un oculato sfruttamento delle proprie risorse e fornire i servizi necessari all’intera Europa.
Un ruolo di primo piano nella produzione energetica, che non significa mettere da parte od a repentaglio le rinnovabili ma riconoscere il ruolo del gas naturale alla pari di quanto fanno, e soprattutto sfruttano, i partner europei del nord.
La Sicilia offre al paese intero la possibilità di essere soggetto e non oggetto, o peggio vittima, della transizione energetica, non solo rispetto della sostenibilità ambientale, ma dare un contributo attivo. Tutto questo deve essere programmato, in tempi brevi, incentivato supportato e soprattutto protetto.
Tornando ai nuovi attori, soprattutto alle nuove azioni ed a rischi e minacce, l’affinità è forte tra Cina e Russia, e la Turchia gioca su vari tavoli, e con diversi mazzi di carte, come d’altra parte è stato molto ben evidenziato nel ”quaderno strategico n.2”.
Prima di focalizzare l’azione dell’attore protagonista, la Cina, è facile scoprire la strategia della Turchia: il suo obiettivo iniziale è la logistica, generatrice di impiego e bisognosa di investimenti minori delle infrastrutture, che lascia ad altri –la Cina ma anche Paesi del Golfo che hanno investito a loro volta – il settore del commercio. Un quadro di ripartizione dove perdenti sono l’Europa e l’Italia, come prima vittima.
Cina e Turchia sono vicine, perseguono obiettivi affini e non sono in contrasto tra loro, hanno adottato strategie complementari che permetterebbero loro di fare fronte comune per favorire i rispettivi interessi nell’area mediterranea.
La Turchia gioca anche con la Russia, è parte (poco coerente) della NATO; aspira sfacciatamente ad essere interlocutore e parte se non partner del gioco, da chiunque sia condotto.
Sull’altro versante Cina e Russia sono unite da una caratteristica comune: sono due superpotenze «revisioniste», nel senso corretto ed usuale della geopolitica per questo termine, vogliono cioè rivedere l’ordine mondiale disegnato – prevalentemente – dall’Occidente sotto la leadership americana, per sostituirlo con un nuovo ordine progettato su misura per i loro interessi imperiali.
Cina e Russia sono, tra l’altro, i due ultimi imperi coloniali della storia, e vedono nel MENA un terreno facile da coltivare per i propri interessi e per le loro strategie a medio lungo termine.
Lo spiraglio che anelavano si è trasformato in una porta aperta non solo e non tanto con la crisi siriana e l’instabilità del Mediterraneo orientale, per le quali si rimanda al Quaderno strategico n.2, ma già evidenziato porta aperta come dalla crisi libica e dalla caduta di Gheddafi, massima espressione delle vecchie meschine rivalità fra i Paesi membri della UE che hanno disarticolato non solo le politiche nazionali ma stesse le politiche europee nelle aree di crisi.
Questo fa si che gli attori non tradizionali, i fattori esterni, oggi controllino i due terzi delle coste del Mediterraneo, non certo una bella situazione ed una peggiore prospettiva per la UE e l’Italia in particolare.
La strategia revisionista di cui si è parlato, che ha inizialmente sfruttato lo spiraglio libico, lascia poco margine di manovra all’Europa, anche lenta nello scegliere ed ancor più lenta nel reagire e di conseguenza ancora una volta non ci sono alternative alla riscoperta ed al rafforzamento della solidarietà atlantica, anche se – a cominciare dalla più interessata Europa, e molto di più nel MENA – esistono movimenti di opinione pubblica, non si sa quanto spontanei anche alla luce delle ultime evoluzioni, che predicano «la fine del mondo dominato dagli Stati Uniti», finendo nel convergere a favore di Cina e Russia, ed in secondo luogo della Turchia quale polo di aggregazione ideologico/religiosa capace di trattare con i “grandi players” indipendentemente dal tavolo.
Il formato fallimentare è stato quello della politica dell’esportazione della democrazia (format non valido in toto per i paesi dell’area e meno con l’imposizione di misure liberali secondo un’ottica occidentale) e resta da vedere se la crisi ucraina cambierà qualcosa (e quanto), ma nell’immediato più che un’attenzione al “Trimarium” (argomento di moda ma anche di scarsa chiarezza e minima condivisone che in ogni modo distoglie l’attenzione europea dal Mediterraneo) ed al bilanciamento dell’azione, sembra registrarsi uno spostamento a nord dell’asse di interessi sia della UE sia della NATO.
Se è e sarà così il Vecchio Continente si è condannato da solo, accettando con le sue azioni, e soprattutto con le sue mancate reazioni, che avrebbero potuto essere concrete, per esempio sul terreno della difesa, condannato ad essere la periferia di un impero altrui.
L’Italia, con i suoi balletti, molto con la Russia per l’energia, troppo in ogni senso con la Cina, è stata autolesionista e per i traffici marittimi sul bordo del suicidio, con troppe concessioni nella trappola della via della seta, addirittura riguardo alla Sicilia, posizione per la quale non esistono giustificazioni commerciali, solo implicazioni strategiche. GC Poddighe
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